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 441 - A PROPOSITO DI UN LIBRO DI RICHARD RORTY

 

Contingenza, ironia, solidarietà

 

Ci sono libri ai quali torniamo di frequente, le cui idee non smettono di stimolarci e ci sembrano una guida grazie alla quale far maturare il nostro pensiero sulle cose del mondo e sulla loro inesorabile complessità.

Livres de chevet, come si dice. Se penso alle mie letture ne individuo innanzitutto due: I quarantanove gradini di Roberto Calasso e La filosofia dopo la filosofia di Richard Rorty. È di quest’ultimo che ora vorrei parlare, innanzitutto per dire che il titolo originale suona più brillante e significativo: Contingenza, ironia, solidarietà. Tre parole che nella mia vita hanno rappresentato una bussola con cui orientarsi.

 

Una cultura postmetafisica

L’intento filosofico, in queste pagine della fine degli anni Ottanta, è quello di delineare la fisionomia di una cultura postmetafisica. In massima sintesi, si può dire che nella filosofia occidentale la principale modalità di pensiero, incarnata nella metafisica, abbia avuto come base la convinzione che si dia da un lato una realtà esterna dotata di una natura intrinseca e dall’altro un soggetto umano, un io, capace di conoscere questa realtà e di descriverla oggettivamente, per mezzo di un linguaggio inteso come strumento «neutro» di questo rispecchiamento. Secondo Rorty rispecchiamento è il termine adeguato, considerato il prevalere dalla filosofia greca in poi della «metafora ottica» come quella che identifica il modello più alto di conoscenza (l’occhio della mente). Dunque il pensare nella metafisica occidentale si è innanzitutto caratterizzato come l’atto di conoscere delle essenze e giungere così ai fondamenti universali e atemporali della realtà.

Questo modello conoscitivo è in fondo quello che, pur limitato nelle intenzioni alle realtà fisiche, la scienza moderna ha ereditato. Anch’essa infatti si è caratterizzata per l’intento di fornire una spiegazione delle leggi naturali della realtà, una spiegazione continuamente rivedibile, certo, ma che nel suo paradigma principale è retta dalla convinzione di procedere gradualmente verso una sempre maggiore comprensione di «come stanno veramente le cose».

L’atto del conoscere inteso nel modo ora descritto si fonda sul presupposto che «là fuori» esista una verità in attesa di essere scoperta. Dalla fine del Settecento secondo Rorty in Europa cominciò a prendere piede un’idea diversa, cioè che la verità non sia una scoperta, ma una costruzione. Considerare la verità una costruzione significa non credere che esistano dei fatti in sé che aspettano di essere portati alla luce. Il mondo non parla, non possiede un linguaggio, i linguaggi sono creazioni umane e i linguaggi umani contribuiscono a creare il mondo, non si limitano a rispecchiarlo: «solo le descrizioni del mondo possono essere vere o false. Il mondo di per sé – a prescindere dalle attività descrittive degli uomini – non può esserlo» (La filosofia dopo la filosofia, Laterza 1989, p. 11). Se, ad esempio, il vocabolario di Newton ci ha permesso di fare previsioni sul mondo migliori di quelle di Aristotele, questo non significa che ci si è accorti che il mondo nella sua intima essenza «parla» in termini newtoniani e non aristotelici.

Possono dunque darsi numerosi linguaggi e molteplici vocabolari, alcuni di questi convivono, in altri casi un nuovo vocabolario ne rimpiazza uno vecchio. Ogni tanto le cose vengono ridescritte in forme inedite, un diverso vocabolario si pone problemi diversi, apre differenti modi d’essere, è frutto di mutate pratiche sociali, e così via. Rorty propone di abbandonare l’idea che da qualche parte esista un vocabolario vero, un vocabolario che possa considerarsi il metro di misura sui cui tutti i linguaggi debbano calibrarsi. In questa prospettiva, una filosofia postmetafisica è dunque una filosofia che rinuncia a una funzione «fondativa», e con essa alla ricerca di un discorso in grado di unificare tutti i discorsi, per divenire una filosofia «edificante», la quale piuttosto che la scoperta della verità oggettiva si propone il compito di «tenere aperta la conversazione» e di evitare che la cultura possa congelarsi attorno a un vocabolario egemone ed esclusivo, assolvendo così la «funzione sociale che Dewey chiama «rompere la crosta della convenzione», impedire che l’uomo si illuda con l’idea di poter conoscere se stesso o qualsiasi altra cosa al di fuori di discorsi opzionali» (La filosofia e lo specchio della natura, Bompiani 2004, p. 759, ed. or. 1979).

In questa consapevolezza della contingenza dei nostri vocabolari, Rorty oppone alla figura del metafisico quella dell’ironico. In poche parole, ironico è colui a cui non riesce di prendersi troppo sul serio, che cioè nutre continuamente dei dubbi sul vocabolario che sta usando in quel momento ed è conscio del fatto che i suoi dubbi non possono essere sciolti da argomenti interni al vocabolario che ha adottato.

