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 332 - IDENTITÀ, IDEA AMBIGUA/1

Il lato buono dell’identità

 

L’idea di identità, nel dibattito e nella situazione attuale, vede prevalere un significato fissista e chiuso, alla Calderoli e alla Pera, su rigidi profili nazionali, religiosi, dialettali.

A me pare che, proprio per contestare questa pericolosa distorsione che rifiuta riconoscimenti influenze e scambi con altre differenti identità, e per trovare un significato più intero di quel concetto, noi possiamo vedere la necessità e il valore del mantenere e non sfigurare le varie identità mentre si aprono al dialogo largo, alla conoscenza, al rispetto.

L’identità è la vita in quella particolare forma, di una persona, di un gruppo umano che ha (grosso modo) uno stesso modo di vivere, una (grosso modo) continuità mobile nel tempo. Come la vita, l’identità è mobile, si trasforma anche molto, ma anche nel trasformarsi ha la sua continuità (appunto identità, riconoscibilità, come i nostri volti nel passare degli anni), che comporta responsabilità dei propri atti e scelte, colpe oppure meriti.

Aristotele sbloccò il problema di Parmenide vedendo il divenire dentro l’essere: né l’essere è senza divenire, né il divenire è senza l’essere. Jean Valjean ha la sua viva identità, quando è ladro per bisogno, quando ruba per abitudine contratta, quando si trasforma – grazie al miracolo morale del vescovo Bienvenu – nel nuovo Valjean. Solo il commissario Javert lo fissa nella sua prima identità e non sa vederne il cammino. Per liberarsi da questa identificazione mortale, Valjean deve anche mascherarsi sotto “false identità”, ma solo per essere nella sua vera identità viva (ognuno può velare il proprio volto, ma nessuno può velarlo ad altri né ad altre), quella che il vescovo gli riconosce - prima ancora che emerga e diventi consapevole in lui - con un riconoscimento fiducioso, liberante, creativo.

Certo, l’io si sostanzia nella relazione, ma relazione di sostanze vive. Il modello trinitario è antropologico. L’identità è un bisogno umano essenziale: essere riconosciuto, pur nella mobilità, nel divenire, nell’inter-influenza. Il bisogno di permanere attraverso i mutamenti, di avere coscienza di sé, di ri-flettere su di sé. Disconoscere (fissare o dissolvere) tale volto vivo è massima offesa, personicidio, volticidio, violenza che provoca la violenza come mezzo di espressione per farsi riconoscere (Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza, pp. 48-50, riportato in il foglio, n. 289, febbraio 2002, valida spiegazione della rivolta delle banlieu). La perdita di identità – autocoscienza e riconoscimento – è una grave patologia. Forse è la patologia della cultura debolista (che non è affatto la nonviolenza), la quale scivola nell’indistinto, nella sospensione perenne, nella libertà come non-scelta, nell’esposizione ad ogni vento. Identità è persona, volto, unicità, libertà, valore, salvezza dalla massificazione spersonalizzante e dalla globalizzazione che frulla le culture nel consumo e autoconsumo. L’identità è sia il nome paterno-materno, l’origine innegabile, inobliabile, sia il «nome nuovo, che nessuno conosce, se non chi lo riceve» (Apocalisse 2,17); è il cammino, legato al punto di partenza e legato altrettanto alle mete, ai valori attraenti, all’utopia, che è nostra patria perché non ci siamo ancora stati (Ernst Bloch).

 

L’esempio ebraico

Il popolo ebraico è un esempio grande di identità fedele (fino alle minuzie formalistiche, che è troppo) e mutante (fino alla cultura della terra e più che dell’Alleanza); ma, tolti gli eccessi, è esempio – il più grande esempio storico! - di continuità e di convivenza-integrazione-dialogo con le altre culture, nonostante la patita persecuzione da parte, appunto, di identità chiuse, sterili, che respingono il diverso. Così gli ebrei danno un contributo proprio caratteristico (le preziose filosofie del dialogo e dell’alterità, di origine ebraica, nel 900) recepibile anche fuori dalla loro cultura. Quando ha rovinato il riferimento iniziale, mettendo la terra statalizzata (dunque armata e feroce) in luogo della storia della promessa e dell’Alleanza, e quando, a danno della convivenza tra culture e popoli, si è imposto in una terra abitata ignorandone gli abitanti, l’ebraismo si è abbassato nell’israelismo (come dice Küng), nello stato etnico (a rischio di razzismo) e religioso-nazionale.

