il foglio 
Mappa | 46 utenti on line


 Login
   
    
 Ricordati di me

  menu
 ::  editoriali
 ::  bibbia
 ::  chiesa
 ::  documenti
 ::  etica
 ::  filosofia
 ::  lettere
 ::  mondo
 ::  pace-nonviolenza
 ::  poesia
 ::  politica
 ::  recensioni
 ::  scienza
 ::  società
 ::  storia
 ::  teologia
 ::  zibaldone
 :: home
 :: indici analitici
 :: solo online

 Ricerca
  

 in libreria

Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


  filosofia
 331 - NUOVO PENSIERO: ROSENZWEIG

Ancora attuale o non  ancora attuato?

 

A distanza di quasi un secolo dalla comparsa sulla scena pubblica, la fama e il riconoscimento dell’opera di Franz Rosenzweig (1886-1929) si trovano in una condizione di stallo. Nonostante un crescendo costante di apprezzamenti e di studi, il suo nome continua a rimanere confinato tra le eterne promesse (per una ricostruzione sintetica della “fortuna” dell’autore mi permetto di rimandare al mio contributo al numero monografico di «Filosofia e teologia», n. 2/2000).

Amato da un pubblico ristretto, stenta a trovare il riconoscimento più ampio che merita. Recentemente, con un ciclo di tre puntate della trasmissione di Radio3 «Uomini e profeti», Gabriella Caramore ha cercato di presentare a un pubblico più vasto la figura del filosofo ebreo, affrontando in modo diretto la sua opera più importante e difficile: La stella della redenzione. Di quell’opera monumentale e difficilmente inquadrabile, Rosenzweig dice «si tratta semplicemente di un sistema di filosofia», di un nuovo tipo di filosofia che intende chiudere con la vecchia speculazione per inaugurare un «nuovo pensiero». Proprio durante la trasmissione radiofonica, Gianfranco Bonola, il traduttore e curatore di buona parte delle opere del filosofo, ha autorevolmente sostenuto che in quel «nuovo pensiero» non vi è nulla di nuovo.

 

In anticipo sui grandi del ’900

In effetti, lo studioso non ha tutti i torti, ma vorrei spezzare una lancia in favore di Rosenzweig, perché ritengo quella critica fondamentalmente ingenerosa e, soprattutto, antistorica. Bonola ha ragione nel dire che non ci sono tesi rivoluzionarie o inedite dal punto di vista teoretico in Rosenzweig. Tuttavia, l'elaborazione del «nuovo pensiero» si colloca negli anni immediatamente precedenti la Grande Guerra, e, in quel momento, quel pensiero è quanto meno sentito come nuovo. Rosenzweig identifica la vecchia filosofia con l’idealismo tedesco e infatti, dal 1831, anno della morte di Hegel, al 1921, anno di pubblicazione della Stella, il pensiero dominante si è per lo più mosso sui sentieri tracciati da Kant e Hegel. Tutte le voci alternative dell’Ottocento sono rimaste pressoché inascoltate fino a dopo la Grande Guerra. Soltanto quello sconvolgimento epocale ha consentito al Novecento di comprendere ciò che gli eretici dell’Ottocento andavano dicendo da tempo. E proprio a Rosenzweig va riconosciuto il merito di aver pensato seriamente la crisi, a partire da Schelling (l’ultimo, non l’idealista), Feuerbach, Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche. In questo ha anticipato tutti i grandi del secolo scorso. Il clima stagnante della filosofia tedesca di fine Ottocento e degli inizi del Novecento (neoidealismo e neocriticismo) lo si può desumere anche dall'entusiasmo con cui è stato accolto lo slogan (peraltro illusorio e deludente) di Husserl: «il ritorno alle cose stesse». Rosenzweig ha anticipato buona parte dei grandi temi filosofici del secolo breve (oggi si direbbe: ha dettato l’agenda): la svolta linguistica (Heidegger, Gadamer, l'ermeneutica e non solo), il pensiero dialogo e il ruolo dell'alterità (Ebner, Buber, Levinas e il pensiero dialogico), l'empirismo assoluto, la singolarità umana e la meditazione sulla vita e sulla morte (Heidegger, Jaspers, Sartre, l’esistenzialismo), la temporalità, la storia e l'eterno (Heidegger, Loewith). Alcuni di questi temi possono essere rintracciati in forme almeno parziali negli autori precedenti, ma anche di questi occorre riconoscere che nuova è la loro ripresa, l'utilizzo creativo e integrato. Rosenzweig, anche riprendendo temi già abbozzati da altri, si è comportato come un grande cuoco che introduce in cucina ingredienti esotici e sconosciuti (ma esistenti, certo) e cucina cose mai viste.

Ma un'altra cosa rende assolutamente nuovo il suo pensiero e lo fa attualissimo, se non urgente. A ben vedere, nuovo, ancor più del pensiero, è il pensatore! Rosenzweig ci descrive un pensatore assolutamente libero da schemi, che guarda in faccia i maggiori filosofi, teologi, poeti e non si risparmia nessuna provocazione del suo tempo, ergendosi a testa alta quasi in una sfida con Dio, a nome del pensiero dolente del suo (e nostro) tempo. Il nuovo pensiero è opera del nuovo pensatore, che è filosofo che fa teologia e al tempo stesso teologo che fa filosofia. Non esiste uno senza l’altro, il vero pensatore non è nessuno dei due: ciò che conta è solo, semplicemente, l’uomo pensante. Rosenzweig teneva tantissimo alla complessità e rifuggiva ogni sintesi forzata: egli era ebreo e tedesco, filosofo e teologo, credente e pensante, anima e corpo, ebreo praticante e aperto. In una bella lettera alla moglie sosteneva la necessità di seguire, certo, le regole dei pasti, ma questo non doveva impedir loro di frequentare nessuna casa o di accogliere qualsiasi ospite. Si tratta del primato della relazione con l'altro, con il singolo così com’è, chiunque esso sia e qualunque sia la sua religione e religiosità.

