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 432 - ITALIANI D’ALBANIA, UNA STORIA POCO CONOSCIUTA / 2

 

LA VITA OFFESA

 

Se per gli albanesi gli anni del potere assoluto di Hoxha furono economicamente, socialmente e politicamente particolarmente duri, per i cittadini italiani rimasti, l’oppressione si dimostrò per molti versi maggiore a causa delle molteplici e aggiuntive vessazioni cui erano sottoposti. Infatti, le autorità li consideravano dei potenziali nemici ritenendoli, nonostante gli anni di permanenza, un corpo estraneo da tenere sotto controllo.

La volontà del regime era sia di inglobarli nel sistema sociale e politico albanese svuotandoli di ogni elemento di estraneità e di differenziazione, sia, contraddittoriamente, di tenerli ai margini. Il sistema comunista, fondato com’era su un principio comunitario e nazionalistico in cui popolo, patria e Stato dovevano identificarsi, non poteva tollerare differenze, smagliature o incongruenze, mentre gli italiani e le italiane, con la loro semplice presenza, esprimevano evidentemente proprio la negazione di tale principio, minandolo pericolosamente. Infatti, se da un lato le autorità albanesi tentavano di assimilarli, spogliandoli di ogni caratteristica che poteva distinguerli dagli altri, rendendoli in tal modo uguali a tutti gli albanesi, dall’altra li penalizzava e discriminava, riaffermando paradossalmente in tal modo proprio la loro differenza. Alla luce di questa assurda e contraddittoria situazione, si può capire come per gli italiani raggiungeva il parossismo una delle principali caratteristiche della vita degli albanesi di quegli anni, cioè imparare a capire cosa dire e cosa tacere, apprendere a vivere con sincerità la menzogna, e non dire quello che si pensava e non pensare quello che si diceva. Infatti, questa forma mentis era una modalità che con il tempo si imparava ad assimilare lentamente, ma che non sempre diventava automatica. Chi non ci riusciva finiva male e rischiava di mettere in difficoltà la sua stessa famiglia. Bisognava poi imparare a sospettare di tutti e di tutto e a credere a cosa il regime voleva si credesse. Bisognava credere al pericolo dell’invasione da parte di un paese straniero e dire che tutto andava bene, anche se gli scafali dei negozi erano vuoti e si dovevano fare code chilometriche per ore per avere un litro di latte. Ma fondamentalmente bisognava far finta di non pensare troppo ai propri famigliari al di là del mare, ai propri genitori e ai fratelli lasciati anni addietro. Non bisognava neanche esagerare nel voler mandare troppe lettere o avere contatti troppo frequenti con la famiglia in Italia. Tutto ciò poteva risultare sospetto.

 

In questo modo la repressione non si limitava solo alle idee, ma raggiungeva gli affetti. Agli italiani chiedevano, anzi ordinavano, di dimenticare ciò che non si poteva dimenticare: la casa dell’infanzia, i genitori, il proprio passato e in ultima istanza se stessi. Questi elementi, in quel contesto, invece di essere fattori dinamici di costruzione della propria identità, potevano trasformarsi, se non maneggiati con cura, in pericolose armi di autodistruzione per se stessi e i propri cari. Meglio era soffocarli nel profondo della propria anima e farli emergere con cautela solo quando si era davvero sicuri che non potessero fare male o quando non se ne poteva più.