Trovo citate queste parole di Anna Frank, che dicono bene ciò che intendo con l'esempio degli ebrei: «Se, nonostante tutte queste nostre sofferenze, alla fine restiamo ancor sempre degli ebrei, vuol dire che un giorno gli ebrei, anziché proscritti, serviranno da esempio. Chissà che non debba essere ancora la nostra fede, quella che insegnerà il bene al mondo e ai popoli, e che per questo, per questo soltanto occorra che noi soffriamo. Non potremo mai diventare soltanto olandesi, soltanto inglesi, o cittadini di qualunque altro paese, ma rimarremo sempre anche ebrei e vogliamo rimanere ebrei. Coraggio! Rimaniamo consci del nostro compito e non mormoriamo; la salvezza verrà, Dio non ha mai abbandonato il nostro popolo. Gli ebrei sono sopravvissuti attraverso tutti i secoli, gli ebrei hanno dovuto soffrire per tutti i secoli, ma ciò li ha anche resi più forti; i deboli cadono, ma i forti sopravviveranno e non periranno mai». Nella piccola Anna c’è un pensiero simile alla Lettera a Diogneto: i cristiani dimorano sulla terra, leali e fedeli alla terra, ma sono cittadini del cielo.

 

L’esempio amerindo e andaluso

Altro esempio: gli amerindi. La loro cultura quasi soppressa dal genocidio dei conquistadores (il massimo genocidio della storia, padre dello hitlerismo!), si è conservata sotterranea, nonostante il sincretismo col cristianesimo imposto, ed oggi rispunta (da Rigoberta Menchù fino a Evo Morales) e arriva al governo, contro il violento colonialismo Usa, come fattore di umanità e libertà, perché riscopre la propria identità e dignità e non si assoggetta all’identità affibbiatagli dai dominatori. Balducci ha riflettuto bene su questo necessario rispetto e tutela delle differenti identità culturali, come fattore di pace, pur guardando col massimo acume all'"uomo planetario".

È ancora molto da studiare la convivenza senza confusione tra cristiani, musulmani ed ebrei nell’Andalusia prima della Reconquista cattolica (cfr F. A. Muñoz, M. Lòpez Mariìnez, Historia de la Paz. Tiempos, espacios y actores, Universidad de Granada, 2000, pp. 189-228).

 

Origini e cammino

Il cammino è fatto di origini. E le origini chiedono cammino. L’identità è queste due cose, insieme. Le origini senza cammino sono sterilità, chiusura aggressiva. Il cammino senza origini è smarrimento. Il quale smarrimento, sì, è l’identità-non-identità della cultura nichilista, dei volti perduti e offesi, oggi imperante, da criticare. Dall’interno, perché la respiriamo, ma da criticare, decisamente.

Sono crescite di umanità anche le sane contaminazioni, i meticciati, ma la ragazza nera qui da noi, che si liscia i capelli e si schiarisce la pelle perché non sa che “black is beautiful”, e si vergogna di sé, è una schiava mentale: perdendo la sua identità perde umanità perché perde (ignora, spinta ad ignorare) la propria storia, la propria forma di umanità, e così ne priva anche noi. Una identità perduta è un volto dell’umanità perduto. Il fatto che alcune identità cretine siano esclusive e aggressive non deve farci perdere la ricchezza da custodire delle varie identità, nonviolente e comunicanti. Pier Cesare Bori chiama "bilinguismo" l'identità aperta alla pluridentità, che non è la non-identità, né la mono-identità, né la super-identità. La via umana è pluralità di vie.

 

Identità e politica

L’identità aperta e mobile, ma consistente, è anche l’anima necessaria alla politica (nel primo senso di Zagrebelsky: convivenza costruttiva; cfr Principî e voti, Einaudi, p. 39): “sentirsi parte” di una unità (aperta e mobile), e “prendere parte” attiva in una concreta polis. Una identità collettiva (aperta e mobile) è condizione costitutiva della socialità, della pace, del rendere giustizia all’altro riconosciuto col suo volto e diritto. Senza tale identità (al limite planetaria, ma a partire dall’universale concreto) c’è la micidiale riduzione delle persone ad atomi identici, che fanno numero, non relazioni, c’è la morte della convivenza (e di singole vite, e di preziose culture cancellate), c’è la stupidità utile ai potenti (Bonhoeffer, Resistenza e resa, Ed. Paoline 1988, p. 65), c’è il regno attuale della guerra e dell’abbandono. Regno contrastato dalla cultura dei volti, che è la pace.

Enrico Peyretti

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