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 448 - Lettera aperta a Jean Pierre Jossua

 

Cristianesimo al guado

 

Carissimo Jean-Pierre,

non sono riuscito a leggere di getto le tue Brevi nuove della terra e del cielo (San Paolo 2017, pp. 240). Ho dovuto affrontarle, divise anno per anno (2010-2015), a spezzoni di quattro la volta.

Sono “Nuove”, “brevi” in quanto mirano a condensare il messaggio in cinque righe. Davvero poche per formulare un pensiero argomentativamente compiuto, più che sufficienti per iniziare un dialogo, porre un problema, prima esistenziale che teorico; per stimolare una riflessione. E riflettere per me, oggi ben più di ieri, è impegnativo. C'entra l'età, ma ancor più il senso di insufficienza, cresciuto con gli anni, delle conoscenze acquisite con lo studio nel passaggio alla maturità dalla giovinezza. Come giustamente osservi: «Qui (in queste tue pagine) l'affermazione, che la lettura fa parte della stessa creazione dell'opera, trova (grazie all'eco che suscita nei lettori) la sua verifica più piena».

Tu cerchi di restituire alla parola scritta le virtù della parola parlata: l'immediatezza del confronto diretto, l'efficacia dello sguardo etico sul vissuto proprio e altrui, grazie anche alla possibilità della visione reciproca dei volti e dei gesti e del reciproco ascolto dei suoni e dei toni, delle modalità di annunciare e di accogliere l'annuncio, del coinvolgimento reciproco. È un strada da tentare, accanto a quella dei “Saggi”, degli “Articoli” e delle “Conferenze”, che da anni hanno sostituito i “Trattati”; per non parlare delle enciclopediche “Dogmatiche” (vere opere da “ciclopi”, visto che possono raggiungere anche 6 e 12 volumi, per un totale di tre-seimila pagine, e che oggi sono reperibili, oltre che nei miei sovraccarichi scaffali a parete, solo più di seconda mano presso collezionisti e nostalgici della cristianità).

 

La libertà impegnativa della fede

So bene che questa sorta di contrapposizione frontale tra generi teologici diversi non sta nelle tue corde di uomo di pensiero teso a costruire ben più che a “rottamare”. Ma colgo, dall'insieme delle tue “cinquine”, che ti è ben presente il fatto storico culturale, che una vera innovazione nel campo della teologia cristiana potrà vedere la luce solo se i migliori esiti della pastorale e della dottrina dei secoli passati troveranno una debita e accurata valorizzazione come patrimonio e memoria della nostra fede. “Patrimonio”, “memoria” e “fede”, che non sono nati e non vivono nella perpetuazione di un'immobile e oggettivabile identità astorica, ma nella dinamica di un'identità capace di azioni e di comunicazioni, di creazione, di storica rivelazione e di storico impegno.

Lo deduco da quanto osservi sul fatto che «i primi due secoli cristiani non hanno conosciuto né episcopato monarchico, né papato, né distinzioni chierici-laici, né sacerdozio ministeriale e celibato consacrato, né canone delle Scritture». Scrivi, infatti: «Si può trarne motivo per relativizzare organizzazioni sacralizzate e legittimate, ma non pretendere di ritornarvi, cancellando tante ricchezze della tradizione ed eludendo la necessità di creare nella nostra differente situazione» (pp. 168-69). Si può relativizzare ciò che è stato sacralizzato. Si deve creare il nuovo, senza rinnegare l'eredità del passato, ma anche senza pretendere di surrogarla con qualcosa di altrettanto sistematico e definitivo. Una teologia che chiede troppo a se stessa e tenta di trasformare in sistema organico la propria fede, si trasforma in ideologia, vuoi come «legittimazione dell'autorità religiosa o civile … (vuoi) ... come sostegno all'innovazione o alla sovversione» (pp. 161-62).

