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 443 - Nascere, vivere, morire, legiferare / 2

 

Necessità e libertà del morire

 

Probabilmente neppure in questa legislatura si riuscirà a giungere a una riforma delle leggi relative al fine vita, ma non credo che questa dilazione renda inopportuno portare a termine la riflessione, iniziata nel numero di aprile, sul problema della laicizzazione delle norme giuridiche concernenti la nascita e la morte. Infatti per quanto la secolarizzazione del diritto positivo dati da più di tre secoli e sia comunemente considerata teoricamente acquisita, di fatto ogni passo in tale direzione continua a sollevare questioni d'ordine religioso, tese a negare che gli uomini, in quanto esseri socialmente e storicamente strutturati, possano legiferare a questo proposito senza ledere gravemente il diritto divino e quello naturale.

In particolare intendo qui chiarire, ancora una volta, che garantire ad ogni uomo la possibilità di essere assistito e accompagnato alla morte, rispettandone dignità e libertà, non significa arrendersi all'andazzo di un mondo sempre più dominato da un disperato “desiderio di morte” e a una società che vede nella morte l'unica via d'uscita da una vita vissuta all'insegna del soggettivismo e del relativismo illuminista.

Molto più semplicemente significa accettare di vivere la vita “fino alla feccia”, consapevoli che da sempre la riflessione sulla sua fine è presente nella storia della società e della cultura umana e che non c'è scuola di pensiero laica e religiosa capace di rendere davvero meno problematico l'evento della morte. Non c'è nel mondo pagano. Non c'è nel medio oriente ugaritico, faraonico, ebraico, persiano. Non c'è nell'Occidente latino, germanico, cristiano e neppure in quello ateo e secolarizzato in cui noi qui ci troviamo a riflettere.

 

Vivere la morte

Il che non significa che, una volta maturata la coscienza della mortalità d'ogni vivente, l'intera storia dell'avventura umana, dagli antenati di Lucy all'ultimo dei nostri eredi, sia destinata a svilupparsi all'insegna dell'angoscia di morte o del cupio dissolvi. Ma neppure permette di affermare che il desiderio di vivere, che ha consentito e consente alla maggior parte degli uomini di affrontare le difficoltà e i drammi incontrati nella vita, abbia potuto e possa affermarsi grazie alla rimozione della morte. Significa cogliere che il rimedio, trovato dall'ominide prima e dall'uomo poi, per controllare, senza vincerlo, il potere distruttivo della morte, consiste nel tentativo di comprendere la propria mortalità all'interno della dinamica di una comunità di esseri terreni, inferi e celesti. Dinamica complessa ma non priva di un qualche senso, fosse anche “la mancanza di senso”. Questo perché una vita mortale la si vive di fatto in un orizzonte culturale e sociale che ingloba la morte nell'orizzonte della mortalità propria e altrui, al limite della mortalità planetaria e universale.

La morte dunque non è qualcosa di opposto o estraneo alla vita. La morte appartiene alla vita, ne è il limite costitutivo. E, se è vero che l'antico sapere filosofico e teologico, a partire dalla convinzione della centralità e unicità della terra e della stabilità del cosmo, si è impegnato a dare ordine narrativo e logico alle contraddittorie e inquietanti visioni preistoriche del mondo e dell'umana esistenza, bisogna riconoscere che tale ordine non è mai riuscito a garantire agli uomini un vero controllo sul potere distruttivo della morte. Tanto più che dopo Copernico e Galileo non c'è più dato vedere con gli occhi del corpo l'eternità dei cieli e della terra e codificare con quelli della mente la loro capacità di garantirsi perenne identità, grazie all'eterna ciclicità del movimento. Né è, di conseguenza, possibile estendere per analogia tali prerogative, sotto forma di immortalità dell'anima, anche all'uomo. Oggi, come al tempo della visione metamorfica della realtà, tipica della oralità originaria, siamo tornati a dover ipotizzare che i cieli e la terra abbiano avuto un'origine e possano avere una fine, che tra vita fisica e vita psichica non c'è separazione sostanziale, ma relazione intima e reciproco scambio.

 

La Legge e la Morte

Non è tema che posso qui affrontare in tutti i suoi molteplici risvolti, ma è assodato che nello sviluppo della cultura e dell'organizzazione sociale della vita umana la morte ha a che fare con la legge e che il nostro rapporto di viventi con essa ha sempre dato luogo al tentativo di normarne le manifestazioni con esiti più o meno fortunati e spesso profondamente contradditori. Del resto bisogna ammettere che il problema della presenza della morte nella vita è così complesso che è troppo facile toglierselo dai piedi come “mistero”; anzi che è impossibile persino giungere a conclusioni chiare nell'interpretazione dei miti, che tentano di spiegare le cause della sua origine.

Ci basti ricordare che la maggior parte dei miti, che presso i diversi popoli della terra narrano l'origine della vita, attribuendola all'azione benefica del divino, lega la presenza della sofferenza e della morte dell'uomo a qualche azione dell'uomo stesso, sentita dagli dei come un'ingrata minaccia alla loro autorità e supremazia. Tanto che persino il racconto biblico della creazione, frutto di un attento riordino narrativo e di una drastica rivisitazione etica dei miti precedenti, fa propria questa impostazione del problema.

