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 385 - Quaestiones disputatae / 1

 

Che cosa dice chi dice «verità» e «realtà»?

 

«La realtà delle cose è un dato scientificamente accertabile».

(Carlo Augusto Viano)

«Oggi piove e questa è una verità che verifico coi miei occhi».

(Maurizio Ferraris)

«Non ci sono fatti e neppure verità, ma solo interpretazioni».

(Gianni Vattimo, Pier Aldo Rovatti)

 

Impressionati dalla perdita di interesse dei mortali per le speculazioni filosofiche specialistiche, i maestri del pensiero di quest'alba di millennio hanno deciso di ricominciare a occuparsi dei temi classici e basilari della ricerca intellettuale. Ottima cosa. Se la filosofia è «amore del sapere», renderla amabile è il primo compito di chi la coltiva e, per renderla amabile, è innanzitutto necessario renderla comprensibile e tentare di mostrarne la fruibilità e l'utilità per la vita. Ma cosa di più fruibile ed utile può fare un filosofo per l'uomo comune, a cominciare da quello comunissimo che è lui stesso, in un momento di epocale confusione e smarrimento, se non offrirgli un'immagine chiara, stabile e sicura di cosa è la realtà e di come mai egli possa garantirsi il possesso della verità?

Eccoci allora, spinti da autorevoli esempi di cattedratici illustri, a misurarci su questioni di secolare spessore e profondità con disinvolta rapidità e sfrontata leggerezza argomentativa. Cosa è mai la realtà? Come possiamo entrare in possesso della verità? C'è o c'è mai stata solida relazione tra le due e tra l'una o l'altra e la nostra capacità di orientamento e di conoscenza?

 

Talvolta piove, talaltra no

Qualcuno potrebbe osservare che già porsi queste domande è indice di sofistica tendenziosità, di  preconcetto relativismo scettico. È ovvio infatti, per il buon senso comune, che la realtà è, ieri come oggi, quanto ciascuno di noi si trova tra i piedi e che la verità è, da sempre, la corrispondenza tra ciò che sta davanti ai nostri occhi e ciò che si disegna puntualmente sulla nostra retina, viene percepito dalla nostra mente e può trovare formulazione esplicita come pensiero e parola. A che pro porsi tante domande, se non per negare quanto è a tutti chiaro e darsi l'aria di grandi intellettuali?

Perfetto. Fuori piove e io vedo che così è. Allora l'evento della pioggia è reale e la mia constatazione mi porta naturalmente a formulare una verità: «Sta piovendo». Ergo la realtà è evidente e la verità ne è il riconoscimento esplicito, più o meno diretto. Prendo l'ombrello ed esco. Nel frattempo il vento ha sgombrato le nuvole e non cade goccia. Adesso il fatto con la rispondente verità è: «Non piove». Anzi l'ombrello in mano mi obbliga a dire: «Non piove più». Il che è come ammettere che i fatti e le cose, indici della realtà, e la verità, loro compagna, possono cambiare, col trascorrere del tempo, sono variabili e relativi. Dunque la realtà è mutevole e la verità pure.

Sono, però, un uomo di buon senso e qui non mi fermo. Capisco che la realtà non si riduce agli   eventi puntuali, ma corrisponde a qualcosa che li contiene e li sostiene. Capisco pure che la verità non dipende dal vento e dal trascorrere delle nuvole, ma ha a che fare con quanto presiede alla loro movimentata variabilità, restando in se stesso significativamente più stabile.

Ipotizzo dunque che per afferrare la realtà e conoscere la verità non posso limitarmi all'esperienza fornita dal singolo senso sul singolo fatto, ma devo trovare il modo di collegarli tra loro e di coglierli nel loro complesso. Devo cioè mettere insieme fatti e relative esperienze in un disegno unitario e conseguente che cerchi di spiegarne e capirne la dinamica, in modo da sapere come collocare in essa le mie decisioni. Devo cioè rielaborarli con la mente e operare delle scelte.

Così, se voglio afferrare qualcosa della realtà della pioggia, del sole e del vento, se intendo mettermi nelle condizioni di dire in proposito qualche verità non troppo soggetta a continue smentite e agire secondo criteri suffragati dai fatti, non mi resta che costruirmi una teoria meteorologica, basata sulla raccolta e sull'elaborazione razionale di esperienze sensoriali personali e altrui. Teoria, che in mancanza del possesso dell'arte della scrittura, non potrò che tradurre in collezioni proverbiali e in narrazioni o miti, le due tipiche forme espressive della ragione nel contesto di una cultura fondata sulla trasmissione orale dei frutti dell'esperienza e del pensiero, per dire il come e il perché delle cose e dei fatti.