Mi viene spontaneo legare queste e altre tue considerazioni all'insufficienza della richiesta di perdono degli ultimi papi per gli errori e gli orrori di cui è costellata la storia dell'Occidente cristiano, pur ricca di esperienze positive e di durevoli segni di crescita morale e civile. Ratzinger e Woytila hanno dato voce alla comune presa di coscienza che nei suoi duemila anni di esistenza il cristianesimo ha dato vita a scontri di potere, a furiose contese teologiche, a reciproche persecuzioni, alimentando le divisioni e la rivalità tra popoli e stati e contribuendo a rendere più lunghe e feroci le guerre europee dei secoli scorsi.

Intransigenti assertori dell'irreformabilità della “dottrina”, dell'origine divina delle leggi della natura e della struttura gerarchica della Chiesa, questi due papi, però, hanno ritenuto bene scaricare la responsabilità di tutto ciò sulla modesta statura intellettuale e morale di alcuni pastori del tempo che fu. Non hanno messo in conto che tutto ciò poteva anche essere una conseguenza della struttura autoritaria e adialogica delle chiese confessionali, dello loro compromissione coi poteri economici e politici del tempo e, più o meno direttamente, dalla rigida strutturazione dogmatica della stessa teologia dogmatica, figlia mai veramente emancipata, della cultura scientifica e antropologica fissista dell'antichità classica e medioevale. Cosa, quest'ultima, allora fondamentalmente doverosa e spesso risolta in modo geniale, ma fonte, con le trasformazioni culturali e sociali della modernità, di infiniti fraintendimenti, quando non di veri e propri comportamenti criminogeni.

 

Coessenzialità del dire e dell'agire

Sto semplificando in modo da rendere il tuo pensiero simile al mio? Probabilmente sì. Ma confesso a te e ai miei pochi lettori che non sempre sono in grado di comprendere appieno alcune delle tue considerazioni su temi musicali e su scrittori francesi non notissimi. Evidenti sono i limiti della mia formazione culturale. Sono bocconi golosi che non so digerire, di cui altri potrà godere appieno.

Io godo le tue preziose variazioni sulla bellezza dei fiori, dei campi, dei boschi, dei paesaggi della Provenza e della Normandia, sulla vita e la compagnia degli animali, sulla loro mitezza amicale, sulle loro gioie e sofferenze. Ne traggo piacere e motivo di attenzione, anche perché tu leghi l'amore per la natura alla centralità della fede nel Dio di Gesù Cristo. Fede fragile, ben più per la Croce che per la sua indimostrabilità, ma salda, per la capacità di generare in noi e per noi una concreta, gioiosa e libera possibilità di relazione con l'intera creazione. Il che a sua volta mi dà la forza di vivere con speranza le esperienze di dolore e la prospettiva di morte dei miei ultimi anni.

Cerco così di fare esistenzialmente mio tutto ciò che più mi sollecita nelle tue Brevi Nuove, in consonanza con quanto osservano Corrado Lorefice, vescovo di Palermo, e Antonio Sichera, professore di Letteratura dell'università di Catania. Il primo sottolinea la “natura dialogica” della tua “Teologia letteraria”, in cui osi metterti in gioco ad ogni pagina dei tuoi diari, dare alla parola la pregnanza di un gesto, di un atto che tutto ti coinvolge. «Solo se siamo soggetti al dubbio, − aggiunge − pronti ad una fede problematica, soggetti alla speranza ma anche insidiati dalla disperazione, appassionati dell'amore ma anche consapevoli della miseria che ci accompagna; solo se siamo pronti a dire tutto questo, a farlo sentire a chi ci sta di fronte, possiamo trasmettere col nostro stesso essere la “buona nuova” del Regno» (p. 7). Il secondo precisa: «Queste note e osservazioni asistematiche puntano a parlare della terra e del cielo … ad abbracciare nella loro minuzia l'universo. Una totalità che non appare chiusa nel frammento, bensì allusa … Il frammento è lì, senza sconti e senza addolcimenti; la sua parola tange l'universo». Ma non lo ingloba, perché non può e non vuole abbandonare la finitudine, perdere il contatto col “qui e ora” (pp. 117-18).