 

La crudeltà è il peggior misfatto

Al sostantivo «ironico» Rorty affianca in genere l’aggettivo «liberale», infatti nell’introdurre La filosofia dopo la filosofia sostiene che il compito principale del libro è proprio quello di tratteggiare la figura dell’ironico liberale. Potremmo dire che una società liberale rappresenta la continuazione, sul piano politico, dell’accettazione della contingenza dei nostri vocabolari, una società cioè che riconosce la contingenza e la pluralità dei vocabolari come sua componente costitutiva e permette il loro conflitto dialettico all’interno del proprio perimetro, distanziandosi così dall’ambizione platonica – nelle varie declinazioni che essa ha assunto nella storia – di perseguire un’azione politica impegnata nella realizzazione di valori sovrastorici e indipendenti dal tempo.

Di fronte a questa sottolineatura della contingenza l’accusa classica naturalmente è quella di dare voce a un’etica relativistica, nella quale qualsiasi scelta risulta indifferente ed equivalente. A questo direi che Rorty risponde in due modi, innanzitutto nel ricordare che l’opposizione assoluto-relativo deriva dall’adozione di un vocabolario metafisico-universalistico nel quale lui semplicemente non si riconosce e che propone di abbandonare. In secondo luogo nel mostrare, in tutto il libro, come la sua posizione morale si nutra non di indifferenza ma di forti convinzioni in merito alle cose da fare, con la consapevolezza tuttavia che esse non sono inscritte nell’essenza della realtà, ma derivano dall’appartenenza a una comunità politica, sono frutto di una determinata prospettiva culturale situata e apparsa in un tempo storico.

Se dovessimo sintetizzare in cosa secondo Rorty consista questo fare, potremmo innanzitutto ricordare che prende a prestito da Judith Shklar la definizione del liberale come colui che pensa che la crudeltà sia il nostro peggior misfatto e che avverte come suo primo compito quello di accorgersi del dolore altrui. Ma per la visione filosofica di Rorty alla domanda: «Perché non dovremmo essere crudeli?», non esiste una fondata risposta teorica. Una risposta del genere è quella che pensa di poter dare chi crede in un ordine atemporale della realtà, dal quale deriverebbe una predisposizione etica che, interrogando con sincerità la nostra coscienza, saremmo tutti in grado di ritrovare in noi.

La morale per Rorty non consiste nel rinvenimento di regole per mezzo delle quali risolvere i dilemmi etici e rispondere a grandi domande del tipo: «Cos’è la giustizia?» o «Cosa significa essere buoni?». L’ironico liberale crede che la solidarietà non la si scopra con la riflessione sui principi della «natura umana», ma la si costruisca con l’immaginazione riservata al particolare, coltivando la sensibilità nei confronti delle tante sfumature che può assumere il dolore del prossimo. Per fare questo il vocabolario più adatto non è quello analitico-concettuale e deduttivo che la tradizione metafisica ha in genere ritenuto il linguaggio filosofico privilegiato, ma la pratica di linguaggi che meglio si muovono attraverso la diversità e la molteplicità delle esperienze individuali. Rispetto al classico trattato di filosofia morale sono dunque altri i generi che ci permettono di gettare le basi di una pratica di solidarietà: lo studio di etnografia, il reportage giornalistico, il fumetto, il cinema e forse soprattutto il romanzo.

Mi pare che lo spirito di Rorty si adatti perfettamente a un’osservazione che Azar Nafisi fa in Leggere Lolita a Teheran: «un romanzo non è un’allegoria, è l’esperienza sensoriale di un altro mondo». Infatti la lettura di un romanzo, se davvero è tale, è una via privilegiata per entrare in contatto con «altri» mondi e percepire da vicino altri caratteri, altre sensibilità, altre culture, altre attitudini, ecc., e ampliare così la nostra facoltà di riconoscere le manifestazioni di sofferenza in vite molto differenti dalla nostra. Permettendoci di respirare le vite degli altri gli scrittori ci aiutano nel compito di edificare un «noi» più allargato, un’unità tra gli uomini cercata attraverso la comune capacità di provare dolore e umiliazione, non definita da un’idea di umanità data a priori e innata.

Rorty non rinuncia a utilizzare la parola «utopia», però lo fa ancorandola alla pratica della libertà piuttosto che alla nozione di verità, perché bisogna considerare la «creazione delle utopie un processo infinito: una realizzazione e proliferazione infinita della Libertà, e non un convergere verso una Verità già data» (La filosofia dopo la filosofia, Laterza 1989, p. 6).

In conclusione, forse nell’epoca che stiamo attraversando, in bilico su fanatismi e fondamentalismi di varia natura, l’ironico liberale di Rorty, abitatore della contingenza e impegnato a dare forma a una mentalità solidale più che a elaborare teorie astratte sulla solidarietà, potrebbe rivelarsi una voce che merita ascolto.

