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 356 - DOSSIER - FATTI E IDEE A PARTIRE DA RORTY

 

IL MONDO NON È LA FUORI

 

Nel mese di giugno all’interno della redazione si è avviata una discussione via mail a partire da un testo di Richard Rorty. Ci è sembrato non del tutto inutile fornirne un resoconto. (a. r.)

 

«Si deve distinguere tra l'affermazione che il mondo è là fuori e l'affermazione che la verità è là fuori. Dire che il mondo è là fuori, che non è una nostra creazione, equivale a dire, con il senso comune, che la gran parte di ciò che è nello spazio e nel tempo è l'effetto di cause che prescindono dagli stati mentali dell'uomo. Dire che la verità non è la fuori equivale a dire, semplicemente, che dove non ci sono enunciati non c'è verità, che gli enunciati sono componenti dei linguaggi umani, e che i linguaggi umani sono creazioni umane. La verità non può essere là fuori – non può esistere indipendentemente dalla mente umana – perché non lo possono gli enunciati. [...] Che la verità e il mondo siano là fuori è un convincimento ereditato da un'epoca che concepiva il mondo come la creazione di un essere dotato di un suo proprio linguaggio. Se la smettiamo di preoccuparci di far luce su un tale linguaggio non umano non saremo più tentati di confondere l'idea che il mondo può essere la causa per cui siamo giustificati a ritenere vero un enunciato, che è un'ovvietà, con la pretesa che il mondo, di sua iniziativa, si frammenti in pezzetti a forma di enunciato chiamati “fatti”. Se invece si resta incollati all'idea che esistano fatti in sé è facile dare alla parola “verità” l'iniziale maiuscola in quanto disegno divino. Allora si dirà, ad esempio, che la Verità è grande e vincerà» (R. Rorty, La filosofia dopo la filosofia, Laterza 1989, pp. 11-12). 

 

Idealismo platonico e teologia cristiana...

 

Ma questo non è il buon vecchio idealismo, che ci fa sentire così importanti, creatori del mondo, frammenti dello spirito indiscutibile? Che differenza c'è? Difficile dire qualcosa di nuovo.

Enrico Peyretti

 

 

Ma come si può affermare che Rorty sostiene che siamo frammenti dello spirito indiscutibile, quando semmai ciò che gli si rimprovera è che abolisce tutti i fondamenti, compreso quello della certezza del nostro io, e mettendo in risalto la contingenza di tutti i linguaggi – e di tutte le verità – porta, proprio al contrario, a mettere ogni cosa in discussione?

Massimiliano Fortuna

 

 

Non so se il tema in oggetto interessi a tutti. Certo interessa a tutti coloro che hanno una qualche formazione filosofica e teologica.

È indiscutibile che Rorty è un buon filosofo e non ha nulla a che fare con l'idealismo e con la pretesa, se mai fu tale davvero, dell'idealismo, interpretato dagli anti-idealisti, che il mondo altro non sia che la proiezione della mente umana: il mondo come figlio dell'io.

Platone era un idealista, il padre di tutti gli idealisti, se si considera Parmenide il nonno, e non pensava che il mondo fosse figlio della mente umana, se mai la produzione demiurgica di una mente divina, immutabile ed eterna, costituita non da un singolo individuo, da un Dio personale, ma da un universo di archetipi non materiali, non composti né corruttibili, come gli esseri terreni del mondo in cui tutti, lui compreso, viviamo. Chiamava questo mondo-modello, perfetto e immutabile, forse spirituale, mondo delle idee (di qui il temine idealismo) e riteneva che a tale mondo appartenessimo anche noi, esseri intelligenti, come anime immortali, immutabili ed eterne. A tale impostazione di fondo, che articola narrativamente, miticamente, in modo davvero poeticamente magnifico, ma poetico appunto, la coincidenza parmenidea tra essere dell'essere e essere del linguaggio razionale, tra leggi oggettive e assolute della realtà immutabile e leggi logiche della mente, a tale impostazione idealistica e perfettamente fantastica, va attribuita la convinzione filosofica comune che verità e realtà coincidano. Si badi bene, non la realtà materiale del mondo in cui viviamo e da noi ben distinta, che questa è per Platone copia imperfetta e caduca, ma la realtà ideale ed eterna, che, guarda caso, noi possiamo conoscere non con i sensi, come qualcosa di esterno, ma con la pura mente, rientrando in noi stessi e ricordando quanto abbiamo di essa visto, non qui ed ora, ma là, nel puro mondo ideale, un tempo. Conoscere per Platone è ricordare ed è davvero far corrispondere la nostra conoscenza alla cosa conosciuta fuori di noi.

