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 483 - La via percorsa da Aldo Bodrato / 3

 

La parola del dramma e del sublime

Seguendo quel filone inaugurato dalla celeberrima sentenza di Theodor W. Adorno sull’impossibilità di scrivere poesia dopo Auschwitz, Bodrato sostiene come tale ostacolo ricada piuttosto sulle indagini filosofiche e teologiche, rivelatesi entrambe inadeguate di fronte all’esperienza del male: «proprio dal dialogo con la fatica letteraria deve ripartire il pensiero riflessivo per cercare di dare forza e incisività alle proprie domande e alle proprie risposte.

In particolare, quando tali domande e tali risposte riguardano il problema del male, essa si fonda sulla coscienza che solo nella parola di coloro che da questo male sono stati feriti nella carne e nello spirito è possibile trovare quel barlume di verità che ci aiuta a non sprofondare nell’indifferenza o nella disperazione». E citando Martin Heidegger aggiunge: «Occorrono i poeti, che mettendo a rischio il linguaggio, ‘che è la casa dell’essere’, mettono a rischio ‘l’essenza dell’uomo’ e così aprono la strada alla sua salvezza» («Nel racconto la verità di Auschwitz» in Humanitas, 1 1989, pp. 51-2).

 

Portando la ferita

Dal fondo di quell’abisso, in cui la parola sembrava annichilita e votata al silenzio, rinasce il racconto e rifiorisce la poesia. La scrittura riprende vita portando la ferita di quella cesura dell’umano che è stato Auschwitz, ma senza derogare al proprio compito di parola spezzata che vuol farsi memoria, testimonianza e comprensione dell’orrore vissuto e subito. La volontà di raccontare ha favorito la volontà di sopravvivere, quando cedere alla morte sarebbe stato più facile e il silenzio sembrava l’unico destino immaginabile. Nell’ampio articolo dedicato al tema, Bodrato individua inaspettatamente in Primo Levi i tratti dell’appello profetico: «dalla risposta data all’appello che viene da tale evento dipende il destino del singolo e del mondo. Questo evento è Auschwitz e Auschwitz è una radicale chiamata in causa dell’uomo a rendere conto della propria azione di giustizia e di giudizio verso l’altro uomo» (p. 64). La parola che aiuta a sopravvivere è allora parola che salva, non solo dalla paralisi dei sommersi, ma tanto più dalle numerose forme di disumanità che sempre covano sotto la cenere.

La parola che ha raccontato Auschwitz ha tentato lo sforzo sovrumano di dire l’indicibile, un lavoro ai limiti del linguaggio, che si riconosce in specie alla poesia in quanto espressione sublime della comunicazione umana, capace di declinare le pieghe di ogni suo sentire come della sua stessa impossibilità. Ancora una volta è sintesi della duplice istanza, parola poetica e tempo dell’angoscia, la voce del profeta, accostamento su cui Bodrato si sofferma in più passaggi del suo testo dedicato alla profezia biblica, L’avventura della Parola (Effatà, 2009): «Più che col sacerdozio la profezia sembra dunque avere a che fare con la poesia, almeno nell’accezione classica del termine. Poesia, pòiesis, arte dell’invenzione e della ricerca del vero, nascosto nel passato e nel presente […]. Poesia, incontro di ispirazione, intelligenza e passione, sola via aperta all’innovazione e all’inveramento della vita, attraverso l’innovazione e l’inveramento del linguaggio» (p. 23). Poesia e profezia è un binomio tutt’altro che inatteso, sia perché la profezia biblica si esprime preferibilmente in versi sia in quanto tale associazione suggerisce una consonanza tra l’esperienza della visione e il carattere contestatore che ne discende. Dopo aver visto, infatti, non si può tacere. Contemplare chiede di offrire. Poeti e profeti sentono perciò la responsabilità di risvegliare le coscienze, riaccendere l’azione, rintuzzare i dormienti. Entrambi percepiscono la propria vocazione come obbligante, talvolta vivendola loro malgrado.

 

Poesia e profezia

«Parola d’angoscia la parola del profeta, quando deve denunciare la presenza del male che trionfa e minaccia. Parole d’angoscia che sono il suono dell’assenza» (L’avventura della parola, p. 200): la profezia apre a un futuro che già s’intravede nel presente, ma che non può impedire il passaggio dalla prova e dalla lotta. Il profeta è quindi «sentinella», colui che è in grado di «cogliere lo stato di salute sociale e spirituale, intellettuale e morale e di indicare gli esiti, così che chi può provveda» (p. 205). E che la sua parola sia poetica è segno di quel di più che il profeta vede nelle cose, impronta di quell’al di là già in atto per quanto celato. La creazione di immagini poi esalta e dona maggiore forza espressiva al discorso del profeta. Spesso tratte dal quotidiano ma elevate a simbolo, come è il caso dell’albero ridotto a ceppo e radici (Isaia) o del ramo di mandorlo e la cintura di lino (Geremia), altrimenti visioni, nelle quali la scrittura poetico-profetica dispiega la sua più grande creatività, come la valle dalle ossa inaridite (Ezechiele) o le suggestive immagini apocalittiche (Daniele).

