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 485 - La via percorsa da Aldo Bodrato / 5

 

Un frammento di pietra di un glorioso cenobio

Pur in una scelta del tutto arbitraria, s’è tentato di dar conto della finezza narrativa di un autore troppo poco conosciuto e ancor meno compreso, originale per la via intrapresa che ancor oggi ha trovato pochi adepti.

«Non esiste una professione di scrittore teologo, il mio interesse è di tipo teologico. La letteratura è luogo creativo della parola, che nell’ebraico dabar suggerisce l’unione con l’azione, e che in quanto agire umano è luogo della ricerca di Dio. E tuttavia della parola di Dio siamo responsabili, per questo dobbiamo essere attenti a ciò che facciamo»: ci ha detto un giorno Bodrato in un incontro (era il 22 febbraio 2016) a cui lo abbiamo invitato in facoltà teologica, perché potesse parlarci del suo lavoro. «L’esigenza narrativa nasce dalla constatazione dell’impossibilità di parlare di Dio. Sono sempre stato un po’ grandioso e invece di misurarmi con un problema di grammatica, mi sono voluto misurare con Dio. Si tratta di un compito frustrante perché non arrivi a sentire altro al di là dell’esigenza, ma questo è sufficiente per farti dire che non sei solo». Lo seguiamo allora in quest’ultimo tratto di strada, ove constateremo come l’ironia che abbiamo imparato ad apprezzare non sia segno di distacco e la tensione drammatica sia carica di ammirazione.

 

Santità e corruzione

«Chi ha scritto queste pagine, in cui tutto è inventato e letterariamente costruito, ma nulla è storicamente infondato e teologicamente avventato, si sente e si è sentito partecipe del destino kenotico dell’intrapresa monastica, che non resta per lui senza frutto, se in ultimo confessa di custodire, come caparra del Regno, un frammento di pietra lavorata di un già glorioso cenobio» (Le opere del giorno, Portalupi, 2004, p. 9): dovremo tenere a mente questa dichiarazione iniziale leggendo qualche saggio della terza e ultima raccolta di racconti ‒ dopo Le opere della notte e Storie mancine ‒ che è Le opere del giorno. Il sottotitolo Ascesa e declino del monachesimo occidentale in otto racconti introduce nel tempo della fabula, mentre l’epigrafe lega questa pubblicazione alla prima: Il giorno racconta al giorno l’esperienza, / la notte alla notte rivela la conoscenza (Salmo 19,3). Un raccordo spiegato anche nella Presentazione dell’autore, che ci tiene a mostrare i due testi in continuità: il primo inserito nella storia teologica ebraico-cristiana dall’esodo a Bonhoeffer, il terzo centrato sull’esperienza del monachesimo occidentale. «Tutti sappiamo che il monachesimo è stato la sfida più ardita, lanciata in nome del Cristo, ai valori e ai poteri mondani. Ma sappiamo anche che questa sfida si è infranta, dopo secoli di glorioso fiorire, contro la resistenza del mondo, capace di penetrare a poco a poco nella città monastica e di piegarla alle proprie esigenze» (p. 7): è dunque ancora una volta nella duplice tensione di chiamata alla santità e destino di corruzione, che Bodrato sceglie di raccontare l’uomo nel suo «essere immagine».

In crisi con l’ordine a cui si era votato in gioventù, il protagonista del primo racconto, Ora et labora, va in cerca di una via diversa per praticare il vangelo nella vita, trovando la pace nel lavoro della terra che lo rende indipendente e gli dona l’equilibrio tra l’impresa della mente e quella delle braccia. Tutto quello che impara glielo insegna Giovanni, un contadino maestro nell’arte della semplicità, a suo modo rispettoso di Dio che tuttavia preferisce tenere a distanza, mentre di Cristo ha «più simpatia e pietà che venerazione» (p. 17). Sazio di fatica ma non di anni, Giovanni muore «come un santo» lasciando all’ex chierico i pochi attrezzi da lavoro e la testimonianza di una libertà inaudita, guadagnata col lavoro e la povertà. La terra che ha curato e custodito per tutta la vita senza che fosse la sua, diventa inaspettatamente di proprietà del giovane, ex dotto di città e ora eremita di campagna, a cui lentamente accorrono pellegrini da ogni dove e per ogni sorta di consigli. Di tanto in tanto, attorno alla sua, sorgono nuove capanne che convertono l’eremitaggio in cenobio. Se però la ritualità fatta di preghiera, liturgia e insegnamento è fortemente gradita, molto meno lo è il lavoro nei campi a cui il protagonista non cessa di dedicarsi, finché costretto a cedere dall’età: «Per morire contadini come Giovanni, bisognava nascere contadini. Poveri si può diventare, e anche, volendo, si può restare. ‘Poveri in spirito’ è pura grazia, è elezione ‘fin al grembo materno’» (p. 29). Una storia centrata sulla vicenda di un santo anonimo, che si è fatto accompagnare da un santo contadino di nome Giovanni, nome attribuito a diversi personaggi della precedente raccolta, tra il mondo agreste e il richiamo biblico, misteriosamente intrecciati nella narrativa del nostro autore.