Il pensiero biblico non ha nulla a che fare con tutto ciò, ma la teologia patristica, medioevale e moderna, sì. Ha oggettivato teologicamente il mondo delle idee col mondo della creazione primeva, ante-caduta, il mondo materiale corruttibile col mondo storico, post-caduta, e la verità con il riconoscimento faticoso della mente che essa sta al di sopra o al di sotto delle cose sconosciute, ma è raggiungibile con uno sforzo di astrazione mentale e spirituale insieme. La verità è il mondo nel disegno divino, nella mente divina, e l'uomo cammina storicamente e faticosamente alla sua ricerca. Un aggiustamento del mito idealista, ma certo nulla di realista e di scientificamente provato o provabile. Tutto fantasia, bella e poetica, ma fantasia.

Il guaio è che questa impostazione ha contagiato anche l'aristotelismo e tutta la scienza antica, medioevale e moderna (solo il relativismo post-moderno se ne sta liberando), in quanto Aristotele e i suoi seguaci scienziati, compresi i galileiani e newtoniani hanno creduto che il mondo, pur non creato da Dio su modello ideale, fosse di per sé costituito così com’è una volta per tutte e con buone e valide ragioni. Possiamo chiamare questa posizione realismo assoluto o idealismo materialistico. Nel caso hanno prodotto l'idea di una natura data e fatta, perfetta, corrotta da qualche evento storico umano, dall'umana ignoranza, ma suscettibile di essere conosciuta in sé nella sua vera essenza buona e perfetta. Ecco allora che anche tale realismo scientifico ha usato l'esperienza, logicamente guidata, alla Bacone, come via per conoscere la verità, vale a dire la natura con le sue leggi, non più divine, ma egualmente necessarie. Anche qui una bella costruzione ideologica, un po' meno poetica, perché laicizzata e disincantata, ma pur sempre frutto di fantasia logica. Un paradosso, quanto mai nefasto. Nefasto almeno, a lungo andare, quanto quello idealistico-platonico o teologico-cristiano.

Dal mio punto di vista dunque Rorty ha ragione.

Aldo Bodrato

 

 

... e Galileo!

 

Vorrei limitarmi a sottolineare quanto sia significativa l'ultima parte del discorso di Aldo: le radici della scienza moderna, dalle sue origini galileiane, sono imbevute di assolutismo metafisico. La convinzione di Galileo che la struttura del mondo sia una struttura eterna fatta di «triangoli, cerchi e altre figure geometriche», come scrive ne Il saggiatore, è un'affermazione metafisica, che riveste di necessità assoluta un linguaggio umano. Il linguaggio matematico è contingente anch'esso, che l'universo sia scritto di per sé in una lingua matematica universale che noi uomini riusciamo a decifrare grazie alla nostra mente è una proiezione metafisica non molto diversa dal credere che esista un Iperuranio contenente i paradigmi ideali di tutte le cose. Del resto la predilezione di Platone per la matematica è nota.

Questo substrato intellettuale mi pare sia ancora proprio di non pochi scienziati odierni (credo della maggior parte). Anche se una discreta porzione di essi si è interrogata a lungo sui fondamenti della scienza, arrivando a dire cose piuttosto simili a quelle di Rorty, vale a dire che quello che possiamo definire verità non è una scoperta di qualcosa inscritto – indefettibilmente e necessariamente – nel mondo, bensì una costruzione dei nostri linguaggi umani, e i linguaggi possono essere tanti e non sempre compatibili fra loro. Marcello Cini a questo riguardo sostiene che a chi dice che però le pietre cadono effettivamente secondo le leggi galileiane e newtoniane, bisogna rispondere che prima cadevano effettivamente secondo le leggi aristoteliche. Una battuta, ma fino a un certo punto. A noi sembra impossibile che le pietre si muovano in modo aristotelico perché siamo immersi in un paradigma newtoniano-galileiano. Magari fra 1000 anni le pietre si muoveranno in un altro modo. Quale di questi è “il modo vero”? Nessuno, non esiste il modo vero in senso assoluto, esistono modi coerenti con le cornici sociali-culturali-filosofiche-teologiche-scientifiche nelle quali siamo inscritti, e in base alle quali interpretiamo certi fenomeni del mondo in forme che ci paiono più persuasive di quelle precedenti e più adatte alle esigenze in forza delle quali ci troviamo a vivere assieme, e così via.

