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LA POLONIA E L’IMPERO DEL BENE

 

Reagan aveva definito l’Urss e i paesi dell’Est come l’«impero del male». Può essere comodo definire così il comunismo.

Certamente nella storia del comunismo sovietico troviamo dittatura, gulag, purghe sanguinose, interventi di carri armati per difendere il «socialismo». Ma non era solo quello. È la storia di milioni, miliardi di atti eroici, di silenziosa quotidiana abnegazione. È la storia della grande speranza degli oppressi di tutto il mondo, del consenso entusiastico di una parte notevole dell’umanità. Le righe che seguono non sono solo frutto di letture. Sono anche una testimonianza personale di viaggi, di ascolto, di emozioni.

 

Costruire l’uomo nuovo

Ricordo che un prete, nei primi anni Cinquanta, aveva sentenziato che il comunismo considerava l’uomo come «un tubo digerente». Al contrario! Per i governi comunisti, nell’uomo, in tutti gli uomini, quello che contava era «la ragione». La Polonia, come le altre repubbliche popolari, era un’immensa scuola, una fornitissima biblioteca, un aggiornatissimo laboratorio di ricerca. «La Polonia, che lamentava due milioni di analfabeti, è riuscita a eliminare questa sua tara rendendo obbligatoria l’istruzione sino all’età di cinquant’anni. Lasciando il lavoro consueto per recarsi a scuola, gli operai e i contadini hanno acquistato coscienza della loro dignità di uomini. E una delle impressioni più forti e più commoventi che attendono qui lo straniero è quella che esso prova nel vedere le scuole serali e le biblioteche frequentate da folle assetate di imparare e di conoscere» («La Stampa», 8/6/1951). Era comune sentire persone con i capelli grigi annunciare trionfanti: «Mi sono laureato!».

Attraverso la politica dei prezzi, il sistema incoraggiava lo sviluppo della mente piuttosto che dei gusti “materiali”. Se, da una parte, il prezzo di generi alimentari non essenziali, di molti oggetti e capi di abbigliamento (scarpe) risultava proibitivo, libri e dischi costavano poco. Gli spettacoli teatrali erano quasi gratuiti, iniziavano presto venendo così incontro alle esigenze dei lavoratori che, infatti, riempivano le sale. Le università erano gratuite e la maggioranza degli studenti riceveva uno stipendio che permetteva loro una completa indipendenza. I laboratori scientifici dell’università di Varsavia erano molto più attrezzati di quelli di Torino. In tutte le facoltà era d’obbligo sostenere esami di materialismo storico, materialismo dialettico, economia marxiana. Gli studenti dei licei erano tenuti a svolgere ogni tanto lavori «socialmente utili», come la pulizia dei parchi e condotti a compiere marce in preparazione dei riti del Primo Maggio. Anche le ragazze venivano educate militarmente, con esercitazioni di tiro.

Nell’accesso all’università erano avvantaggiati i figli di operai e dei contadini. Attraverso un’opportuna rieducazione si tentava di recuperare le prostitute. Ai contadini che dovevano trasferirsi in città venivano offerti gli appartamenti migliori, nei migliori quartieri. A coloro che svolgevano lavori pesanti erano forniti dei «buoni» da spendere in negozi speciali. Degli stessi favori godevano anche i dirigenti del Partito…

Mentre in Italia già si diffondeva (anni Cinquanta) il culto dei divi del cinema e dello sport, in una delle piazze principali di Varsavia spiccavano enormi ritratti di semplici operai. Erano gli eroi del lavoro, gli instancabili stakanovisti: «Alla porta di ogni cantiere e di ogni officina spiccano i ritratti, in grande formato, dei vincitori della competizione i quali, nel corso della settimana o del mese, abbiano dato alla produzione nuovo incremento… I posapiano e gli infingardi sono segnati a dito e i loro nomi menzionati negli ordini di servizio» («La Stampa», 5/6/1951).

Tutto quello che significava frivolezza, moda, eleganza era severamente condannato: «Nell’atrio della facoltà di lettere di Wroclaw, l’albo dei corsi ci apparve costellato dai ritratti di cinque belle figliole sorridenti. Pensammo si trattasse di vincitrici di qualche concorso di bellezza, ma il nostro interprete si affrettò a disingannarci. Quelle ragazze erano cinque reprobe, cinque fannullone lubriche, colpevoli di essersi addormentate durante la lezione di marxismo… “Signorine, l’intelletto non si nutre né di calze di seta né di rossetti per labbra. Ricordatelo bene: ogni capriccio va bandito dallo studio e la civetteria costituisce una forma di sabotaggio”» («La Stampa», 8/6/1951) .

Negli anni Cinquanta effettivamente era raro vedere per la strada donne un po’ eleganti. Scarpe vecchie, calzini, giacche da uomo, trascuratezza nel trucco e nell’acconciatura. Ma era una libera scelta? Le ragazze che ricevevano dall’estero dei vestiti nuovi dovevano ben guardarsi dall’indossarli in pubblico. Rischiavano seri guai nello studio e nel lavoro.

 

Ma ci credevano?

