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 390 - La tragedia del comunismo / 1

 

«L’IDEALE… NOSTRO ALFINE SARÀ»

 

Più di settant’anni di storia. È la storia di un gigantesco tentativo, su scala mondiale. È la storia della costruzione del comunismo, del cosiddetto socialismo reale. È quanto si credeva realizzato, in Unione Sovietica e nelle cosiddette democrazie popolari. E’ quanto, in modo ancora più radicale , si credeva realizzato in Cina, in Vietnam, in Cambogia. È quanto sopravvive ancora a Cuba e nella Corea del Nord.

Ma la storia del comunismo investe anche moltissimi altri paesi, tra cui l’Italia. L’inno dell’Internazionale era cantato in tutte le lingue e scatenava vivissime emozioni. «Su lottiam, l’ideale / nostro alfine sarà / l’Internazionale/ futura umanità!». L’ultima volta che l’inno venne eseguito, nel congresso del Pci, fu in occasione dello scioglimento del partito e della creazione del Partito Democratico della Sinistra, nel febbraio del 1991. Ricordo il segretario Occhetto in lacrime. L’inno era diventato una marcia funebre. Tutto finito? Solo un po’ di nostalgia?

E ora non se ne parla quasi più, tranne che in qualche partitino di irriducibili. Da una parte si demonizza questa esperienza, come se tutto si riducesse a una spietata dittatura. Dall’altra la si rimuove, come qualcosa di imbarazzante. Di fronte al fallimento, l’unica risposta sembra essere: «Il comunismo è fallito perché è stato imposto con la violenza». Questa diagnosi è in gran parte vera, ma non risulta del tutto soddisfacente. Più o meno tutti i tipi di governo esistenti affondano le loro radici in rivoluzioni e guerre. Eppure non si può dire che siano avvenute implosioni come in Unione Sovietica e nei paesi dell’Est europeo o trasformazioni nell’esatto contrario, come in Cina. Le righe che seguono non pretendono certo di tratteggiare la storia del comunismo, né di approfondire i problemi che ne derivano. Sono un semplice sassolino che potrebbe risuscitare ricordi e stimolare feconde riflessioni.

 

Potere alle cuoche

Così Majakovskij, nel poema Lenin: «A ogni cuoca insegneremo a guidare lo stato». Tale programma politico non è la battuta di un poeta sognatore. È un’applicazione della teoria leninista sulla «graduale estinzione di ogni burocrazia e l’instaurazione di un ordine in cui le funzioni, sempre più semplificate, di sorveglianza e di contabilità saranno adempiute a turno da tutti e diverranno poi un’abitudine e finalmente scompariranno in quanto funzioni speciali di una speciale categoria di persone… Scomparirà ogni necessità di ricorrere alla violenza, alla sottomissione di un uomo ad un altro perché gli uomini si abitueranno a osservare le condizioni elementari della convivenza sociale… Lo stesso popolo armato si incaricherà di reprimere gli eccessi individuali con la stessa semplicità, con la stessa facilità, con cui una qualsiasi folla di persone civili, anche nella società attuale, separa delle persone in rissa o non permette che venga usata violenza contro una donna… Un passaggio a una situazione in cui tutti diventino burocrati e quindi nessuno possa diventare un burocrate… Tutti governeranno, a turno, e tutti si abitueranno ben presto a far sì che nessuno governi» (Lenin, Opere scelte, Editori Riuniti 1968, pp. 888, 921, 938, 944). Tali citazioni, tratte dall’opera Stato e rivoluzione, scritta poco prima della Rivoluzione d’ottobre, si ispirano alle riflessioni di Marx sull’esperienza della comune di Parigi, in cui, grazie a una radicalmente diversa impostazione della convivenza, erano scomparsi omicidi, furti, aggressioni e persino cocottes (Marx Engels, Opere scelte, Editori Riuniti 1969, p. 919).

Perché il programma non è stato attuato? Perché invece della “cuoca” è subentrato Stalin? La spiegazione più ovvia riguarda l’offensiva delle armate bianche, l’intervento straniero, la necessità di un regime rigido, necessità protratta anche in seguito a causa dell’accerchiamento capitalistico e dei continui tentativi di destabilizzazione attuati dall’esterno e dall’interno. È tutto vero, ma dietro al fallimento del marxismo-leninismo non c’è anche la vecchia illusione sulla naturale bontà dell’uomo?

 

Una superchiesa

Strumento per combattere i nemici interni ed esterni, per costruire il socialismo e per formare l’uomo nuovo, è il Partito. Tutta l’azione politica che si estende capillarmente in ogni villaggio, così come la potenza sempre più totalizzante della milizia popolare, viene convogliata nella direzione del rafforzamento del Partito. L’energia intellettuale, la fantasia, la creatività: tutto al servizio del Partito. «Se chi è solo ha due occhi / il partito ha mille occhi. / Il partito vede sette stati / chi è solo vede una città. / Chi è solo ha la sua ora / ma il partito ha molte ore. / Chi è solo può essere annientato / ma il partito non può essere annientato / perché è l’avanguardia delle masse / e conduce la sua lotta / con i metodi dei classici, che sono scaturiti / dalla conoscenza della realtà» (Bertolt Brecht, Teatro, Einaudi 1963, p. 780). E analogamente: «Il singolo! A chi occorre? D’un pigolio è più fievole la voce del singolo. Chi la sentirà? Forse la moglie! Il Partito è una mano a milioni di dita, stretta in un unico pugno pugnace. Il Partito è la spina dorsale della classe operaia. Il Partito è l’immortalità della nostra causa. Se dici Lenin, il Partito intendi, se il Partito, allora intendi Lenin» (Majakovskij, Lenin, Einaudi 1967, pp. 75-79).