Aggiungo soltanto, se ancora non si fosse capito, che anch'io sono d'accordo con la tesi di fondo di Rorty: il mondo non parla, è muto, siamo noi che lo facciamo parlare, descrivendolo. È giusto, è inevitabile anzi, è il nostro mestiere farlo parlare, stiamo attenti però a non scambiare l'eco della nostra voce per la voce di un'autorità superiore, trascendente o immanente che sia. Potremmo farci un pochino arroganti, e cominciare a guardare in cagnesco chi si ostina a non sentire quella voce che a noi pare di percepire così distintamente.

m. f.

 

 

Problemi epistemologici? No, grazie

 

Mah. Ognuno dica come gli sembra di dover pensare. Questo tipo di problemi non mi attrae. A masticarli non sento sapore. Temo che su questi argomenti la filosofia si riduca a questioni di gusto, e si attiri l'accusa di essere oziosa. Cambia molto nel nostro vivere? E allora? Credo sia da pensare che il mondo, la realtà, è altro da noi. Vi siamo dentro, ma non ci identifichiamo, né quello con noi.

e. p.

 

 

Prendo atto che a Enrico, che ha insegnato per anni filosofia, i problemi epistemologici, di teoria della conoscenza, che costituiscono larga parte del dibattito filosofico della storia culturale occidentale, non interessano e faccio presente che nessuno gli ha imposto di dire la sua sul pezzo citato di Rorty, intervento che ha provocato la mia risposta sull'origine idealistica della questione per tutto l'Occidente filosofico e teologico, fino ad oggi, fino al dibattito tra papa e Sapienza. Noto infine che il famoso primato della Ragion pratica di Kant, quindi della questione morale su quella metafisica e di fondazione scientifica del sapere, è preparato e custodito dalla poderosa messa in opera della ben più indigesta, ma altrettanto fondamentale, Critica della ragion pura, che proprio questo dice: che la verità non va cercata fuori dell'uomo, in Dio o nella natura, ma nell'uomo stesso e nella sua libera capacità morale, prima, e artistica poi, da qui la Critica del giudizio.

a. b.

 

 

Avete visto con quante limitazioni dicevo che i problemi del come conosciamo «non mi interessano». In sostanza, non li sento i primi per importanza nella vita. Nei tanti modi successivi e opposti con cui nel tempo ci siamo fatti un'idea del mondo, il problema della vita buona e della vita cattiva è sempre stato lo stesso. O no?

Studiate il meglio possibile le dottrine, conviene dimenticarle per mordere il nocciolo. Capire per capire? O capire per vivere? Conviene capire anche quello che non si capisce, però in attesa che mi dica qualcosa di vitale. Se contiene qualcosa di vitale. Due significati di capire: 1) ammettere, accettare, tollerare, pazientare; 2) comprendere, accogliere, sentire, con-sentire, ri-conoscere, vedere faccia a faccia.

Fare o non fare? E che fare? E che cosa sapere? «Fare e strafare, e sapere per dominare» urla e ringhia l'Occidente. «L'eterno Tao non agisce e riesce in tutto. Se i regnanti potessero osservarlo, le cose si riformerebbero da se stesse» mormora l'Oriente. Da Atene e da Portbandar due voci amichevoli, tra le più grandi: «Conosci te stesso come massimo sapere, e fai la verità-Dio (satya) diventando tu il cambiamento che vuoi nel mondo». Da Nazareth in cammino per Gerusalemme: «Il Regno di Dio è in voi. Diventate generosi e misericordiosi come il Padre vostro».

e. p.

