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 453 - Chi sia l’ebreo lo sa soltanto il persecutore

 

Una lapide per Quinzio e una battuta di Abu Mazen

 

Non accade spesso di trovare targhe e lapidi con poca retorica che rispecchiano fedelmente lo spirito della persona celebrata. Per cui grande è stato il mio stupore quando, in una ventosa e rigida giornata di gennaio ad Alassio (l’inverno morde anche in Liguria, benché i continentali la pensino diversamente), su una facciata del Comune ho letto: «In questa sede civica nacque il 5.V. 1927 / Sergio QUINZIO / pensatore e teologo / visse la sua storia di pensiero e di fede / come espressione ed esperienza reale / della “tenerezza di Dio” / intravista e sofferta nell’ascolto e / nella ricerca appassionata / della sua parola / Nel centenario del palazzo comunale / L’amministrazione e la popolazione / posero il 17 luglio 2004». Chi ha scritto queste parole ha letto le sue opere e ha capito chi era.

Figlio del comandante dei vigili di Alassio (che fruiva dell’alloggio di servizio nella casa comunale), si trasferisce a Roma per frequentare l’Università, ma nel 1949, per necessità familiari, si arruola nella Guardia di Finanza e vi presta servizio per circa 20 anni. Sul finire degli anni 60 lascia l’Arma e, con una scelta quasi monastica, si ritira ad Isola del Piano, piccolo paese delle Marche. Sono anni di profondi studi e di collaborazioni editoriali prestigiose. Muore a Roma il 22 marzo 1996. Grande biblista, forse oggi un po’ dimenticato, indagò con prosa densissima molti aspetti dell’ebraismo (Le radici ebraiche del moderno, 1990) senza tralasciare temi delicatissimi, come quello del fallimento del cristianesimo (Cristianesimo dell’inizio e della fine, 1967 e soprattutto Mysterium iniquitatis, 1995). In quest’ultima opera, infatti, egli immagina la scomparsa della Chiesa, con un’ultima enciclica che sancisce il dogma del suo fallimento.

Davide e Golia

Ho pensato a Quinzio quando il 30 aprile scorso Abu Mazen (il cui vero nome è Mahmud Abbas), presidente dell’Autorità nazionale palestinese con sede a Ramallah, parlando davanti al Parlamento, ha affermato che «fu la funzione sociale degli ebrei, a partire dalla concessione di prestiti in denaro (usura e attività bancarie), a suscitare animosità nei loro confronti in Europa e quindi a creare le basi di quell’antisemitismo che portò alla Shoah». Per cui l’antisemitismo nella storia non avrebbe avuto motivazioni religiose. Nei giorni successivi si è scusato con parole chiare: «Se qualcuno è rimasto offeso, mi scuso… Ho profondo rispetto per la fede ebraica e per le altre fedi monoteistiche. Ribadisco la nostra ben nota condanna della Shoah come uno dei crimini più odiosi della storia». Scuse respinte dal governo di Tel Aviv. Abu Mazen mi è sempre sembrata una figura di moderazione nel quadro infuocato del Medio Oriente. A differenza di Arafat, veste sempre in abiti civili e appare impegnato a mediare tra le varie anime dei movimenti palestinesi, che nessuno in realtà riesce a unificare. C’è chi ha ricordato la sua tesi di dottorato (Mosca, 1982), nella quale sosteneva argomenti se non negazionisti, quanto meno riduzionisti, indagando la «connessione tra nazismo e sionismo 1933-1945». Un precedente imbarazzante. Ora siamo in pieno clima di scontro, con i ricorrenti venerdì tragici che a Gaza ricordano la nakba (l’esodo forzato dei palestinesi nel 1948). E dove, con un’assoluta sproporzione di mezzi, il presidio israeliano dei confini provoca centinaia di morti e migliaia di feriti. Per cui il generale israeliano Zvika Fogel afferma che «tra Davide e Golia siamo sempre stati con Davide ma ora ci troviamo ad essere Golia». Lo stesso che, commentando l’ordine di sparare anche ai bambini che si avvicinano al confine, avrebbe fatto la seguente agghiacciante affermazione: «Vale più il nostro sangue o il loro?». E Trump getta benzina sul fuoco col trasferimento dell’ambasciata, decisione presa dagli Usa molti anni fa, ma poi sempre rinviata.