 

Una fede laica e libera

Del resto, Rosenzweig va ripetendo che «Dio ha creato il mondo, non la religione» e che «Dio non si lega a nessuna forma, nemmeno alla propria». Questa fede laica e libera rende Rosenzweig inafferrabile da parte di qualsiasi gruppo dall'identità rigida, sia essa filosofica, ebraica, teologica, o altro. Questo spiega anche una certa freddezza nei suoi confronti. Il dialogo ebraico-cristiano, forse, non ha mai più raggiunto il vertice toccato con lui ormai un secolo fa. Da ebreo assimilato e intellettuale scettico e disincantato, Rosenzweig si era lasciato affascinare dalla rivelazione cristiana, tanto da seguire i suoi molti amici e parenti ebrei che in quegli anni si stavano convertendo con convinzione al cristianesimo. Rosenzweig aveva già deciso di farsi battezzare (per cui, potremmo dire, in fondo era “già” cristiano), quando, insieme alla fede, riscoprì la tradizione dei suoi padri e quindi decise di rimanere (o meglio, “tornare” ad essere) ebreo. Quel passaggio attraverso il cristianesimo, però, non restò senza conseguenze, tanto che, fino alla fine, sostenne la complementarietà delle due fedi, anzi, la necessità dell’una per l’altra e l’incompiutezza dell’una senza l’altra. Soltanto Dio è la verità; nessun uomo e nessuna fede può pretendere di possederla interamente, quindi ogni verità umana è semplicemente relativa. Da questo punto di vista il «nuovo pensiero» non è altro che una riproposizione dell’assoluta trascendenza di Dio (l’Assoluto, appunto), dunque del divieto di pronunciarne il Nome invano, ovvero di arruolare a forza Dio nelle file “nostre” contro le altrui. Dio è padre di ogni uomo e non resta indifferente alla preghiera di nessuno, sia esso cristiano, ebreo o pagano. Quell’assoluta trascendenza non può non relativizzare anche il modo di rivolgersi a Lui; persino l’ateismo, in quanto negazione, è una forma indiretta di riconoscimento di Dio, molto più nobile e onesta di quella di coloro che credono di possedere la chiave esclusiva di accesso al divino.

Insomma, un Dio laico, non religioso, che si rapporta alle sue creature aspettandosi da esse, anzi, “comandando” semplicemente un amore incondizionato per il prossimo, il vicino, chiunque esso sia. Analogamente, solo un amore laico e incondizionato è ciò che deve caratterizzare l’opera umana per contribuire alla redenzione del mondo. Non si tratta di convertire nessuno, ma di amare ciascuno.

La storia del Novecento è stata spietata, riportando il dialogo tra i diversi alle rivendicazioni identitarie. Per questo, forse, oggi gli estimatori di Rosenzweig si trovano soprattutto in ambito filosofico, ovvero laddove il pensiero è più abituato a relativizzare il proprio punto di vista e a riconoscere onestamente ed effettivamente la reale trascendenza del vero.

 

Claudio Belloni

 Stampa Invia ad un amico Dai la tua opinione

 
 il foglio
 ::  presentazione
 ::  redazione
 ::  abbonamento
 ::  contatti
 ::  link
 :: archivio storico [parziale]

 avviso agli abbonati

Ci risulta che alcuni abbonati non ricevono a tempo debito, o non del tutto, la copia del nostro periodico. Ce ne scusiamo precisando che tale situazione non dipende da un nostro difetto bensì dal disservizio delle Poste.


 web partner

gli anni di carta

 Il Corriere di Tunisi

Aldo Bodrato

Enrico Peyretti

Delfino M. Rosso

 


 Numeri recenti
 :: 441 - A PROPOSITO DI UN LIBRO DI RICHARD RORTY 
 :: 426 - La mostra a Torino 
 :: 417 - Realtà e verità / 6 
 :: 413 - A 250 anni dalla pubblicazione di Dei delitti e delle pene  
 :: 401 - Quaestiones disputatae / 4 
 :: 395 - UN PERCORSO ATTRAVERSO IL CARTEGGIO BOBBIO-CAPITINI 
 :: 387 - Quaestiones disputatae / 3 
 :: 386 - Qaestiones disputatae / 2 
 :: 385 - Quaestiones disputatae / 1 
 :: 356 - DOSSIER - FATTI E IDEE A PARTIRE DA RORTY 
 :: 341 - PENSIERI SPARSI SUL MALE E SULLA LIBERTÀ 
 :: 332 - IDENTITÀ, IDEA AMBIGUA/2 
 :: 332 - IDENTITÀ, IDEA AMBIGUA/1 
 :: 331 - NUOVO PENSIERO: ROSENZWEIG 
 :: 328 - OLTRE L’INDIVIDUALISMO 

copyright © 2005 il foglio - ideazione e realizzazione delfino maria rosso - powered by fullxml