Eppure non sempre il meccanismo funzionava come avrebbe dovuto. Il rimosso inaspettatamente riemergeva, in fondo l’essere umano non è poi così razionale e non tutto è controllabile. A volte ci si confondeva o si commetteva un errore o, nei casi estremi, s’impazziva. Per questa ragione non si parlava la lingua italiana in pubblico, neanche con i propri parenti o i propri figli, poiché ciò poteva essere inteso come una provocazione o l’espressione di rifiuto nei confronti del regime. L’italiano si parlava a casa, tra le mura domestiche. A volte il timore era tale che si evitava anche questo. «Mio padre», racconta Elisabetta Sponza «non ci parlava mai in italiano, non ce lo insegnò neanche. Tale era la sua paura che non raccontava assolutamente nulla neanche della sua vita prima che restasse bloccato in Albania. Noi figli eravamo cresciuti come albanesi, l’Italia e l’italiano l’abbiamo scoperto negli anni ’90, quando lui ormai non c’era più… Era solo in Albania, non aveva più contatti con la sua famiglia in Italia che aveva lasciato a 19 anni per fare il militare e d’allora aveva perso ogni riferimento. I suoi genitori avevano creduto che fosse morto, mentre lui non poteva scrivere loro poiché non aveva il loro indirizzo (prima del conflitto vivevano sull’isola di Corfù dove possedevano un albergo, ma a causa della guerra erano ripartiti per Torino, ndr). Rimase solo tutta la sua vita, portandosi dentro una profonda tristezza che lo accompagnò fino alla sua morte sopraggiunta nel 1990, senza aver mai rimesso piede nel suo paese. Il suo rapporto con l’Italia era tutto concentrato nell’ascolto illegale della radio, a sua volta azione molto pericolosa. Allora si chiudeva in camera da letto o in bagno affinché nessun estraneo potesse sentirlo, al buio, in forma che potrei definire clandestina e quindi ascoltava i programmi radiofonici della Rai».

In altri casi si evitava anche solo di sognare o di immaginare l’Italia o un possibile rimpatrio: «In fondo era pericoloso anche solo pensare “voglio andare a trovare mia zia in Italia”, perché se lo pensavi, prima o poi lo avresti detto, ti sarebbe scappato e allora erano guai. Si evitava di pensare certe cose e basta. C’era un limite anche nei tuoi pensieri, e tu sapevi che non dovevi superarlo. Le cose andavano così e per noi era normale… sul letto di morte, mio padre, quando gli dissi che volevo partire per l’Italia, ebbe un riflesso condizionato e girò la testa intorno per essere sicuro che nessuno sentisse. Ecco cos’era il nostro livello di autocontrollo», racconta oggi Renato Fumagalli, seduto su una comoda poltrona nella sua casa in Piemonte.

A partire dagli anni ’60 venne concesso un permesso di espatrio dalla durata di un paio di mesi da trascorrere in Italia, sempre con la condizione di lasciare i propri cari in Albania. Ovviamente, l’autorizzazione non era un diritto acquisito concesso automaticamente. La persona che faceva richiesta doveva in primo luogo essere “politicamente in regola” e dimostrare di non avere commesso azioni o pronunciato parole contro il partito; in secondo luogo doveva impegnarsi, in Italia, a non esprimere opinioni o giudizi sull’Albania che potessero ledere l’immagine del paese, meno che mai avere rapporti con giornalisti o persone non gradite al regime. Nel corso della permanenza in Italia, al fine di assicurarsi che l’interessato si “comportasse correttamente”, la persona era spesso seguita e controllata da personale incaricato dalle autorità di Tirana. In tal modo la cittadina o il cittadino italiano, nel corso della sua visita, non era mai veramente libero e, per timore di possibili ripercussioni sui propri cari in Albania, evitava qualunque commento, anche con i parenti, sulla realtà sociale e politica del regime di Hoxha, limitandosi a trascorrere una visita dal carattere assolutamente privato e riservato.

Una volta rientrato in Albania, aveva l’obbligo di stendere un dettagliato rapporto scritto da presentare alle autorità di polizia ed era sottoposto a un interrogatorio in cui doveva indicare le persone da lui o lei incontrate e gli argomenti delle conversazioni tenute nel corso della sua visita. Alla luce delle dichiarazioni rilasciate e della loro attendibilità, il funzionario di polizia poteva, se per qualunque ragione le affermazioni dell’interessato non lo convincevano, pregiudicare un successivo viaggio in Italia proibendone l’autorizzazione.

