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 381 - L’esperienza «democratica» degli Escartoun

 

Prima della Rivoluzione

 

Correva l’anno 1343 quando, il 29 maggio, regnante il papa avignonese ClementeVI, tra Umberto II (delfino di Vienne, principe di Briançon e marchese di Cesana) e le comunità brianzonesi, rappresentate dai loro procuratori, fu firmata la Grande Charte des libertés briançonnaises. Con tale solenne documento, il cui originale in lingua occitana ancora si conserva nel municipio del capoluogo, tutti i diritti feudali del delfino erano «ceduti, rimessi e trasmessi in perpetuo» alle comunità locali, nelle quali i consoli e i sindaci, eletti dai capifamiglia, li avrebbero amministrati in piena autonomia. Per contro i territori federati (escartoun) si impegnavano ogni anno, «il 2 febbraio, Festa della Purificazione», a versare al principe un tributo di 12.000 fiorini, pagati dalle comunità secondo criteri da loro stesse stabiliti, senza alcun obbligo di rendiconto.

 

Alpi occidentali

Alcune quietanze risalenti ai primi del Settecento sono visibili nell’archivio comunale di Pragelato (cfr. Lous Escartoun, Ed. Alzani, Pinerolo, 1998, pp. 37 e 68). Tutti i cittadini delle cinque vallate (Durance, Queyras, Varaita, Chisone e Dora) erano dichiarati franchi borghesi, un che di mezzo tra la nobiltà e la plebe, conseguendo pieni diritti di libertà delle persone e dei beni. Al delfino restavano alcuni poteri in tema di servizio militare, da prestarsi in loco, e di amministrazione della giustizia. Nelle valli, ora francesi, tale assetto, riconfermato e rispettato da tutti i re di Francia, cui il Delfinato fu ceduto nel 1349, durò per 446 anni fino allo scoppio della rivoluzione. In quelle, ora italiane, fino al trattato di Utrecht (1713) quando furono unite ai domini sabaudi, elevati a regno, sotto Vittorio Amedeo II. Formalmente anche il nuovo re si impegnò a rispettare la Carta, ma la riforma legislativa e fiscale da lui promossa ridussero di molto le autonomie preesistenti.

Si trattò di un processo di spontanea aggregazione, prima di piccole comunità locali, poi di entità progressivamente più grandi, sotto la spinta della dura vita di montagna che esige solidarietà e aiuto reciproco in ogni occasione, fino a giungere alla dimensione dell’Escartoun (o escarton dal verbo escartonner, ripartire le imposte). Il processo fu favorito da un certo ripopolamento delle alte valli dovuto anche ai movimenti di contestazione alla chiesa (valdesi di Lione e albigesi) che vi affluivano cacciati dalle loro terre d’origine. La presenza di questi movimenti e l’autonomia delle comunità aumentarono il livello culturale, destinando attenzione e risorse alle scuole. L’analfabetismo qui era un fenomeno raro, quando nelle pianure era invece largamente diffuso e, fino alla vigilia della rivoluzione, giovani insegnanti di latino e francese venivano ingaggiati dai nobili parigini come precettori dei loro figli. L’Escartoun diventa così un’organizzazione collettiva di mutua assistenza per ogni singola comunità associata.

 

La prima federazione europea

Giunti a un certo punto di sviluppo anche questo livello di aggregazione non basta più ed ecco l’ulteriore esigenza federativa, in piena libertà, per dar vita a quella che, forse non del tutto propriamente e con linguaggio troppo moderno, è stata definita Repubblica degli Escartoun, frutto della feconda trattativa col sovrano, sancita dalla Carta del 1343. In mancanza di feudatari, «i cittadini dei cinque cantoni possono riunirsi per deliberare sulle imposte, sulle leggi civili e penali, per nominare sindaci, consiglieri e segretari, per concedere diritti di porto d’armi, licenze di caccia e tutto quanto si rende necessario in una libera comunità» (ibid., p. 38).

Fernand Carlhian-Ribois, archivista a Briançon negli anni Sessanta, sostiene che la Gran Carta è «la prima costituzione della prima federazione europea, formata dalle cinque alte valli dei due versanti delle alpi occidentali», e aggiunge: «è con comprensibile e sincero rimpianto, ma non senza proteste, che i brianzonesi hanno accettato la sorte comune di tutti i francesi fin dai primi giorni della rivoluzione del 1789».

 

Un progetto assolutista

L’originale esperienza plurisecolare degli Escartoun rivela che anche una società tradizionale può esprimere e praticare principi di indipendenza e autogoverno, cioè fatte le dovute proporzioni e al netto di una inevitabile mitizzazione del passato, costruire una società che (in termini attuali) definiremo pacifica, solidale e «democratica».

In questa realtà irrompe un fatto storico, la rivoluzione francese, in generale considerata apportatrice di valori positivi e di progresso civile che spegne una società autorganizzata sottoponendola alla uniformità delle communes, sotto il duro controllo dei prefetti (non a caso Briançon è sede di una sous-prefécture). «Era la forza della legge… la volontà generale (che aveva) la ragione integralmente dalla sua parte… qualunque ostacolo alla legge sarebbe stato per definizione un errore da riparare, qualunque oppositore sarebbe stato un nemico da eliminare», osserva Gustavo Zagrebelsky (La virtù del dubbio, Laterza, pp. 64-65), e cita anche Mirabeau: «L’idea di formare una sola classe di cittadini sarebbe piaciuta a Richelieu: questa superficie tutta uguale facilita l’esercizio del potere». Sotto questo aspetto, conclude Zagrebelsky, «la rivoluzione segnava non la caduta, ma la realizzazione piena del progetto assolutistico».

 

Luoghi comuni

Che dire poi delle teorie sui confini naturali, in gran voga nel diritto internazionale, elaborato nel XIX secolo e giunto fino a noi? Spesso lo spartiacque affratella le popolazioni di versanti diversi, per le difficoltà dell’ambiente ostile, più di quanto non le dividano i valichi. L’avevano già capito i romani che, anche per la loro innata diffidenza per i monti, ponevano i confini alla fine della pianura (Avigliana, ad fines). La stessa organizzazione ecclesiastica non considerava il Moncenisio un ostacolo insormontabile, se per molto tempo la diocesi di Torino si estese fino all’attuale Maurienne. E i Savoia poi? Per 800 anni hanno governato su domini inframontani e ultramontani, largamente differenti per lingua e tradizioni. Insomma un bel po’ di luoghi comuni vengono scossi dalle fondamenta.

Come esistono le lingue dimenticate, così abbiamo le storie occultate, sacrificate nel passato e nel presente all’«identità nazionale» Non si studiano a scuola e gli stessi abitanti locali le hanno solo recentemente riscoperte e giustamente valorizzate. È bene che se ne rinfreschi la memoria proprio ora che rinverdiamo (con qualche forzatura ed eccesso retorico) una rinnovata patria italiana, che ormai non ha comunque alcun senso se non ricompresa nella più ampia unità europea.

 

Pier Luigi Quaregna

 

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