Il sangue, fluido prodigioso che scorre nelle nostre vene, in modo del tutto identico per tutti, diventa segno della maggiore o minore dignità delle persone. Il sangue blu, quello sacrificale, quello dell’alleanza, quello versato per la patria, «il sangue barbarico che farà rosso l’Isonzo» (Gabriele D’Annunzio, detto il Vate). «Non abbiamo ormai altro valore se non quello del nostro sangue da versare» (sempre il Vate). «Il sangue purissimo della gioventù italiana» (Mussolini, riferendosi ai caduti fascisti in Spagna). Tragiche metafore di pura follia. Riferisce Hannah Arendt ne La banalità del male che ai tempi della “soluzione finale” in Germania vi fu accesa discussione sul problema dei mezzi ebrei. Sterminarli o no? Nel primo caso sarebbe andata perduta una parte di sangue «pregiato».

Ebrei “usurai”

Quanto alle affermazioni di Abu Mazen è bene non dimenticare secoli di limitazioni e divieti professionali per cui il prestito di denaro e il piccolo commercio era l’unica possibilità di sopravvivenza. Ed era anche molto ben vista da monarchi cristianissimi, che potevano così finanziare le loro attività, in primo luogo le campagne di guerra. Nella storia del ducato sabaudo (poi regno di Sardegna) si spiega così, almeno in parte, la relativa tolleranza di cui godevano le comunità ebraiche piemontesi. Purché, beninteso, se ne stessero chiuse nei loro ghetti dopo il coprifuoco serale e per l’intera settimana santa. Spazi ristretti e compressi persino da morti come le tombe ammonticchiate l’una sull’altra del cimitero di Praga. Prestare denaro a usura non era poi esclusivo degli ebrei se, come narrano le cronache, nella Torino quattrocentesca, misero borgo di meno di 10.000 abitanti, metà di questi coltivavano le terre del contado e l’altra metà viveva appunto di usura…

Ed è pure errato sostenere che l’antisemitismo non abbia, almeno in parte, motivazioni religiose. Solo Papa Giovanni XXIII negli anni 50 del secolo scorso abolì la “preghiera” del venerdì santo per «i perfidi giudei». Molte sono le fonti su questo tema ma un quadro molto interessante è quello delineato da Raul Hilberg, che confronta il contenuto delle leggi di Norimberga del 15 settembre 1935 con i tanti provvedimenti restrittivi presi lungo i secoli dalle autorità civili e religiose “cristiane”, a partire dal IV secolo (La distruzione degli ebrei d’Europa, vol. I, pp. 8, 9 e 11).

Ma allora «chi è l’ebreo?», si chiede Sergio Quinzio (Radici ebraiche del moderno, pp. 62 sgg.). «Chi sia l’ebreo lo sa soltanto il persecutore. Per il resto è diventato impossibile saperlo. Ogni definizione può essere al massimo una provvisoria convenzione». «Ebreo non è necessariamente chi è di religione “israelitica” o “mosaica” dal momento che tantissimi ebrei sono atei o agnostici». «L’ebreo sarebbe definibile in relazione all’osservanza delle miswot, ma la stragrande maggioranza degli ebrei non osserva più le miswot». Ci soccorre forse un criterio etnico per definire l’ebreo? «A parte gruppi come i caraiti, i falascià e gli yemeniti, ebrei etnicamente incerti − risponde negativamente Quinzio − fin dal tempo di Mosè, la Bibbia attesta l’appartenenza al popolo ebraico di uomini di stirpe diversa, come Caleb e l’ebraismo considera ebree le donne che, sposate ad ebrei, vogliono essere ebree». Resta da considerare ancora l’appartenenza alla tradizione culturale e al costume ebraico. Criterio quanto mai vago e incerto. Infatti «esistono ebrei lontanissimi dalla loro tradizione e dal loro costume, che non conoscono né l’ebraico, né l’ebraismo» e per converso «esistono non ebrei che hanno per l’ebraismo un amore profondo e celebrano il seder pasquale, con gli ebrei che li accettano, e pregano… con loro con la kippah sul capo».

«Chi è ormai l’ebreo, quell’ebreo nomade, ed esule da sempre, che incarna nel mondo contemporaneo la consumazione di ogni identità? … Forse un miscuglio, uno degli infiniti miscugli in proporzioni variabili di tutti gli elementi che ho considerato – conclude infine Quinzio – e di altri ancora ai quali non ho pensato. Il persecutore ha fiuto, coglie l’ebreo in una qualunque di queste mescolanze, in cui è presente in qualche modo “quel” lievito. L’ebreo forse non esiste più… esiste solo quel lievito disperso ovunque nella pasta».

Pier Luigi Quaregna

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