L’esaltazione del Partito e di Lenin non poteva non passare in eredità a Stalin, l’erede di Lenin. E la costruzione del mito di Stalin fu opera dello stesso Stalin. «Forza e guida del Partito e dello Stato fu il compagno Stalin. Stalin è il degno continuatore dell’opera di Lenin o, come si dice nel nostro partito, Stalin è il Lenin di oggi… Il genio del compagno Stalin gli permise di intuire i piani del nemico e di sventarli… Benché eseguisse il suo compito di capo del Partito e del popolo con consumata abilità, Stalin non consentì mai che la sua opera fosse contaminata dalla minima ombra di vanità, di presunzione o di auto-adulazione». Secondo il famoso rapporto segreto di Krusciov al XX Congresso del Pcus (1956), era lo stesso Stalin a tessere di suo pugno le lodi del suo genio e della sua… umiltà (I documenti segreti del XX Congresso del Pcus, Edizioni CID, pp. 60-62). Stalin era dunque un buffone presuntuoso e un feroce tiranno? Penso fosse solo un fedele interprete del marxismo leninismo, un devoto seguace della sua chiesa.

 

L’essenza della tragedia

Tutto per il bene del Partito, per l’Internazionale, futura umanità, per costruire una società nuova, un uomo nuovo, per eliminare per sempre non solo le ingiustizie sociali ma tutto quello che si oppone alla solidarietà tra uomo e uomo!   Tutto, tutto, vale la pena di fare per uno scopo così straordinario, per una svolta epocale, per la definitiva liberazione dell’umanità intera. Anche esaltare se stesso davanti al mondo, a costo di essere ritenuto presuntuoso agli occhi di coloro ancora imbevuti di moralismo borghese. E anche eliminare fisicamente la maggioranza dei vecchi compagni: «È stato accertato che sui 139 membri del Comitato centrale del Partito, 98, cioè il 70%, furono arrestati e fucilati» (I documenti segreti…, op. cit., p. 25). E, sempre per il bene del Partito e dell’umanità, era necessario che gli accusati confessassero: «Imputato Zinoviev, lei conferma? Tradimento, perfidia, doppiezza? Risposta: “Sì”. Imputato Kamenev, lei è dalla parte della controrivoluzione? Risposta: “Sì”» (Boffa, Storia dell’Unione Sovietica, Mondatori 1976, p. 530). «Vorrei dire ancora una volta che mi proclamo interamente e completamente colpevole. Il mio bolscevismo avariato ha degenerato in antibolscevismo e, attraverso il trotzkismo, sono arrivato al fascismo. Il trotzkismo è una variante del fascismo e lo zinovievismo è una variante del trotzkismo»: così lo stesso Zinoviev (Spriano, Storia del partito comunista italiano, vol. 5, Einaudi 1970, p. 123). Come venivano ottenute le confessioni? Krusciov non ha dubbi: «Crudeli e inumani torture» (I documenti segreti…, op. cit., p. 31).

Ma c’è qualcosa di ancora più sconvolgente. Poteva anche capitare che gli imputati confessassero di essere spie e traditori, perché convinti (anche in seguito a trattamenti debilitanti dal lato psicofisico) che tale falsa confessione fosse utile al Partito. Tale sarebbe il caso di Artur London, veterano militante comunista, viceministro degli esteri del governo comunista cecoslovacco, condannato all’ergastolo nel 1951 (cfr. il film La confessione di Costa Gavras, tratto dal saggio autobiografico L’aveu, dello stesso London). O il caso di Laszlo Rajk, veterano comunista, ex ministro degli interni del governo comunista ungherese, condannato a morte nel 1949, reo confesso di essere stato da sempre spia dei nazisti e degli americani (cfr. numerose interviste su Raistoria). Cioè, per il bene del partito, tali personaggi avrebbero accettato di autodenigrarsi ingiustamente. Questo atto sacrificale non appare assurdo, dato il clima di fanatico attaccamento a una causa così sublime. Forse tali supermartiri sono saliti al patibolo convinti di avere fornito, attraverso la loro finta confessione, l’ultimo servizio al partito al quale si erano votati per tutta la vita. Ma forse, ripeto «forse», anche Stalin fu un martire, in quanto “costretto” ad autoesaltarsi ingiustamente e ad assassinare migliaia, forse milioni di amici fidati.

Quest’ultima ipotesi è stata fatta propria dallo stesso Krusciov, al termine della spietata requisitoria contro Stalin: «Egli considerava tutto questo dal punto di vista degli interessi della classe operaia, degli interessi della vittoria del socialismo e del comunismo. Non possiamo dire che il suo sia stato l’operato di un despota folle. Egli riteneva che ciò dovesse essere fatto nell’interesse del partito, delle masse lavoratrici, in nome della difesa delle conquiste rivoluzionarie. In questo sta l’essenza della tragedia! (il corsivo è mio)» (I documenti segreti…, op. cit., p. 75). Forse solo nella millenaria storia del cristianesimo possiamo trovare casi di tale infinito attaccamento alla Causa, di tale ebbrezza di santità, di tale tragedia.

Dario Oitana

(continua)

 

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