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 335 - L’ALTRA STORIA

TORINO DIMENTICATA

 

Gli storici tendono a credere che tutto ciò che è reale sia razionale e che dunque vada rimosso ciò che risulti contraddittorio e oscuro, tutto ciò che sembri non aver ottenuto risultati.

Nessuno celebra la ricorrenza degli scontri sanguinosi del settembre 1864 e dell’agosto 1917 a Torino. Una lapide di pochi anni fa ricorda i caduti del 1864 «vittime della repressione delle manifestazioni di protesta per il trasferimento da Torino a Firenze della capitale d’Italia». Direi meglio: vittime della criminale imbecillità dei governanti e dei militari. Nessuna lapide ricorda i caduti del ’17. Un altr’anno cadrà il novantesimo anniversario della sommossa. Si farà qualcosa di simile alle celebrazioni del 1706, quando Torino fu salvata anche grazie all’intervento austriaco? Lo stesso oblio copre le disperate rivolte contadine (jacqueries) nel corso dei secoli e il cosiddetto brigantaggio meridionale. Eppure tutto fa parte della Storia e la dittatura degli ideologi non può cancellare i fatti, per imbarazzanti che possano apparire.

 

Fuoco amico

Settembre 1864. La capitale d’Italia viene trasferita da Torino a Firenze, in base a un accordo con la Francia anche per rassicurare Napoleone III attraverso l’implicita rinuncia a Roma capitale. I torinesi insorgono non per gretto campanilismo (secondo una versione durata a lungo) ma temendo giustamente di perdere molti posti di lavoro.

La drammatica cronaca di quei giorni getta una fosca luce sull’efficienza e sulla moralità dei governanti e dei militari dell’epoca. «Un drappello di R. Carabinieri, uscito all’improvviso dal Ministero degli Interni, faceva fuoco (senza alcuna intimazione) contro la popolazione che passava in piazza Castello! Ci riferiscono in questo momento essere undici i morti, parte ricoverati nella birreria Calosso, parte abbandonati sulla piazza» («Gazzetta del Popolo» 22/9/1864).

Il giorno dopo i militari inscenano una farsa demenziale trasformata subito in un’orrenda strage. «Gli allievi carabinieri erano alla Questura. Truppe di linea stanziavano d’ambo i lati sotto i portici di Piazza S. Carlo. Verso le nove entrano nella piazza a migliaia i dimostranti. Alcuni, cioè i provocatori, tirano contro gli allievi carabinieri sassate e due colpi d’arma da fuoco. Gli allievi carabinieri escono dalla Questura e si dispongono sulla piazza facendo fuoco senza intimazione, tenendovisi autorizzati dai colpi avuti. Sopra una folla compatta ogni colpo fa una vittima, ma l’orrore si accresce per un caso inaspettato. Mentre le palle tirate più in basso colpiscono cittadini, altre o più alte o passando nei vani vanno a ferire di qua e di là i soldati che, credendosi aggrediti anch’essi, per un terribile equivoco prendono l’armi e sparano alla loro volta sopra la moltitudine presa da tre parti. Ma essendo essi schierati a fronte si feriscono anche tra loro! L’atroce spettacolo che allora presenta piazza S. Carlo si può meglio immaginare che descrivere. La folla inerme fugge ma 27 cadaveri (oltre a quelli dei soldati) lasciano lunga e sanguinosa traccia. La piazza ha l’aspetto di un macello di carne umana. I cadaveri dopo essere stati lasciati qua e là alcun tempo, vengono ammucchiati contro il monumento, parte altrove. Lo stesso dei feriti. Alcuni devono aspettare i soccorsi per impossibilità di muoversi. Altri si trascinano carponi e si ricoverano dopo mille stenti in qualche vicina farmacia» («Gazzetta del Popolo»23/9). Il giorno dopo lo stesso quotidiano denuncia la carenza dei soccorsi: «Un impiegato della Questura presentossi all’ospedale di S. Giovanni con sei carabinieri revolver alla mano, ordinando a quei sanitari che andassero a raccogliere i feriti. I sanitari si mostrarono pronti, chiedendo solo di non venir fatti anch’essi bersaglio a fucilate nell’adempiere al pio ufficio, come ad altri dicevasi avvenuto. Ma dar loro una tale assicurazione era impossibile, tanta era la confusione nelle disposizioni che si prendevano, e del resto l’ospedale non ha che una barella, ed era necessaria l’autorità diretta della Questura per poter requisire le cittadine (piccole carrozze chiuse, ndr.). In conclusione, salvo alcuni pochi, i feriti non poterono essere condotti a salvamento e curati che circa un’ora o un’ora e mezzo dopo la sanguinosa tragedia!»

 

Lenin, Benedetto e Manzoni

Nell’estate del 1917 Torino si trova coinvolta nella tragedia della guerra. Il 13 agosto giungono a Porta Susa due delegati del Soviet di Pietrogrado che così si rivolgono alla folla assiepata davanti alla Camera del Lavoro in corso Siccardi: «L’anima proletaria italiana ha coscienza internazionale, così come l’ha la grande massa dei lavoratori russi. La Russia rivoluzionaria muove ardita i suoi passi verso la grande mèta che deve fare di tutti i popoli una sola famiglia». La folla applaude inneggiando a Lenin e alla Babalanoff. L’ultima parte del comizio porta a una spaccatura tra la maggioranza dei sindacalisti e alcuni “rigidi, anarchici, demagoghi”. Il segretario della Camera del Lavoro conclude il comizio con questa singolare affermazione: «Da noi non parte alcun monito, non vi diciamo nulla: fate quello che volete» («La Stampa», 14/8/1917).

