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Papa Francesco sotto attacco

 

Un gruppo variegato che va dagli atei devoti ad alcuni vescovi e cardinali ha definito fallimentare il quinquennio bergogliano: hanno addirittura organizzato un convegno a Roma il 7 aprile su Chiesa dove vai? Perché non perda la strada.

Gli accusatori del Papa intendono per cattolicesimo (chiesa cattolica vuol dire ben altro) quello che si è consolidato nel periodo che va dal concilio di Trento al Vaticano I, col suo prolungamento sino al pontificato di Pio XII (epoca pre-conciliare). Lo definiamo «il (loro) punto di vista cattolico» che, ritenendo sia stato quasi sempre così da duemila anni, difendono a oltranza rinchiusi nella loro corazza e asserragliati nel loro fortino, da cui escono solo per fare crociate contro che quelle che chiamano «derive secolariste, moderniste e relativiste».

 

Il magistero fuori dalla palude

Il suddetto punto di vista cattolico, sanzionato secondo loro dalla tradizione plurisecolare, risulta infallibile, e quindi non modificabile in alcun modo, non reinterpretabile nella nostra situazione, non negoziabile, con i suoi dogmi, divieti, simboli (crocefisso, presepe), e riti: li difendono pure gli atei devoti che a messa non ci vanno mai, ma anche quelli (fra gli avversari) che vanno in chiesa hanno smesso da tempo di pensare Dio, più in generale di pensare (filosoficamente), oppure lo fanno in maniera scorretta e incompetente. Li aizza solo la polemica contro il Papa, il modernismo empio, e la hybris delle pro-creazioni demiurgiche di tipo clonale o assistito. Padre Francesco invece di lagnarsi della «grande secessione da Dio» (secondo il giornale inglese The Guardian, dati alla mano, nella Ue il cristianesimo sarebbe vicino al default), ha avuto l'ottima idea di convocare per l'autunno un Sinodo dei giovani, a fronte anche del fatto che ad es. nel Nord-Europa, sempre secondo lo studio del quotidiano britannico, la percentuale dei giovanissimi (dai 16 ai 29 anni) che hanno dichiarato di non avere alcuna fede si aggira intorno al 75% (valore medio, con una punta del 90% nella Rep. Ceca).

Urge quindi un rinnovamento del linguaggio per le giovani generazioni; ma i suddetti «cattolici» inorridiscono di fronte alla possibilità di ripensare Dio, la fede, la chiesa in maniera nuova. Col «non ci possiamo fare niente» (perché a loro dire di “diritto divino”; ma se per quello non vogliono nemmeno cambiare quello non-divino come il celibato presbiterale e il sacerdozio maschile), viene esclusa qualsiasi apertura relativa al matrimonio (divorziati risposati), famiglia, omosessualità, fecondazione artificiale, eutanasia. Ma, al di là delle suddette questioni più scottanti, viene escluso il potere di cambiare in quanto tale: neppure il magistero attuale può effettuare modifiche sostanziali in campo matrimoniale, ministeriale, liturgico, ecumenico e giuridico; la grande colpa di Francesco (per noi un pregio) è stata proprio quella di aver fatto uscire il magistero da quella paralisi che lo aveva inchiodato per tre decenni, iniziando un percorso di rinnovamento anche se fra grosse difficoltà come in campo curiale (hic sunt leones) e nella ristrutturazione dello Ior.

 

L'accusa di evangelismo

La bergogliana spinta evangelica all'accoglienza viene definita un solidarismo astratto e indeterminato, in conflitto col realismo di molti episcopati, un populismo (di segno opposto a quello della Lega, ma pur sempre demagogico), un profetismo equivoco perché neoclassista! Quante contorsioni per salvarsi in corner e quale raffinatezza retorico-lessicale (imprudenza discutidora è stata l'aver definito Trump non-cristiano: così l'ateo devoto Giuliano Ferrara sul «Foglio» del 15 marzo), poiché non possono sostenere che nella Scrittura sia marginale l'accoglienza per il povero, orfano, vedova, forestiero e straniero. Si sono inventati il neologismo evangelismo, termine che rivela diffidenza se non disprezzo per un atteggiamento che giudicano nel migliore dei casi ingenuo e velleitario; l'accusa nei confronti dei bergogliani (chiamati a volte bergogliosi) è appunto quella di utilizzare «come unico criterio di misura l'evangelismo, fingendo di non sapere che per sua fortuna il vangelo è un libro esposto da secoli al pluralismo delle interpretazioni e a diversi approcci di fede e di cultura, sempre più frammentate nell'epoca del soggettivismo e dell'individualismo credente» (G. Ferrara). Quando fa comodo usano pure l'ermeneutica, anche se in maniera viziata e corrotta.

Ma la loro è un'interpretazione disumanizzante di Dio (e non solo per la «ferocia» nei riguardi dei divorziati risposati e dei Lgbt), di un Dio che osserva dall'alto per poi mandare i suoi «postini» ricattatori: in particolare le apparizioni di Medjugorje, una patata bollente che Francesco, con abile mossa, ha «scaricato» nelle esperte mani politico-economiche del card. Ruini. Quella di Francesco è invece un'ermeneutica dell'umanità di Dio, che sta dentro alla dialettica tra vita e morte a favore della vita in unità col suo popolo, soprattutto quello più martoriato. Commovente il ragazzino siriano che, nel video on-line trasmesso anche dalle tv, in un ottimo inglese descrive fra le macerie della guerra la sua disperata situazione catastrofica; non possiamo non ricordare i dotti cristiani della Siria che nei primi secoli traducevano dal greco all'arabo (nord-arabico) senza preclusioni religioso-nazionalistiche.

 

Francesco semplice, non ingenuo

Padre Francesco, che a loro dire vuole riconquistare il mondo con mezzi secolaristi allontanandosi dalla tradizione cattolica, è appunto accusato di discontinuità dottrinale nell'intendere il Vaticano II come elemento di rottura profetica e di riconciliazione della Chiesa col moderno e il contemporaneo: esatto, l'hanno capito bene, perché è proprio questo che il Papa cerca di portare avanti con merito; è altresì un pregio che lo faccia senza frenesia e con discernimento pastorale. A questo discernimento si devono le sue... concessioni per compensare bilanciando: da una parte il viaggio-lampo a Bozzolo per don Mazzolari e a Barbiana per don Milani, dall'altra quello in Portogallo, in cui tuttavia in maniera intelligente ha affidato il controcanto fuori dal coro al vescovo di Fatima (che ha parlato di presunte apparizioni).

Non entriamo nel caso Viganò, in precauzionale attesa di una sua completa chiarificazione; ma se è vero che anche il papa emerito si è posto di traverso, le cose si mettono male per Francesco, a cui assicuriamo tutto il nostro appoggio a costo di tapparci la bocca per certe cosette a noi indigeste, come il viaggio a S. Giovanni Rotondo. Così però riesce a scongiurare in via definitiva il possibile distacco di quella religiosità popolare (Francesco sarà anche semplice, ma non ingenuo). Una sola cosa gli chiediamo preventivamente, quella di non santificare Pio IX poiché la sua canonizzazione sarebbe indigeribile. Il suo merito, da «buon cristiano» e «Padre nella fede», è proprio quello di voler superare il suddetto punto di vista cattolico, tra profezia e vangelo.

Mauro Pedrazzoli

 

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