 

 

Orse, carri e orioni

 

Entro tardi nel dibattito e intanto magari avete già scritto dell'altro. Comunque, a oggi, parteggio per Aldo e Massimiliano. Certo, Enrico ha buon gioco nel dire che un sasso cade e non importa come lo si spieghi (secondo Aristotele, Galileo o Einstein): quello continua a cadere e può bastare che non ci cada sui piedi. Ma personalmente trovo un piacere intrinseco anche nel capire per capire. Di fisica, poi, non capisco molto, dunque godo poco. Ma non per questo la questione risulta irrilevante. Anche perché, oltre a non esistere un fatto senza la sua interpretazione, anche il fatto è piuttosto discutibile. Il mondo stesso non è un'interpretazione più dura del fatto stesso?

Provo a spiegarmi meglio (sempre per ciò che ne ho capito): una costellazione, per esempio, semplicemente non esiste. Una costellazione è una proiezione umana di una serie di linee inesistenti nel mondo "reale" che unisce punti del cielo (le stelle) che non hanno nulla a che fare l'uno con l'altro. Le stelle di una costellazione, infatti, si trovano su piani differenti lontani anni luce tra loro e solo al nostro occhio e dal nostro punto di vista paiono accomunate da un disegno complanare. Sono oggetti singoli e noi li interpretiamo talmente spontaneamente insieme al punto che, senza alcuna mediazione, noi vediamo effettivamente orse, carri e orioni, non stelle slegate (come vediamo «parola» e non «p-a-r-o-l-a»). Anzi, se guardiamo «paorla» ci vediamo comunque la parola "parola", che non c'è. Come se vedessimo l'orsa minore in parte coperta da una nuvola. Ma chi non sa leggere o un bambino senza nozioni astro-nomo-logiche non vede né le parole né le costellazioni. Anzi, se nessuno glielo dice, quello nemmeno sa che quelle cosettine che vede sono lettere o stelle. Quindi parte essenziale di ciò che vediamo (la verità?) non c'è, ma lo vediamo. Dunque lo proiettiamo. Ma per le "cose" (il sasso), quelle che sono per tutti la fonte della certezza più cosale, non è diverso! Ogni cosa, noi compresi, è costituita da atomi. Ogni atomo (mi corregga chi lo sa più precisamente) è un sistema di particelle e vuoto in cui il vuoto è infinitamente maggiore della materia. Se il nucleo di un atomo fosse grande quanto una biglia, gli elettroni si troverebbero a ruotare a chilometri di distanza! Dunque ogni cosa, venerata nella sua cosalità indubitabile, è un vuoto costellato di puntini. Non fosse per le forze che legano le particelle, potremmo trapassare muri e compenetrare qualunque altra cosa. E anche le sassate non farebbero male. A me, per esempio, sembra interessante sapere che sono fatto di quasi vuoto... o energie.

Claudio Belloni

 

 

Oh, com’è cresciuta la cosa! Belli gli esempi che fa Claudio. Volevo solo dire – ma l'ho detto senza cautele – che la morale mi interessa più della gnoseo-epistemologia. Se è sembrato che non dessi valore a questa, la colpa è mia, che ho parlato senza cautele. Se ricordo bene, ho scritto che i temi della conoscenza non mi commuovono. Poi mi sono ricordato del grande Immanuel: "Il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me...". Anche il cielo stellato (l'esempio di Claudio) commuove, lui e me.

e. p.

 

 

L’uomo del Paleolitico e l’ateniese del V secolo

 

Mi sembra opportuno precisare una cosa. La discussione che Rorty fa in quel libro a proposito della verità, che lui sostiene essere "costruzione" dei nostri linguaggi umani e non "scoperta" di leggi universali e necessarie che strutturano la realtà e si trovano lì da sempre indipendentemente dal nostro modo di osservarle ed esprimerle, non riguarda solo – come potrebbe sembrare dalla piega presa dal nostro piccolo dibattito redazionale – la descrizione dei fenomeni fisici, della cosiddetta natura esterna, ma riguarda allo stesso modo la verità etica. Il titolo originale del libro potrebbe far intendere di più: Contingenza, ironia e solidarietà. Per Rorty quel che più deve essere perseguito è il rifiuto della crudeltà nei confronti degli altri essere umani e il tentativo di ridurla il più possibile. Ma non si illude che tutto ciò possa trovare una fondazione assoluta, questo non è che il vocabolario etico al quale aderisce lui e al quale si può cercare di fare aderire altri, ma non costituisce nessuna verità in sé: si tratta appunto di una nostra costruzione non di una necessità intrinseca al mondo umano, non è lo specchio di una natura che domanda di comportarsi così (anzi la "natura" sembrerebbe comportarsi prevalentemente in altro modo, capita raramente che lì il debole venga protetto e difeso, se non dalla propria madre o qualche volta dai propri parenti; personalmente conosco solo casi di scimpanzé che talvolta raccolgono uccellini caduti e li rimettono nel nido).