Genesi 2-3, infatti, imbastisce un articolato racconto sulla catena di cause ed effetti che portano alla mortalità dell'intero creato, col risultato di rendere responsabili della presenza della morte nel mondo tre diversi attori: Dio, la prima coppia umana e il serpente tentatore (il diavolo, secondo Sapienza 2, 24). Ma è chiaro che, per quanto il redattore finale del testo tenda a scaricare la responsabilità ultima del dramma sull'ingenuità degli umani, ingannati dal serpente, la morte, almeno come possibile esito della vita, fa parte del progetto del Creatore. È sulla sua bocca che la parola “morte” compare nella Bibbia come minaccia che dovrebbe dissuadere l'uomo, appena plasmato e svegliato alla vita, dallo scegliere di mangiare, in alternativa ai frutti dell'albero della vita, quelli della conoscenza del bene e del male, ambedue posti al centro del giardino dell'Eden ed egualmente «graditi alla vista e buoni da mangiare» (Gen 2, 16-17).

Così, secondo la Bibbia, nascono insieme la vita e la morte e nascono insieme alla legge. Lo conferma anche il Deuteronomio o “Seconda legge”: «Io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male» (30, 15). E a suo modo lo ribadisce Paolo: «Pungiglione della morte è il peccato e forza del peccato è la legge» (I Cor. 15, 56; Rm 7, 7 e ss.). A scegliere la morte è l'uomo, magari indotto alla trasgressione dal diavolo (“il divisore”), secondo il Deuteronomio; inevitabilmente peccatore, in quanto erede di Adamo, secondo Paolo. Ma a rendere possibile la tentazione ed effettiva la morte, più o meno definitiva e universale, è in ogni caso Dio, dalla cui onnipotenza, secondo la vulgata ebraica e cristiana, tutto, più o meno direttamente, deriva.

 

Legiferare non è imporre

Poiché la morte fa parte della vita i viventi hanno il diritto e il dovere di avere l'ultima parola sul modo in cui è meglio per loro affrontare l'una e l'altra; dirlo e deciderlo come individui che vivono e muoiono in un contesto sociale, che non ha più nulla a che fare col modello storico della monarchia assoluta, allorché il sovrano si considerava un Dio in terra e Dio era teologicamente raffigurato come un Faraone o un Re Sole in cielo. Sappiamo bene, infatti, che un tempo i miti tendevano a riservare agli dei del politeismo e al dio del monoteismo, garanti supremi della vita dei singoli e dei popoli, non solo l'origine della vita e della morte, ma persino le leggi che gli uomini devono rispettare da vivi e da morti e nel passaggio dall'uno all'altro status.

Gli “dei” del politeismo greco favorivano le nascite, il “dio” del monoteismo ebraico-cristiano le determinava; gli “dei” potevano ritardare o affrettare le morti; il “dio unico” le stabiliva d'autorità. Gli uni e l'altro consideravano colpa grave l'uccisione dell'uomo da parte degli uomini e gli uni e l'altro punivano con la morte gli omicidi, se addirittura non li provocavano e non li ordinavano, in caso di violazioni gravi delle leggi da loro stabilite. Il tutto non senza disorientanti eccezioni e scandalose contraddizioni, sul tipo degli oracoli delfici, che condizionarono le vicende di Edipo e dei suoi figli, e degli ordini dati agli Israeliti da Jhwh per la conquista di Canaan (Dt 7 e 20, 16-18). Di fatto poi è noto che sono stati i massacri, le carestie e le epidemie, che hanno accompagnato le guerre di religione tra le diverse chiese europee del XVI-XVII secolo, a obbligare i fautori, credenti e non credenti, dell'Illuminismo ad avviare il processo di secolarizzazione e di declericalizzazione della vita sociale pubblica; a rifiutarsi di trasformare in leggi dello stato le leggi dichiarate “leggi divine” dalle varie confessioni religiose; a convincerli che era loro dovere comportarsi da adulti e assumersi la responsabilità per l'oggi della fissazione teorica e del rispetto pratico, per sé e per gli altri, dei diritti maturati nel corso della storia (Kant); a indurre l'uomo moderno a “vivere come se il dio delle religioni tradizionali più non fosse o dovesse essere compreso in modo diverso da come era stato compreso fino a ieri” (Bonhoeffer).

Il che applicato alla condizione di chi, nascendo alla vita è nato anche alla morte, comporta il diritto del mortale a godere, nei limiti delle umane possibilità e dell'inevitabile sofferenza del morire, di un trapasso degno di chi sta concludendo la sua vita. Solo così morire potrà, in qualche caso almeno, avviarsi a non essere più un tragico suicidio, una morte che l'uomo dà violentemente a se stesso per disperazione o rivalsa, ma un congedo dalla vita propria e altrui che, per quanto drammatico, apre alla morte qualche spiraglio di senso. E potranno non essere più estenuata ed estenuante sofferenza le morti per malattie inguaribili, per demente e infelice vecchiaia, per irreparabili menomazioni che rendono intollerabile la permanenza in vita.

Ciò sia detto senza pretendere che l'affidamento della regolazione della vita e della morte alle leggi storiche degli uomini, invece che a quelle, ritenute perenni, di Dio o della natura, garantisca una migliore e definitiva soluzione ai problemi dell'umana esistenza. Si tratta infatti semplicemente di riconoscere che l'uomo è diventato quel che si trova ad essere proprio perché ha preso coscienza di doversi rendere responsabile di sé e di quanto con lui convive tempi e spazi terreni e lunari. E sempre più si sente, individualmente e socialmente, chiamato a condividere tale responsabilità con gli altri, uomini, animali, piante, solidi e liquidi d'ogni sorta. Tutto ciò ponendo a se stesso due limiti decisivi: non autodistruggersi, distruggendo le possibilità di vita nel suo raggio d'azione; non imporre a sé e agli altri, a qualunque specie vivente appartengano, il proprio egocentrismo di individuo e di specie, con atti, norme e leggi, che ambiscono all'assolutezza.

Aldo Bodrato

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