 

Il cielo e la pozzanghera

Caro Jean Pierre, in pratica ho parlato delle tue pagine senza mai darti veramente la parola. Per non fermarmi alla mia sola lettura ho citato spezzoni di due tuoi acuti interpreti e stimati amici. Quanto a rendere possibile ad altri iniziare un colloquio con te rimando al brevissimo dossier, che accompagna questo abbozzo di confronto sul guado, che il credente biblico, seguace di Mosè e di Gesù Cristo, deve, ancora e sempre, affrontare, se vuole continuare il suo cammino oltre il Giordano incontro al Regno di pace promesso da “Io sono” e dal “Prediletto”.

Prima di chiudere, però, vorrei ribadire che le tue Brevi nuove, non riesco a considerarle, tout court, «buone nuove». Nel loro insieme contengono notizie positive e negative e molte anche apparentemente indefinibili nella loro ambivalenza. Proprio come nel caso dei Vangeli qui le buone e le cattive esperienze si inseguono verso un finale tragico. Un finale, che solo la speranza, sorretta dalla fede problematica di alcune discepole, può indurre a leggere come prodromo alla proclamazione della resurrezione. È la speranza nel Risorto infatti che induce credenti e non credenti “di buona volontà” ad agire come se “il male e la violenza potessero non avere l'ultima parola”, o, per dire meglio, come se “la dinamica dell'amore” potesse prendere il posto della “fine”. Brevi nuove, dunque, le tue, assetate di eu-angelion (buone notizie), tese cioè a restituire all'umana parola la capacità di farci intravvedere: «L'azzurro del cielo infinito tutto in una pozzanghera».

Aldo Bodrato

 

 

Un breve dossier

Parole che fanno pensare

 

Il primo momento della fede è dialogico: risposta di fiducia in Colui che ha preso l'iniziativa. Il secondo è una attenzione alla Sua presenza nel profondo di sé. Il terzo potrebbe essere la confessione della sua Trascendenza, al di là di ogni impegno e di ogni immanenza, confessione che sola potrà preservare il Suo mistero.

 

Dio interlocutore. Dio presente nell'intimo. Due rappresentazioni che richiedono due atteggiamenti spirituali che si completano: la fiducia, il riposo. Niente può provare che la prima abbia un referente reale e che il secondo non sia vano. Ma per il credente, Dio si trova alla sorgente dei due movimenti dello spirito e del cuore.

 

Buoni esegeti, storico-critici eccetera, che indossano occhiali di una teologia imparata, introducono nei testi, nei sottotitoli, nelle note della Bibbia, parole come Onnipotenza, Provvidenza, Missione etc., che non c'entrano niente.

 

I soli fatti storici sono la morte di Gesù in croce e l'attestazione di una fede nella sua resurrezione. Le interpretazioni di questa morte sono all'inizio altrettante strategie destinate a giustificare un fatto scandaloso. Esse potranno assumere un senso teologico, ma nessuna di esse s'impone sulle altre. Noi dobbiamo sforzarci di comprendere, poi di interpretare, cioè scegliere.

 

Sessant'anni di esperienza di vita nella Chiesa mi portano ad una constatazione desolante. Se essa si chiude in se stessa, questo isolamento la priva di ogni significato per le società e le culture attuali, senza dimenticare l'emorragia frutto della delusione. Se essa si apre, questa simbiosi genera una dissoluzione negli stili e nei valori che gravitano intorno a lei e un (altro) rischio di emorragia per perdita di identità.

 

Dio. «In noi, non senza di noi, non solamente di noi»: scrive Marcel Légaut. D'accordo dice Paul Blanquart: è la “figura” dell'alterità; è “come un interlocutore”. Per me alterità reale, inconcepibile, “interlocutore” che ha l'iniziativa. Aggrappasi a questo, solo a questo, a dispetto di tutto.

Jean Pierre Jossua

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