Ecco perché i problemi etici cambiano, e anche le vie per diventare "buoni" possono, almeno in parte, cambiare, mutando cielo e mutando epoca. Il modo di concepire il rapportarsi agli altri e le modalità di comportamento di un uomo del Paleolitico e di un ateniese del V secolo difficilmente potranno venir sussunti sotto un'identica idea di Bene. Ecco perché, infine, sovente il fautore dell’astoricità della morale si richiama al Kant pratico, dal momento che costui sposta sì la ricerca delle verità fondamentali dalla natura fenomenica all'intimo dell'uomo, ma non rinuncia all'assolutezza, se in noi la verità assoluta inerente al nostro dover esser morale è dato attingerla. Fa dell'io una sorta di essenza universale, valida sotto tutte le latitudini e in ogni tempo, una porta spalancata su quella realtà superiore non raggiungibile nel mondo della natura. Un essenzialismo interiore che personalmente credo non renda ragione della contingenza del nostro stesso intimo, dei sedimenti aggrovigliati con cui edifichiamo le nostre morali, senza trovarle già preconfezionate in noi, come vorrebbero i molti convinti che perlomeno la Verità etica stia adagiata da sempre nella nostra coscienza, e così interpretano l'idea che il Regno di Dio è in noi (anche se forse la filologia preferisce dire che è «in mezzo»).

m. f.

 

 

Non ci siamo fatti da soli

 

Quanto a questo tema, dall'idea che anche il «rifiuto della crudeltà» (sembra l’articolo 11 della nostra Costituzione) verso altri esseri (che è il minimo della vita onesta e buona, degna) non possa trovare una «fondazione assoluta» – diciamo più semplicemente, qualcosa che precede noi, la nostra mente e volontà – ma sia «una nostra costruzione, non lo specchio di una natura», ebbene da questa idea io dissento con tutto il cuore. Voglio dirlo e ho diritto di dirlo, anche senza addurre autorità e presenti correnti di pensiero. E non mancano veri pensatori contemporanei, degni di ascolto e studio, che pensano così. E se anche nessuno lo pensasse, vorrei pensarlo io. E se, nella foga de-costruttiva, si obietta sulla "natura", direi che va intesa come tutto ciò (umanità, storia, realtà e mistero) da cui siamo nati. Perché non ci siamo fatti da soli. Né ci facciamo del tutto da soli, come sembra dire quel pensiero scisso dal mondo intero, come se fosse fondatore e non fondato.

e. p.

 

 

Per me è chiaro da sempre che la relatività storica del nostro conoscere e agire riguarda tanto la conoscenza della natura quanto quella di noi stessi, di Dio, della legge etica e del giudizio estetico. È altrettanto da sempre chiaro che senza una gnoseologia corretta e criticamente fondata, con buona pace di quanti pensano di poterne fare a meno nella ricerca della loro verità, non si dà non solo sapere scientifico di qualche valore, ma neppure giudizio e capacità critica di scelta morale. Il che non significa che solo chi sa fa il bene, che per vivere bisogna essere filosofi. I semplici da sempre sono nelle mani di Dio e da Lui prediletti, proprio perché agiscono per il meglio nel loro mondo, nel loro orizzonte culturale ed esistenziale. Ciascuno si muove come può in tale suo orizzonte per lui originario, culturale, paterno o materno che sia. Questo non si discute. Si discute se chi vuole costruire approfondimenti etici e conoscitivi in genere, dissertare di leggi morali giuste o ingiuste, possa esimersi dal confrontarsi seriamente col sapere filosofico e scientifico, etico, sociologico ed estetico del proprio tempo. Proprio perché siamo responsabili di noi stessi e troviamo in noi la via alle leggi morali, all'agire etico, abbiamo il dovere di essere il più possibile padroni dei nostri poteri e coscienti dei nostri limiti.

a. b.

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