 

Reliquie e ricchezze

Il secondo racconto, Rosvita, si presenta come la forma drammatizzata del Pastore di Erma per il fatto di avere per oggetto la misericordia divina e la possibilità di perdono dopo il battesimo, per quanto calato nel periodo storico che vede entrare in uso il nuovo metodo della penitenza tariffata. L’ironia qui non arriva tanto a colpire – come più ci si attenderebbe ‒ il tariffario, ma molto più significativamente emerge nella lode della misericordia del Signore per bocca del diavolo, il quale mestamente afferma: «È dottrina blasfema ed errata. Persino i vescovi delle Gallie e della Spagna l’hanno più volte condannata, ordinando di bruciare tutti i libri che la propagandavano. Se la si applicasse più nessuno conoscerebbe le pene dell’inferno e la nostra esistenza sarebbe inutile» (p. 49).

Dopo quello su Voltaire, troviamo un nuovo racconto sul culto delle reliquie ne Le teste di Giovanni il Battista, nel quale si narra il viaggio di un giovane monaco chiamato a scortare e riaccompagnare nel monastero di origine l’anziano vescovo e confratello. Nel percorso di andata, bloccato da un violento temporale, l’uomo è costretto a fermarsi nella grotta di tre lebbrosi e ad ascoltarne le storie. Dapprima atterrito dal ribrezzo per quei corpi deturpati, presto scopre che ognuno dei tre è stato colpito da quel male orribile per aver avuto a che fare con una delle teste di Giovanni Battista ‒ falsa almeno una delle due ma non meno prodigiosa per la fede del popolo. Quando l’indomani il giovane raggiunge il venerabile confratello, dopo il rito in memoria della decollazione del Battista, è chiamato ad assistere al lungo discorso di commiato, nel quale trova soluzione il mistero delle teste: «non contano i mezzi, ma i fini, se la carità è protagonista e mediatrice […] Non preoccupatevi dell’incontrovertibile unicità del corpo e del capo dei santi e dell’unica verità della fede cristiana. A noi è dato di vederla solo in immagini e similitudini e, quando nel Regno la contempleremo faccia a faccia, sarà lo stesso profeta a discernere il suo autentico capo, sepolto chissà dove» (p. 107). Per il suo coinvolgimento nella vicenda delle teste, il vescovo morirà di lebbra prima di intraprendere il viaggio di ritorno ma a questo punto, solo ormai a conoscere tutta la storia, neppure il giovane è più al sicuro dall’oscuro male che corrompe il corpo quando lo spirito si è spinto al di là del conoscibile.

Contro la piaga delle ricchezze della chiesa si scaglia Furti sacrileghi, che racconta come ogni notte puntualmente arrivi un angelo a sottrarre uno dei preziosi custoditi in san Pietro, finché papa Bonifacio VIII non decide di assoldare i nipoti chierici per individuare il colpevole e la ragione del maltolto. Scopre allora che ne è causa la preghiera assidua di un santo monaco che chiede con insistenza a Gesù di purificare la Sua chiesa. Con un fine lavoro da investigatore il papa viene a sapere che «non un solo monastero [era] in grado di segnalare un solo monaco pio, zelante, morigerato, puro, saggio, giusto, che amasse la povertà e la preghiera al punto da sacrificare ad esse tutte le sue forze e i suoi pensieri», salvo scovare il «colpevole» nell’unico che si sia conservato tale, Firmino il semplice. A questo Bonifacio si rivolge da abile retore, discettando sulla congruenza della ricchezza con il vangelo, per poi – dopo avergli fatto notare la scarsa presenza di fedeli, dissuasi dall’impoverimento della basilica ‒, pronunciare la terribile umana sentenza: «Ordino pertanto che ti sia impedito per il resto della vita di emettere suono articolato alcuno. A ciò decreto si dia corso non con il cruento taglio della lingua, che potrebbe far ricadere su di noi e sui nostri amati figli in Cristo il sangue di un giusto, ma mediante l’applicazione di una staffa di rame che, fissata con sbarre rigide a un collare di ferro, tenga ferma la mascella e le impedisca ogni movimento. Sarai così libero di nutrirti e dissetarti con i liquidi che più ti aggradano, di espletare in silenzio e discrezione i tuoi doveri di monaco, ma non di assordare le orecchie di Dio con orazioni continue, audaci e intempestive» (p. 163).