 

Massimiliano Fortuna

 

Enrico primo commento

Chiaro Rorty, e chiaro Max. Anche giusto? Problema: se io mi costruisco una visione e una morale in modo da non soffrire per la sofferenza altrui, posso far soffrire chi mi conviene far soffrire? Hitler non soffriva - anzi - delle sofferenze degli ebrei. Tempo fa scrissi "Perché non posso farti del male?"(il foglio nn. 401, 402, 403 del 2013; sintetizzato su Rocca 1.10.2016). Ora non ricordo tutto quell'articolo (in più puntate), ma immagino che sia su una strada diversa. Chi vede meglio? Chi costruisce meglio? Chi ottiene vita migliore? Tanto per pensare insieme, e per vivere. Ciao, Enrico

 

Enrico secondo commento

Se c'è un limite al mio volere-potere, è perché c'è davanti un oggetto che non faccio io, che è alterità obbligante. Lo trovo, non lo costruisco.

Max scrive: “Dalla fine del Settecento secondo Rorty in Europa cominciò a prendere piede un’idea diversa, è cioè che la verità non sia una scoperta, ma una costruzione. Considerare la verità una costruzione significa non credere che esistano dei fatti in sé che aspettano di essere portati alla luce. Il mondo non parla, non possiede un linguaggio, i linguaggi sono creazioni umane e i linguaggi umani contribuiscono a creare il mondo non si limitano a rispecchiarlo: «solo le descrizioni del mondo possono essere vere o false. Il mondo di per sé – a prescindere dalle attività descrittive degli uomini – non può esserlo»”.

E poi: “La morale per Rorty non consiste nel rinvenimento di regole per mezzo delle quali risolvere i dilemmi etici e rispondere a grandi domande del tipo: «Cos’è la giustizia?» o «Cosa significa essere buoni?». L’ironico liberale crede che la solidarietà non la si scopra con la riflessione sui principi della «natura umana», ma la si costruisca con l’immaginazione riservata al particolare, coltivando la sensibilità nei confronti delle tante sfumature che può assumere il dolore del prossimo. Per fare questo il vocabolario più adatto non è quello analitico-concettuale e deduttivo che la tradizione metafisica ha in genere ritenuto il linguaggio filosofico privilegiato, ma la pratica di linguaggi che meglio si muovono attraverso la diversità e la molteplicità delle esperienze individuali. Rispetto al classico trattato di filosofia morale sono dunque altri i generi che ci permettono di gettare le basi di una pratica di solidarietà: lo studio di etnografia, il reportage giornalistico, il fumetto, il cinema e forse soprattutto il romanzo.”

A me pare un discorso di infinita debolezza e fragilità, perciò pericoloso, che permette alla fine anche la crudeltà di Hitler, fondata sul suo mito di superiorità.

C'è un detto di Pintor, che mi pare tanto più umano, e vero, vero per la vita, sottratto al mio arbitrio (anche romanzesco e mitico), un chiarore che ci difende, ci avvicina alla vita buona e felice (e se è metafisico, vuol dire che la metafisica ci difende dalla nostra crudeltà). Luigi Pintor legge la domanda di Pilato a Gesù, e col gioco dell'anagramma trova la risposta: "Quid est veritas? Est vir qui adest" (I luoghi del delitto, Bollati Boringhieri, 2003, p. 15, e poi 77-78). La verità è l'altro che ho di fronte, l'altro è fondamento e limite del mio io, della mia volontà di potenza. La verità morale è il riconoscimento, che non è definizione ma mistero da contemplare: né ignorare né afferrare l'altro. Io sono relazione con l'altro. L'obbligo è originario, non contrattuale (Simone Weil). Vuoi chiamarla metafisica (al di là, prima della “cosa” che è l'altro, c'è la sua invisibile dignità, più reale del visibile)? Come ti pare. Mi basta che ci aiuti a vivere con meno crudeltà, più dei romanzi che piacciono a Rorty. Che comunque è un filosofo da conoscere.

 

Aldo commento

Davvero possiamo dire che nella teoria della conoscenza che porta alla metafisica, il meccanismo del faccia a faccia visivo tra realtà conosciuta e soggetto conoscente può diventare operativo grazie alla mediazione di un linguaggio neutrale? Per godere di tale funzione mediatrice può essere sufficiente garanzia la neutralità del mezzo che permette il contatto tra due soggetti-oggetti tra loro previamente estranei?

Davvero il processo conoscitivo per rispecchiamento si basa su un'astrazione metafisica tipicamente deduttiva, invece che essere frutto della concettualizzazione sistematica di un'esperienza fisica esperienziale e sperimentale, quindi induttiva? Davvero siamo costretti a pensare che per liberarsi dai vincoli necessitanti e limitanti dell'oggettivismo metafisico dobbiamo spostare tutta la nostra attenzione sulla creatività libera e gratuita del soggetto e dare per scontato che la realtà in sé stessa non ha consistenza, ma sola cosa degna di attenzione e lo studio e il confronto tra le diverse interpretazioni? È forse per principio impossibile che l'oggettività delle cose si dia come una realtà molteplice che essa stessa muta, ha alternative di sviluppi e regressioni in relazione dialettica reciproca e non preordinata con le, non sempre e necessariamente prevedibili, interpretazioni molteplici dei molteplici soggettivi?

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