Non mancava un relativo consenso. C’era voglia di nuovo. E non solo nella Russia dopo la rivoluzione bolscevica. Anche nei paesi dell’Est europeo ancora arretrati, ancora legati a una agricoltura basata sul latifondo, c’era voglia di cambiamento. Le chiese (ortodossa e cattolica) avevano a lungo goduto  di un notevole potere economico e culturale. Ora i loro beni venivano confiscati. Ma ciò costituiva un danno? «L’espropriazione di molti beni ecclesiastici ha costituito un bene per la stessa chiesa»: così confessava il cardinale Rubin, vescovo dei polacchi emigrati.

Per più di dieci anni dopo la fine della guerra, molti polacchi, pur critici verso il governo, ammettevano: «L’Unione Sovietica ci protegge di fronte a una possibile invasione tedesca».

Significativa è la testimonianza di un giovane polacco che così descrive la sua esperienza in una lettera pubblicata nell’aprile del 1956 sul settimanale dei letterati polacchi «Nowa Kultura», tradotta e pubblicata su «Il nostro tempo» il 10/6/1956: «Un compagno più anziano mi avvicinò a un’ideologia che fino a quel momento avevo conosciuto solo attraverso noiose conferenze. Quell’ideologia mi restituì la fede nel mondo, nello scopo della vita, nell’umanità. Furono quelli i miei anni più felici. Lottavo, lottavo contro la mia famiglia, contro i compagni reazionari. Correvo da un’adunanza all’altra. Credevo nell’idea e nei suoi realizzatori. Le contraddizioni nella sua attuazione erano per me soltanto i dolorosi errori di una tappa. Soffrivo, ma tentavo di trovare una spiegazione a ogni cosa. Chiedevo spiegazioni ai compagni più anziani esprimendo qualche dubbio. Talvolta venivo guardato con sospetto, come se fossi un nemico. Ma continuavo a spiegare, dovevo spiegare: quella era infine la mia ideologia, il mio governo, il mio partito, il mio Stalin».

Alla morte di Stalin, alcuni polacchi piansero, altri risero. Nel triennio seguente l’impero sovietico non mostrò sintomi di cedimento. Ma in Polonia nel 1955 il governo indisse una «festa della gioventù», invitando giovani da tutto il mondo. Erano tutti giovani simpatizzanti di sinistra. Eppure il contatto con ragazzi cresciuti nei paesi capitalisti portò un turbamento nella coscienza di molti polacchi, specie tra i giovani. Nel febbraio del 1956 si diffuse, più o meno clandestinamente, il rapporto «segreto» di Krusciov al XX Congresso del Pcus.

Uno shock per il ragazzo polacco che si era innamorato del suo partito e del suo Stalin! «Ora ho diciotto anni. Appare chiaro che aveva detto la verità la mia vecchia zia circa la crudeltà dei metodi di inquisizione della Polizia, circa la dittatura di Stalin. La storia era stata realmente falsificata. Coloro che consideravano con sospetto ogni mia domanda, ogni mia richiesta di chiarimento, parlano ora di “epoca staliniana”. Raccomandano il jazz che due anni fa combattevano come un fenomeno della corrotta cultura occidentale. E io? Io non sono capace di mutare animo, senza il timore di diventare uno straccio. Mi vergogno per voi tutti, e prima di tutto per me, per la mia stupidaggine e credulità». Quante persone generose hanno percorso questo cammino, per poi approdare alla «vergogna»?

Alla fine del giugno 1956 scoppiarono a Poznan tumulti sanguinosi al grido di «vogliamo pane». Il «tubo digerente» rivendicava giustamente i suoi bisogni. In ottobre imponenti dimostrazioni riportarono al potere il dissidente Gomulka che aveva dovuto scontare parecchi anni di prigione per supposte «eresie». Nuove speranze accendevano gli animi. Persino il cardinale Wyszinski (da poco liberato) esortò i fedeli ad appoggiare il nuovo corso suscitando molte perplessità in Vaticano.

Ma le speranze furono ancora una volta deluse. Non c’era più il Grande Terrore dell’epoca staliniana, ma la vita della gente si trascinava senza alcun entusiasmo. Nessuno credeva più alla minaccia tedesca, era sfumato l’entusiasmo per la modernizzazione della società. La figura dello stakanovista era circondata di ridicolo. La parola d’ordine sussurrata da ogni lavoratore era «in piedi o sdraiato, lo stipendio arriva lo stesso».

Se una signora entrava in un negozio, sovente le commesse la guardavano con fastidio: «Che vuole questa stupida?». Per trovare qualcosa, sovente occorreva mettersi in coda (al gelo!) alle 4 del mattino. E le code erano un modo per fare assemblea e inveire contro il regime. Si trovava invece di tutto nei negozi per turisti. Ma bisognava pagare… in valuta estera, in dollari!

Negli anni Ottanta, praticamente nessun polacco era «comunista» per convinzione. Si era iscritti al Partito per opportunismo. Infatti le abitazioni dei “compagni” erano molto più confortevoli delle abitazioni degli “uguali”.

Questo è un brevissimo quadro di come l’esperienza del socialismo reale venne vissuta dalla gente comune. Illusione, delusione, frustrazione, fastidio. E sollievo nel 1989. Ma allora (bella domanda!) l’esperienza comunista e gli ideali su cui si basava… è tutto da buttar via? È il trionfo del capitalismo, dell’individualismo più esasperato?

 

(continua)

Dario Oitana

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