L’interesse per il linguaggio è evidentemente una costante nell’opera di Bodrato, che – da filosofo - non solo interroga teologicamente il mondo in cui vive, ma altresì cerca il modo più adatto per dirlo. Dopo averne nutrito lo spirito, la cultura umanistica lo ha quindi aiutato a dare sostanza a quella riflessione che, come visto, andava maturando negli ultimi decenni del secolo scorso mettendo al centro l’istanza comunicativa. Tra gli autori che hanno indubbiamente contribuito a rivolgere la sua attenzione sul fronte narrativo e poetico, ricordiamo ancora una volta il domenicano francese Jossua, che Bodrato non solo ha conosciuto personalmente ma su cui ha lavorato e scritto («Dalla ragion dialettica alla ragion simbolica: Jean-Pierre Jossua, itinerario di un teologo» in Humanitas, 4 1986). Il nostro autore riconosce infatti come, nel tracciato proposto dal teologo di Le Saulchoir, il linguaggio sia il luogo «dell’incontro umano con le cose e con l’alterità» (p. 586) e la scrittura «luogo di presa di coscienza di sé e del mondo» (p. 585). Jossua ha praticato tale via privilegiando la forma diaristica e quella poetica, la prima nella produzione personale dei journaux théologiques, la seconda nella lettura e analisi letteraria dei grandi testi poetici (pur non trascurando la narrazione). Tra le intuizioni più efficaci, riprese da Bodrato e che qui ci piace richiamare, vi è l’immagine della soglia come luogo dell’umano (so)stare e il linguaggio liminare, evocazione dell’assoluto tra irraggiungibilità e prossimità.

 

La scrittura in versi

Se Jossua ha sostenuto il potere teologico di tanta letteratura e dell’arte nelle sue varie forme espressive, Bodrato ne ha condiviso l’apporto incarnandolo in creatività linguistica e nel rinnovamento metodologico che ha scelto di praticare sia nella via narrativa che in quella poetica. A fronte di tre raccolte di racconti, la produzione poetica occupa un posto solo apparentemente minore, concentrandosi essenzialmente su un solo testo, Scritte sulla pelle (Portalupi, 2005), oltre che nei ritratti in versi di ogni profeta presenti ne L’avventura della Parola e quasi casualmente disseminata nei libri di racconti. La sensibilità per il linguaggio gli fa guadagnare il dono della paziente ricerca del mot juste, l’inventiva immaginifica, il gusto per il ritmo. Inutile dire che, anche in questa nuova forma comunicativa, ritroveremo i grandi temi della giustizia sociale (Se la condizione dei poveri / è senza speranza / veramente Gesù è morto invano / e il suo corpo giace / nella fossa comune della storia – p. 10), l’inquietudine e il dramma (Problema è resistere / oltre il settimo giorno / portando nella somiglianza / solo l’angoscia / di vedersi l’immagine / svuotata di sangue / e il buono, molto buono / sfuggire nell’abisso – p. 22), la lotta e la prova (Per lottare bisogna / essere in due / e tu volevi / mettermi alla prova. // Provare, ora / ci siamo provati. // Non sono riuscito / a farmi benedire / e tu a costringermi / a maledirti in faccia – pp. 84-5). Ed è nella scrittura in versi che possiamo rintracciare anche qualcosa del Bodrato privato, facilmente riconoscibile nei ritratti della moglie e dei figli, nell’amore per la donna che gli giace accanto, nella vita che viene alla vita.

Consapevole del limite di ogni umana parola, introduce significativamente la raccolta di poesie con un testo di soli tre versi: Ho cercato parole per le cose / e storie per gli eventi. / Ho trovato balbettii (p. 9). Per questo le sue parole su Dio sono formulate con l’interrogativo: Chi siamo? / Gente che pone domande. //… E Dio? / La più interrogativa tra le risposte. // Quindi, la migliore? // Dio? / Forse. (p. 25) oppure: Ah, Dio di morta necessità, / Dio di festante libertà ferita, / perché ci strazi? / Perché ti lasci interrogare, / se altro non puoi / che indifferenza o dolore, / o momentanea bellezza? (p. 90). E ancora una volta la parola divina, umiliata e corrotta dai potenti, passa ai profeti che devono molto soffrire per poterla pronunciare: Dio / scelse / uomini / messaggeri / della sua / giustizia. // Ma i sacerdoti / gli offrirono / altari / e i re / templi / di bella pietra. // Si arrese / Dio / alla liberalità / dei potenti / e tacque / appagato. // Non così / i profeti, / che riscattarono / con la vita / l’onore / del loro Signore. // Per questo l’ineffabile / altro nome non porta / da quello dei suoi profeti. (L’avventura della Parola, p. 35)

Aldo Bodrato ci ha lasciato a distanza di qualche settimana da Jean-Pierre Jossua, due uomini liberi (si legga il bel ritratto di Jossua a cura di Domenico Cambareri su Osservatore Romano del 27 febbraio 2021), due cultori della via pulchritudinis di cui poesia e narrazione fanno fare esperienza, due nobili anziani ai quali continuare a guardare, lasciandoci toccare dalla loro critica, acuta e sempre attuale, che avevano messo a tema individuando nella letteratura una possibile redenzione.

Maria Nisii

(continua)

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