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Spedizione punitiva, un secolo dopo

 

«Tönle si alzò in piedi … sentì quindi scendere dal cielo, da sopra i monti, come il rombo sordo e cupo di un grosso insetto e poi il silenzio assoluto e laggiù, verso l’Hort, un bagliore e un grande fumo levarsi e, dopo, un boato da far tremare le radici delle montagne.

Era il “Lungo Giorgio” il cannone da 350 mm. Che sparava bombe da 750 chili per 30 chilometri; aveva dato il segnale della “Spedizione punitiva” … A intervalli regolari altre bombe simili arrivarono sul paese..e scoppiavano tra le case uccidendo, frantumando muri e tetti, incendiando». La prosa sobria ed essenziale di Mario Rigoni Stern, in Storia di Tönle, così descrive il bombardamento di Asiago, il 15 maggio 1916, primo atto di quella offensiva decisa dall’Austria, ad un anno esatto dall’entrata in guerra dell’Italia, per punirla di aver tradito la solidarietà della Triplice Alleanza. In fretta e furia la popolazione civile fu evacuata nella pianura veneta. Questa volta i carabinieri non venivano ad arrestare i contrabbandieri, categoria alla quale Tönle apparteneva, ma per accertarsi che la gente lasciasse le case, per cui commenta l’autore: «Sebbene Tönle di cose e fatti del mondo ne avesse viste e passate, mai gli era capitato di vedere così le case degli uomini; così vuote, silenziose e misere. Come un’arnia abbandonata; o un nido rapinato».

Lo sgomento degli austriaci per l’attacco dell’Italia nel 1915 era stato notevole, sia perché si sapeva di una trattativa riservata mirante a tenere l’Italia fuori dal conflitto in cambio di rilevanti cessioni territoriali, sia perché i rapporti tra Veneto e Vienna erano sempre stati intensi. Molti italiani erano migranti stagionali, apprezzatissimi in Austria, per le loro qualità di carpentieri, muratori, falegnami. Riuscivano così ad integrare i magri frutti di un’agricoltura o di una pastorizia ingrata. Altri come Tönle, tra i molti mestieri, facevano i venditori ambulanti di stampe sacre, spingendosi fino a Praga e cavandosela in tre o quattro lingue. Riuscendo, commenta Rigoni Stern, a vendere quadri della Madonna persino ai protestanti boemi. Alla fine della guerra Tönle non si darà pace di trovare molti confini tra piccoli stati dove si estendeva l’unico grande impero. Nei primi tempi gli austriaci non credevano ai loro occhi e soltanto quando i loro giovani cominciarono a tornare a casa nelle bare l’odio contro gli italiani esplose, aggravato da quello che, non a torto, considerarono il tradimento di un alleato.

 

Un saggio profetico, e criticato

Può essere interessante in proposito esaminare il punto di vista di un intellettuale e uomo politico austriaco, deputato al parlamento per i socialdemocratici, ammiratore della cultura italiana e profondo conoscitore della nostra storia. Siamo nell’aprile del 1915 quando Ludo Moritz Hartmann pubblica sull’«Unità» (rivista settimanale fondata da Gaetano Salvemini a Firenze e che uscirà dal 1911 al 1920) un saggio sulla trattativa tra Austria e Italia, che precedette l’entrata in guerra di quest’ultima.

L’Austria-Ungheria era disposta, com’è noto, ad accettare per confini dello Stato (italiano) all’incirca i confini linguistici. Il governo italiano volle però la segretezza delle trattative perché l’opinione pubblica non sapesse il “parecchio”, secondo l’espressione di Giolitti, che si sarebbe potuto ottenere in via pattizia, evitando la guerra. Hartmann distingue due linee di discussione politica nello schieramento italiano: quella nazionale (il completamento del Risorgimento) da lui approvata e quella delle pretese imperialistiche, sostenuta da Sonnino che alla fine prevalse ed escluse ogni possibilità di accomodamento. Con dovizia di dati statistici sulla presenza dei vari gruppi etnici, Hartmann sostiene l’indiscutibile italianità del Trentino fino a Salorno in Val D’Adige, con la Val di Non e la Val di Sole: un confine fermo da 1400 anni, da quando cioè il generale bizantino Narsete nel 560 d.C. «pose i confini della romanità contro i Germani». A Bolzano invece gli austriaci sono 95.000 contro 5.000 italiani. Ciò che dimostra la vacuità delle teorie ottocentesche del confine come spartiacque, cosa non vera anche in altre zone degli incerti confini alpini. Più problemi pongono il confine dell’Isonzo/Iudrio e la situazione di Trieste (due terzi di italiani e un terzo di sloveni). Hartmann, non a torto, sostiene che la città deperirebbe se fosse annessa all’Italia, senza hinterland (pressoché totalmente sloveno e croato). Da una posizione strategica di sbocco al mare dell’impero a città portuale italiana molto periferica. Quello che si è constatato dopo il 1954 con il ritorno definitivo all’Italia della zona A, comprendente la città e una sottile striscia di territorio intorno ad essa. Meglio forse uno statuto internazionale di città libera, garantito dalle grandi potenze? Hartmann non formula esplicitamente questa ipotesi, ma la lascia trasparire dal contesto. Circa le pretese italiane sulla Dalmazia, è parimenti critico: «Nel dominio della cessata repubblica veneta, accanto a 611.000 slavi, vivono ormai appena 18.000 italiani». E conclude: «L’Italia è al bivio. Una via conduce al conseguimento dei confini naturali e storici dell’Italia, l’altra è la via della conquista imperialistica che oggi e da cento anni ha portato i popoli europei a inutili guerre. La prima via è oggi aperta senza che l’Italia subisca inutili sacrifici di vite umane… se è vero che l’Austria apparsa agli italiani all’epoca del suo dominio … come l’oppressore nazionale, (oggi) è pronta a cedere le terre veramente italiane, rimediando così al torto fatto a suo tempo alla nazione…» e più avanti, ahimè, ancor più profeticamente, in un crescendo appassionato di comprensibile retorica: «Dappertutto in Italia si chiede l’intervento. Ma non è forse l’intervento divenuto fine a se stesso o, peggio ancora, senza scopo? Sanno gli uomini che chiedono l’intervento quale responsabilità assumono di fronte alla nazione e all’umanità? Vogliono essi sacrificare ad un idolo che non conoscono, ad una vana chimera, ecatombi di uomini? Non griderà loro la nazione ch’essi credono di rappresentare: perché?».

La pubblicazione del saggio suscitò reazioni e commenti, alquanto aspri, da parte di alcuni redattori della rivista e dello stesso Salvemini, ai quali Hartmann rispose nel numero del 14 maggio, ribadendo sostanzialmente le sue argomentazioni e ringraziando ancora per l’ospitalità e il fecondo dialogo anche da posizioni diverse.

Le scelte belliciste prevalsero sotto la spinta di una opinione pubblica, in realtà assai ristretta, ma convinta e determinata. Il conto lo avrebbero pagato le grandi masse contadine dell’Italia di allora per le quali lo stato si manifestò, per la prima volta, con la cartolina precetto. Di lì a 10 giorni ebbe inizio il grande massacro. I sacrifici agli idoli e alle chimere sarebbero ininterrottamente durati fino al 4 novembre 1918.

Pier Luigi Quaregna

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