 

Prendere l'ombrello non basta e non è mai bastato

È, infatti, la trasmissione orale delle conoscenze acquisite per lungo uso e della loro rielaborazione narrativa in eventi capaci di causare i fenomeni, che fino agli albori del V secolo dell'Evo antico ha consentito agli uomini di formarsi un'immagine della realtà e di fare ad essa corrispondere un'idea  di verità: un'immagine di realtà fondata sulla constatazione della continua trasformazione  (metamorfosi) degli esseri e un'idea di verità fondata sul prestigio dell'anzianità e sulla forza dell'autorità.

Ci fu un tempo, non breve e non del tutto passato, se ancor oggi nelle campagne d'Europa accade di assistere a culti rogatori per nulla settari, in cui i fenomeni meteorologici erano attribuiti al beneplacito di potenze divine e la pioggia non si limitava a suggerire di munirsi di ombrelli, ma anche di rivolgere il pensiero alla presenza di esseri immortali e celesti, più o meno capricciosi, ma notevolmente più stabili di quelli mortali e terreni, esseri capaci di controllare e guidare tanto i fenomeni naturali quanto quelli storici. Come ovvio tale concezione della realtà, sostanzialmente metamorfica, non risultava affatto fittizia, ma suffragata da adeguato bagaglio di esperienze sensoriali ed elaborazioni concettuali, tanto da impegnare intere comunità ad azioni operativamente assai costose e alla trasmissione di verità, anche molto complesse, rivelate dall'alto.

Un cumulo di falsità e di superstizioni? Può essere. Anzi, dal punto di vista della nostra concezione del reale, frutto dell'invenzione della scrittura, prima, poi della stampa e di altri indispensabili e sofisticati strumenti d'indagine, noi dobbiamo parlare di una visione del mondo inadeguata, ma non incapace di soddisfare per millenni i bisogni degli uomini e di aprire creativamente il cammino a processi operativi e conoscitivi sempre più efficaci e persuasivi.

Al tempo stesso siamo costretti a riconoscere che, con tutti i nostri enormi sforzi di perfezionamento della ricerca empirico-esperienziale e teorico intellettuale, con tutto l'impegno profuso per lo sviluppo e la moltiplicazione delle scienze, ancora non siamo riusciti a mettere la nostra meteorologia al sicuro dal corrosivo scetticismo del comunissimo proverbio: «Chi vuol essere bugiardo parli del tempo». Il che semplicemente significa che, per la pioggia, come gli antichi, abbiamo l'ombrello e non solo, ma che i nostri strumenti tecnici, per quanto garantiti nella loro oggettiva funzionalità e perfezione, sono ben lungi dall'offrirci aiuti risolutivi per affrontare la soluzione del problema della realtà e della verità, persino della realtà e della verità del mal tempo e delle sue imprevedibili e incontrollabili manifestazioni.

Lapalissiano? Certo. Ma non più lapalissiano del fatto che i frutti della tecnica e delle constatazioni empiriche degli eventi, se ci consentono di fare parzialmente fronte all'accadere delle cose, in nulla servono a meglio conoscerle, qualora la curiosità della ragione non li illumini con le sue ipotesi interpretative sul loro livello di realtà e sulla loro potenzialità di tradursi in un quadro di verità.

Ecco cosa dice chi dice realtà e verità. Dice qualcosa che mai si dà immediatamente al nostro occhio e alla nostra mente, come puro e oggettivo dato di fatto. Dice quello che, essendo e potendo non essere, genera quella meraviglia, quello stupore, che dà vita alla riflessione interpretativa. Dice ciò che costituisce per tutti noi il cuore della ricerca. Mette cioè in gioco termini che mai si possono risolvere in semplici enunciazioni o constatazioni, ma che introducono la nostra mente e guidano la nostra attenzione a problemi la cui complessità affonda nella storia del pensiero umano e le aprono all'inesausta, infinita possibilità dell'interrogazione filosofica, scientifica e teologica.

 

Aldo Bodrato

(continua)

 

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