 

Tracce del divino nell’oggi

Anche se in questa ampia disamina ci siamo occupati soprattutto del Bodrato narratore e teorico del modo letterario di fare teologia, prima di concludere non vogliamo dimenticare come egli sia stato altresì fondatore con Enrico Peyretti e Cesare Maletto de il foglio, mensile per cristiani torinesi, del quale è stato autore e redattore. Ha collaborato inoltre con alcune riviste di interesse storico, letterario e teologico (quali Humanitas, Esodo e Tempi di fraternità), intervenendo con grande competenza nei dibattiti che man mano si accendevano all’orizzonte (a dimostrazione di questo richiamo la pubblicazione di alcune conversazioni sul Gesù storico, Quale storia a partire da Gesù?, Servitium, 2008). E questo parzialmente spiega perché, pur praticando la narrazione, si sia poco occupato delle riscritture altrui e della letteratura contemporanea in genere, compresa quella di contenuto teologico. Durante la nostra conversazione ci ha infatti riferito di apprezzare solo quei libri in cui traspare il trasporto dell’autore (come Il Regno di E. Carrère), ma non quelli che ha definito «esercizi di stile» (come Non dirlo di S. Veronesi), mostrandosi molto rigoroso nell’atteggiamento che egli riteneva necessario per accostarsi al testo sacro. Se non fosse bastato quanto fin qui emerso, tale impegno appassionato è ancor più evidente ne Il vangelo delle meraviglie (Cittadella, 1996), nel quale il nostro autore ha commentato il Vangelo di Marco con uno scavo ben informato dei maggiori studi esegetici, oltre che inevitabilmente attento all’aspetto narrativo del testo (come nota G. Ravasi che ne ha curato l’introduzione). In estrema sintesi possiamo dire che la sua lettura del vangelo è volta a rivelare le tracce del divino nell’oggi del lettore, spezzando la Parola per l’uomo contemporaneo, non necessariamente edotto di storia biblica e nondimeno attratto dalla vicenda di Gesù.

 

Un bilancio provvisorio

Dopo molto arare e divagare attorno al lavoro e all’arte di Aldo Bodrato mi chiedo se, grazie al suo eccezionale contributo, siamo riusciti ad aggiungere qualcosa alla comprensione di quel cammino ancora tutto in salita che è la teologia narrativa. Che la scrittura affabulatrice del racconto possa sostituire l’argomentare teologico neppure Bodrato lo riteneva utile né tantomeno possibile. Che sia cosa buona e giusta accanto a questa credo e spero sia invece emerso. Nel nostro autore le due vie sono procedute parallele, ricevendo forza dalla sua esperienza concreta di uomo di fede che non ha mai indietreggiato di fronte alle difficoltà, che si è scontrato con le delusioni (la mancanza di riconoscimento, lo scarso rilievo dato alle sue pubblicazioni, in ultimo il rifiuto di una casa editrice torinese di pubblicare la raccolta di racconti su Monsignore), senza che il suo lavoro venisse mai meno. Al suo impegno speriamo di offrire un po’ di visibilità almeno ora, perché non è mai troppo tardi e le opere materiali ‒ purtroppo o per fortuna ‒ sopravvivono alla nostra fugace esistenza. Quanto al seguito, egli stesso ne aveva immaginato il possibile esito: «Quando, a Dio piacendo, non mi sarà più possibile raccontare storie inverosimili agli uomini, mi proverò a raccontarne una verosimile a Dio» (Storie mancine, «Congedo. Quel che dirò a Dio», p. 133). Dopo aver apprezzato la finezza del suo novellare, come dubitare dell’apprezzamento che gli sarà stato riservato in cielo?

Mari Nisii

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