 

In alcuni casi però, nonostante tutte le precauzioni da parte delle autorità albanesi nei confronti dei partenti, la voglia di libertà e la disperazione personale prendevano il sopravvento su chi otteneva il tanto agognato permesso di espatrio. Almeno in due casi documentati, un uomo e una donna in due situazioni distinte, non fecero, infatti, ritorno in Albania a conclusione del loro periodo di permanenza in Italia.

Il primo caso avvenne nel 1962 ed ebbe quale protagonista la signora Virginia Curcio, residente in Albania dal 1930, sposata con un cittadino albanese e madre di quattro figli. Partita con l’unico figlio maschio per rivedere i suoi cari in Italia, una volta giunta a destinazione, decise di non rientrare, lasciando suo marito e gli altri figli a Tirana. La famiglia nella sua interezza si rincontrò dopo oltre trent’anni in Italia al momento del rimpatrio organizzato dall’ambasciata, anche se ormai i diversi percorsi personali e il tempo passato resero impossibile la riunificazione famigliare. La lacerazione e il dolore vissuti erano troppo profondi per poter essere colmati; i due spezzoni del nucleo originario continuarono il loro percorso nel nuovo paese indipendentemente uno dall’altro. Il secondo caso avvenne nel 1980, questa volta il protagonista si chiamava Domenico Gismondo. Anche lui ottenne un permesso per rivedere i suoi parenti che non vedeva da decenni e anche lui dopo aver trascorso un breve periodo assieme ai suoi famigliari prese la decisione di non rientrare a Scutari e lasciare sua moglie.

In parallelo con questi viaggi dall’Albania all’Italia, le autorità di Tirana autorizzarono in molti casi la venuta dei parenti in Albania ospitati nelle famiglie dei loro famigliari. In questi casi, ovviamente, l’attenzione, sia da parte di chi riceveva che da chi giungeva, a ciò che si diceva o si faceva era massima: una parola di troppo, un giudizio sbagliato, un’affermazione che poteva essere riportata su qualche mezzo d’informazione in Italia, rischiava di essere pagata a carissimo prezzo. Tuttavia qualcosa sfuggiva sempre ai severi censori, e un incontro con chi non si sarebbe dovuto incontrare avveniva frequentemente e richieste d’informazioni su parenti o amici, o consegne di lettere o altro capitava quasi regolarmente. Ovviamente di nascosto e in forma clandestina, evitando sguardi indiscreti e persone non fidate. Nulla a che vedere con i samizdat sovietici o con “Charta 77” cecoslovacca; non si trattava di richiedere la divulgazione all’estero di comunicati politici o di far uscire documenti di denuncia sulla violazione dei diritti umani; si cercava solo di far ricevere una lettera ad un fratello o a un genitore, avere notizie di una famiglia, o semplicemente chiedere un consiglio. Un contatto con un turista italiano nel 1984 permise ai fratelli Rubolino di avere informazioni sul loro padre: «Incontrare uno straniero in quegli anni richiedeva un permesso speciale da parte del Ministero degli interni ed essere una persona di fiducia del partito, tutte condizioni che non possedevo», ricorda Roberto. «Allora tentai un’altra strada: in un bar di Durazzo consegnai a un amico fidato che conosceva il turista, un biglietto in cui indicavo luogo e data di nascita di mio padre. Questi provvide a consegnarglielo. Dopo tre mesi di attesa, dall’Italia mi giunse una lettera. Ero talmente eccitato che non ebbi il coraggio di aprirla. La guardavo e riguardavo. Era di mio cugino che ovviamente non conoscevo. Aveva ricevuto il mio messaggio e mi comunicava, purtroppo, che mio padre era morto già da qualche anno. Nonostante la tragica notizia, quel messaggio consegnato di nascosto in un bar a un amico, permise a mio fratello e a me di riprendere i contatti con la mia famiglia in Italia, dopo anni di silenzio assoluto. Gli sono riconoscente per tutta la vita».

William Bonapace

(continua)

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