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 442 - L'ULTIMA NEMICA

 

C’è vita prima della morte?

 

«L'ultimo nemico ad essere reso inefficace sarà la morte» (I Cor. 15,26). Davvero la morte è stata resa inefficace? «Dinanzi all'estrema nemica, non vale coraggio o fatica», cantava De André. Gesù era certo di avere annientato la morte? Anche al Getzemani e sulla croce? Da sempre l'uomo ha tentato di rendere inefficace la morte, anche (e soprattutto) mediante la sua rimozione.

«È evidente che gli uomini non hanno bisogno di noi teologi per vivere, ma sembra che si vogliano servire di noi per la morte, nella cui ombra già tutta la loro vita si trova». Così scriveva Karl Barth. Dunque i preti e i pastori (e sotto certi aspetti tutti i cristiani) possono essere visti come «gli specialisti della morte, dell'aldilà, dei funerali»? A questo proposito Paolo Scquizzato commenta: «C'è un ambito della vita di fronte a cui l'essere umano di oggi − ma in fondo di ogni tempo − fa fatica ad orientarsi, ed è il limite ultimo, lo smacco finale della storia personale, ovvero la morte e ciò che c'è - o non c'è - dopo di essa. Ed è proprio lì che il mondo ci provoca, ci chiama ad uscire fuori da banali frasi fatte, immagini stereotipate di stampo medievale e propinate a buon mercato. È dinanzi alla "grande domanda" della morte e dell'aldilà che l'uomo angosciato, turbato e inquieto chiede parole rivelatrici e decisive» (E ultima verrà la morte...e poi?, Effatà). Molte delle considerazioni che seguono sono tratte da questo testo.

 

C'era una volta l'aldilà

Da dove viene il termine "inferno"? Per gli antichi ebrei, il mondo dei morti era detto sheol. Tutti gli uomini, dopo la morte, erano destinati a muoversi in quel luogo come ombre, lontani dalla presenza di Dio. Quando si trattò di tradurre questo termine in greco, si pensò di tradurlo come Ade, il Dio regnante nell'oltretomba, secondo la mitologia greca. Per tradurre Ade in latino si trovò inferi. I termini sheol, ade, inferi (e non inferno!) traducono tutti la stessa realtà: regno dei morti e niente altro!

Gradualmente entrò nell'uso comune il termine inferno, luogo in cui i peccatori vengono puniti per l'eternità. E le traduzioni dei vangeli usarono tale linguaggio. Ad esempio, in Luca 16, 23 (il "ricco epulone") leggiamo en to ade tradotto all'inferno. Solo nella nuova versione del 2008, troviamo inferi. Nella versione del famoso passo in Matteo 16,18 «Tu sei Pietro..» troviamo pulai adou, tradotto «le porte degli inferi» anche nelle versioni meno "aggiornate".

Tutti conosciamo le rappresentazioni dell'inferno di Dante e di Michelangelo. Ma ancora in tempi relativamente recenti, l'inferno veniva usato come deterrente. Un ricordo. «Immaginate un ragazzo della vostra età in punto di morte. Gli restano poche ore di vita. È in agonia, non può parlare, ma sente e pensa. Ricorda i peccati mortali commessi. Non può confessarsi. Lo viene a trovare un amico, proprio quello che l'aveva indotto a peccare. Vorrebbe dirgli di convertirsi, di confessarsi, di non peccare più. Ma le sue labbra rimangono immobili». E come descrivere l'inferno? «Immaginate di stare per affogare. Vorreste aggrapparvi a una barca. Ma dalla barca qualcuno ve lo impedisce, battendovi le mani con un remo. E questo per l'eternità». Così venivamo educati, da adolescenti.

E che cosa erano purgatorio e paradiso? Del primo si parlava soprattutto per indurre a pregare e bene operare allo scopo di abbreviare la pena che le anime dei defunti dovrebbero scontare. Ma non tutte le anime purganti possono contare su viventi oranti! La stessa Madonna di Medjugorje sembra si sia lamentata che «molte anime sono in purgatorio da molto tempo perché nessuno prega per loro». E il paradiso? «L'eterno riposo...». Quale monotonia.

 

Vite "sprecate"

Torniamo all'inferno. Davvero non esiste? I cattivi, dopo la morte, entreranno nell'amore di Dio alla pari dei buoni? San Francesco si ritroverà insieme a Hitler? La misericordia esclude qualsiasi forma di giustizia? E soprattutto: Gesù non parla anche di «Ade», di «fuoco, fuoco eterno», di «Geenna del fuoco», di «pianto e stridor di denti»? Secondo Küng (Vita eterna?, Mondadori 1983, p. 175), «Gesù, per quanto riguarda l'inferno, ha indubbiamente condiviso le concezioni apocalittiche dei suoi contemporanei. Ma Gesù non è un predicatore dell'inferno. In nessuna parte egli descrive l'atto della dannazione e i tormenti dei dannati. Solo marginalmente e con formule tradizionali egli parla dell'inferno. Il suo eu-angelion è un messaggio lieto».

Per quanto riguarda la Geenna, secondo Scquizzato, essa era, ai tempi di Gesù, «un immenso immondezzaio a cielo aperto, un braciere con un continuo fuoco ardente». Se la vita non è costruita nell'amore ma, al contrario, è vissuta nell'egoismo, è una «vita sprecata», buona sola per essere gettata via. Se una cosa diventa inutile e non serve più, cosa se ne fa? La si prende e la si butta nella spazzatura, ovvero nella Geenna. Oppure la vita diventa secca e viene bruciata: «Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano» (Giov. 15,6). La stessa sorte toccherà alla zizzania (Matteo 13,30; 42).

