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Le «campagne» contro le «città del mondo»

A un giovane nato dopo quegli anni, può apparire un periodo folle, senza senso: cosa volevano i terroristi? ed a chi poteva venire in mente se non ad organizzazioni criminali di sparare a magistrati, poliziotti, industriali, dirigenti, addirittura sindacalisti? Eppure il periodo che viviamo è figlio diretto di quegli anni, di ciò ch’è accaduto, delle scelte fatte allora, delle strade che si imboccarono e di quelle che si abbandonarono.

E non solo per l’Italia, il paese che con la Germania, più è stato investito dal fenomeno terroristico, ma anche per il mondo intero. Basti pensare che l’enorme debito pubblico che soffoca l’Italia si è accumulato a partire proprio dalla metà anni ’70 e che la svolta politica mondiale in cui ancora ci troviamo è avvenuta in Cina nello stesso periodo e in Inghilterra e negli Usa e poi anche in Italia a cavallo tra ’70 e ’80 proprio per dare una risposta alternativa a quella prospettata da maoisti e terroristi. Perché la strategia terroristica era strettamente legata a quella lanciata nel ’66 da Mao Zedong e dal PCC con la Rivoluzione culturale.

 

La decolonizzazione

Il mondo dopo la fine della seconda guerra mondiale vedeva livelli di vita molto diseguali ed una situazione politica di grande confusione. I tre quarti dell’umanità viveva in paesi poveri, sottosviluppati e stagnanti, il resto abitava paesi industrializzati in rapido sviluppo, in cui la ricchezza ed il consumo aumentavano a ritmi sostenuti. Questa situazione era il risultato del vantaggio che la rivoluzione industriale aveva dato ad alcuni paesi, permettendo loro di colonizzare e così poter sfruttare le risorse, il lavoro ed il potenziale di consumo del resto del mondo. All’inizio degli anni ’60 però un poderoso movimento di decolonizzazione stava portando, almeno formalmente, l’indipendenza a 2,5 miliardi di persone in Africa ed Asia. I nuovi Stati erano però deboli, con guerriglie, colpi di stato, tentativi degli ex colonizzatori di mantenere il potere economico. Un’altra zona calda era l’America Latina che era dominata da dittature militari ed oligarchie latifondiste che tenevano la popolazione in situazione di sottosviluppo e povertà. In questo contesto la Rivoluzione cubana aveva stimolato movimenti di opposizione e di guerriglia. Un aforisma di Mao, molto famoso in quel periodo, fotografa chiaramente la situazione e la sua strategia: «c’è grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente». A complicare ulteriormente questo scenario avviene una profonda rottura tra URSS e Cina. I due paesi comunisti si scontrano proprio perché entrambi cercano di conquistare l’egemonia, vitale per il loro sviluppo, sul terzo mondo.

 

La strategia rivoluzionaria

Con la Rivoluzione culturale il maoismo, basandosi sull’esperienza della rivoluzione cinese dove un esercito di contadini aveva schiacciato il più potente e ben armato dall’occidente esercito nazionalista arroccato nelle città, lancia la sua strategia per una rivoluzione mondiale: «le campagne del mondo (i paesi sottosviluppati. La Cina vuol prendere la testa di tutti i nuovi stati indipendenti e di tutte le guerriglie e rivoluzioni in corso) accerchiano e poi sconfiggono le città (i paesi ricchi dell’occidente)». È in questo quadro generale che le frange più estreme di sinistra, in particolare in Italia e Germania, concepiscono il disegno di scatenare, proprio nelle città occidentali la guerriglia, secondo il modello sudamericano, per disarticolare lo Stato (che chiamano SIM, Stato Imperialista delle Multinazionali), indebolirlo dall’interno e facilitare così il compito della rivoluzione globale. Loro si pensano come combattenti della rivoluzione mondiale e non certo come terroristi; quando vengono catturati si dichiarano infatti prigionieri di guerra.

 

La situazione italiana

In Italia c’era il più grande partito comunista dell’Occidente, che raccoglieva più del 30% dei voti (dopo il ’75 raggiunse la punta massima del 38%). Il Pci seguiva la linea dell’Urss, perciò i terroristi si scontrano frontalmente con esso, accusandolo di essersi imborghesito, di aver abbandonato la via rivoluzionaria e di aver accettato completamente il capitalismo. Sono le stesse accuse che la Cina rivolge all’Urss, si replica dunque a livello italiano lo scontro tra i due giganti comunisti. Molti rivoluzionari si rifanno idealmente ai partigiani e pensano di portare a compimento quella rivoluzione comunista che il Pci ha interrotto dopo la Liberazione, rinunciando allo scontro con lo Stato borghese e abbracciando con convinzione la democrazia per lucrare ottime posizioni di potere dall’opposizione, senza neppure avere l’onere di dover governare. Il Pci li ricambia della stessa moneta, con una chiusura totale verso di loro, perché pensa che ogni concessione avrebbe portato a un loro riconoscimento come belligeranti. Questo scontro frontale porterà il Pci a rifiutare qualsiasi trattativa con le Brigate Rosse che avevano rapito l’onorevole Aldo Moro, costringendo la Dc a seguirlo. Il muro contro muro costerà la vita all’esponente della Dc. Il partito di Moro non poteva di certo essere più morbido con i rapitori (che avevano trucidato la scorta), perché avrebbe prestato il fianco all’accusa di cedevolezza verso i terroristi.

Veramente in quegli anni «la confusione sotto il cielo» d’Italia era grande. Vi erano bombe anarchiche e stragi di estrema destra, trame oscure, con intrecci tra destra, sinistra e servizi segreti (italiani ed esteri). Ci furono pure tentativi, più o meno seri, di colpo di stato. I morti per le strade si contarono a decine, tra terroristi, giovani di opposte fazioni, esponenti politici, forze dell’ordine, magistrati, giornalisti, comuni cittadini. La situazione era così confusa che per parecchi anni molti restarono convinti che le Brigate Rosse fossero in realtà provocatori di destra, il cui obiettivo fosse proprio bloccare l’avanzata del Pci e della classe operaia.

 

La rivoluzione abortita

Questa folle strategia fallisce nel breve volgere di un decennio non avendo la minima possibilità di riuscita: sia per la sproporzione delle forze in campo, sia perché l’isolamento in Occidente era totale (gli operai volevano migliorare la loro condizione non metterla a rischio con una guerra civile), sia soprattutto perché le masse povere del terzo mondo, cinesi compresi, guardavano proprio all’Occidente, volendone imitare i livelli di vita. Chiedevano un aiuto per questo, non avevano bisogno di ideologia e, se proprio dovevano subire l’egemonia di qualcuno, preferivano quella dei paesi ricchi a quella di un paese povero come loro quale la Cina. Infatti è stato proprio il Pcc di Deng Xiaoping per primo che, subito dopo la morte di Mao a metà degli anni ’70, cambia radicalmente strada abbracciando un capitalismo a forte controllo politico, cercando, con l’uso anche di capitali occidentali, di ripercorrere a tappe forzate la strada già seguita dagli altri paesi sviluppati. Nonostante ciò, mostrando fino a che punto l’ideologia può accecare, il terrorismo in Italia con la sua tragica scia di morti, è continuato fino agli anni ’80.

 

Angelo Papuzza

 

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