Il 17 agosto «La Stampa» pubblica integralmente la nota di Papa Benedetto XV, compresa l’espressione, passata alla Storia, in cui si definisce la guerra «lotta tremenda, la quale ogni giorno più apparisce inutile strage». Il giorno dopo il quotidiano torinese riporta un lungo editoriale da cui non è possibile cogliere la tesi sostenuta dal quotidiano (tradizionalmente democratico) a causa dei numerosi e ampi spazi bianchi imposti dalla censura militare. In conclusione: la disciplina di guerra non ha osato censurare il Papa ma censura pesantemente i commenti favorevoli.

Quattro giorni dopo (22/8) «La Stampa» descrive il tragicomico caos in cui la municipalità ha gettato la popolazione, da circa dieci giorni afflitta dalla mancanza di pane. «Il Municipio ha distribuito migliaia di buoni coi quali poteva essere prelevato dai fornai il pane fresco che avrebbe dovuto essere posto in vendita stamane. La distribuzione dei buoni è avvenuta in modo assurdo. Uscieri e guardie li distribuivano a chiunque si presentasse senza controllo alcuno. Sul buono era indicato il numero dei famigliari unicamente dietro denuncia del richiedente. Vi furono dei lestofanti che ebbero sei, sette buoni con indicazioni fantastiche di componenti la famiglia. Ci si informa che molto di questo pane, comprato in simil modo, sia stato più tardi rivenduto a privati, a ristoranti, naturalmente a prezzi superiori al calmiere. In pochi minuti i negozi furono sprovvisti dei quantitativi destinati alla cittadinanza per oggi, mentre si continuò imperterriti la fabbrica e la distribuzione dei buoni, cioè di pezzetti di carta bianca con apposto un semplice timbro».

Tali provvedimenti ricordano quelli escogitati dal malgoverno spagnolo quasi tre secoli prima in analoghe circostanze, come descritto dal Manzoni. E, purtroppo, anche i tragici fatti seguenti sono simili a quelli avvenuti nella Milano manzoniana. Il giorno dopo (23/8), la Cronaca Cittadina parla ancora del pane riportando però larghi spazi bianchi. Una ventina di giorni più tardi (11/9), il quotidiano parla di «dolorosi avvenimenti» e di una «brutta settimana» nel mese d’agosto. Il 21 ottobre (secondo il nostro calendario) così Lenin scrive ai «compagni bolscevichi dei soviet del nord»: «Ogni temporeggiamento equivale alla morte… Lo sviluppo della rivoluzione mondiale è incontestabile… In Italia, a Torino, si è giunti a un’esplosione delle masse» (Lenin, Opere scelte, Ed. Riuniti 1968, p. 977). Insomma, anche noi bolscevichi dobbiamo fare qualcosa!

Alla fine di ottobre, Caporetto. Il 7 novembre, la “rivoluzione d’ottobre”. Ma che cosa era avvenuto a Torino, in agosto? Solo dopo più di quarant’anni, tolti dal segreto degli archivi i documenti ufficiali, Carlo Casalegno tenta su «La Stampa» (8/6/1960) di ricostruire i fatti. «Vogliamo il pane! Vogliamo la pace! La folla furente invade e saccheggia la più grossa pasticceria in via Milano. Salumerie, macellerie, negozi d’abbigliamento vengono presi a sacco in vari quartieri, scoppiano scontri tra via Garibaldi e via Cernaia, mentre sorge, in via Bertola, la prima barricata. Incomincia con la sera uno sciopero che nessuna autorità sindacale ha dichiarato, ma che il mattino del 23 agosto paralizza tutte le fabbriche. La protesta per il pane è diventata rivolta, e rivolta di carattere politico, contro la guerra. In Borgo San Paolo e nelle Barriere di Nizza e di Milano esplode la sommossa: non organizzata, caotica, ma violenta. Rotaie, alberi abbattuti, tram rovesciati, cavalli di frisia servono a bloccare i corsi e i crocevia strategici. La folla cattura armi nelle botteghe degli armaioli e nelle caserme delle guardie municipali» Ormai lo scontro assume i connotati di un’autentica battaglia. L’autorità militare schiera le truppe a difesa del centro e divide in due la città per impedire agli insorti di unire le forze. Il 24 agosto gli insorti tentano di impadronirsi del centro ma vengono respinti. I militari passano all’attacco e le barricate cadono ad una ad una. La rivolta può dirsi finita. Il 28 ha termine anche lo sciopero. Quasi tutti i dirigenti socialisti e sindacali vengono arrestati, pur essendo stati anch’essi colti di sorpresa dal carattere spontaneo della rivolta. Secondo Casalegno, erano all’epoca circolate cifre false di centinaia di vittime. In realtà «nuovi studi hanno accertato che i dimostranti persero 50 morti e 200 feriti, truppe e polizia una decina di morti e una trentina di feriti».

Dario Oitana

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