E coloro che non hanno saputo corrispondere ai bisogni dell'altro (Matteo 25,41-46), sono «maledetti», o meglio «si sono maledetti», dentro di sé non hanno più vita, sono dei morti viventi.

Il tema del giudizio è presente anche nella parabola della rete: «I pescatori... raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo» (Matteo 13,48-49). I «cattivi» sono buttati via non per un giudizio morale ma perché sono marci dentro, non commestibili (saprà), in una parola «falliti». Chi vive per gli altri, chi vive «da Dio», ha una pienezza di vita che poi continuerà anche dopo la morte. Per chi invece rifiuta sistematicamente di amare gli altri, c'è la morte definitiva: la vita finirà nel grande inceneritore della storia, il nulla. «L'inferno» è dunque aver fallito la vita, non essere giunti alla costruzione di sé, l'aver costruito la propria vita su di un fondamento senza consistenza, per cui alla prova della morte tutto sarà spazzato via, come racconta drammaticamente la parabola della casa costruita sulla sabbia (Matteo 7,26-27).

Ma tutte queste riflessioni generano altrettanti interrogativi: chi sono coloro che sembrano "sprecare" la propria vita? chi sono gli inutili, i falliti, coloro la cui vita appare "senza consistenza"? Sono forse i poveri, che sono costretti a lottare ogni giorno per la sopravvivenza, senza avere il tempo di riflettere sul senso della propria esistenza? Oppure sono coloro (e basta dare uno sguardo attorno a noi) che, bombardati dai media, appaiono superficiali, banali? C'è il rischio di avere sostituito alle vecchie discriminazioni «buoni-cattivi; cristiani-non cristiani» altre discriminazioni: «intellettuali, pensatori versus superficiali, banali».

Forse l'unica "regola" consiste nell'assenza di regole, nel «non giudicare» gli altri. E nel coltivare un sereno (e severo!) senso di «responsabilità» ognuno nei confronti di se stesso. Dio giudicherà.

 

Sorpresi, come Gesù

In questi tempi bellissimi, in cui ritroviamo la libertà dei figli di Dio, siamo stati testimoni delle più straordinarie scoperte. Non si tratta solo di cambiare qualche dettaglio, qualche modo un po' antiquato di leggere la Bibbia. I concetti di immortalità dell'anima, vita eterna, resurrezione, pilastri su cui per secoli si è basata la teologia cattolica (e non solo), si sono disfatti nel giro di pochi anni. «L'anima... non c'è più!». Un dualismo greco-platonico tra corpo e anima non è biblico, è una creazione dei teologi. Quindi niente più anima immortale che alla morte se ne vola via dal corpo per essere destinata a una delle tre dimore dell'oltretomba. Salvo poi ricongiungersi al corpo prima del giudizio finale. Che ne è dell'esortazione di don Bosco «Da mihi animas, cetera tolle»?

Un cristiano non deve credere alla «immortalità dell'anima» ma alla «resurrezione dei corpi». Quali corpi? Dove possiamo immaginare di mettere milioni di miliardi di corpi (che sono res extensa!)?

Ci possono aiutare alcuni passi di Paolo in cui si afferma che «siamo già risorti» (Efes. 2,5; Col. 2,12). Secondo 1Giov. 3,14 «Sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli». Chi ama il fratello è già risorto! Ogni volta che il vangelo di Giovanni parla di «vita eterna» non lo fa mai attraverso verbi al futuro, ma al presente («ha la vita eterna»: Giov. 3,16.36; 5,24; 6,47).

La «vita eterna» è dunque una vita qualitativamente così alta da essere in grado di vincere anche la morte. La morte perciò non distrugge l'individuo, ma libera in lui tutte le sue potenzialità. È esperienza di tutti che nell'arco della nostra esistenza non ci è consentito di vivere tutte le possibilità per far emergere le potenzialità che ci portiamo dentro. Possiamo credere che tutto rimanga incompiuto? Sarebbe l'apoteosi del non senso. Il vivere già in questa vita la «vita eterna» fa in modo che la morte biologica non solo non interrompa la vita ma liberi tutte le energie nascoste nell'individuo. Tutta la nostra storia troverà la sua completezza.

Come afferma Küng (op. cit., p. 148), «nulla è andato perduto per il Dio che ama l'uomo. Egli ha raccolto tutti i sogni e nessun sorriso gli è sfuggito. Resurrezione del corpo significa che, presso Dio, l'uomo non trova solo il suo ultimo istante ma anche tutta la sua storia».

Qual è stata, per Gesù, la propria morte e resurrezione? Egli era uomo, non un Dio travestito. Non era perciò onnisciente, non era certo di risorgere, ascendere al cielo, sedere a destra del Padre. Altrimenti sarebbe morto da "stoico", col sorriso sulle labbra. Invece grida «a gran voce» (phoné megàle): «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Matteo 27,46; Marco 15,34). E, secondo Luca 23,46, grida, pure a gran voce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito».

Quindi, il primo giorno dopo il sabato, un giovane, vestito di bianco, annuncia alle donne venute al sepolcro: «È risorto, non è qui... egli vi precede in Galilea» (Marco 16, 6,7). «La Galilea!», la terra di Gesù: Gesù risorge con tutta la sua storia. E la sua storia vivrà per sempre.

Le donne rimasero stupefatte. È una forzatura, una distorsione dell'annuncio evangelico, suggerire che, anche per Gesù, la resurrezione fu una «gioiosa sorpresa», un inaspettato Dono del Padre? Anche per noi potrà essere così?

Dario Oitana

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