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 351 - I TRE MALI / 5

 

IL MALE PIÙ SPINOSO

 

Dopo il male morale e la predazione in natura, rimane da confrontarci col male naturale, ossia le malattie non traumatiche (compresi i guasti della morte precoce dovuti a infarto o ictus), le epidemie (in passato soprattutto la peste) e tutta la serie delle catastrofi naturali dovute al sistema caotico terrestre: terremoti, maremoti, tsunami, cicloni, eruzioni vulcaniche, incendi, alluvioni e inondazioni, glaciazioni, pesanti cambiamenti climatici ecc.

Il male naturale era il più ostico e intrigante per la teodicea, ossia per la giustificazione di Dio di fronte ad esso; ciò non significa che sia più tragico del male morale (anzi molto probabilmente lo è di meno), ma che quello morale, data l’indispensabile libertà nel costituirsi dell’essere umano, è meno problematico ai fini della teodicea. Se Dio intervenisse a fermare la mano che colpisce e uccide, sarebbe una violazione del libero arbitrio; ma non ci sarebbe tale violazione se Dio guarisse un malato che glielo chiede, o meglio ancora se avesse creato un mondo senza malattie e senza guasti. Allora, come la mettiamo? Il nostro naturalmente non vuol essere un discorso cinico che passa sopra il dolore del mondo, perché resta aperta la salvezza delle vittime (tema cruciale e molto caro a J. B. Metz, assai più del giudizio sui malvagi e del relativo inferno).

 

Ha fatto anche Lui come poteva

La situazione è decisamente migliorata in un quadro evolutivo, perché col creazionismo, dominante dagli albori dell’umanità sino a 150 anni fa, il credente era come inchiodato di fronte alla seguente obiezione: un Dio onnipotente e perfettissimo, che ha fatto tutto direttamente, avrebbe potuto e dovuto creare la Terra e l’uomo perfetti, l’una senza caoticità (non più necessaria data l’esistenza di tutte le forme viventi) e l’altro senza malattie (ossia con un Dna a prova d’errore, stabilissimo, quindi senza variazione), perché tali variazioni non sono più necessarie, anzi solo dannose per un’umanità che ha già raggiunto il suo stadio finale. In una parola, un mondo come prodotto finito e preconfezionato, creato direttamente da un Dio onnipotente e sapiente, avrebbe dovuto essere senza guasti. Il problema l’ha sentito lo stesso Darwin:

 

«Nessuno può negare che nel mondo vi sia molta sofferenza. Molti hanno voluto spiegarla, per l’uomo, considerandola necessaria al suo perfezionamento morale. Ma il numero degli uomini è niente al confronto con tutti gli altri esseri dotati di sensibilità, i quali spesso soffrono molto, senza alcun perfezionamento morale. Per la nostra mente limitata un essere potente e sapiente come un Dio capace di creare l’universo deve essere onnipotente e onnisciente; e sarebbe addirittura rivoltante per noi supporre che la benevolenza non sia anch’essa infinita; infatti, quale potrebbe essere il vantaggio di far soffrire milioni di animali inferiori per un tempo praticamente illimitato? Questo antichissimo argomento, che si vale del dolore per negare l’esistenza di una causa prima dotata di intelletto, mi sembra molto valido; mentre, come è stato giustamente notato, la presenza di tanto dolore concorda bene con l’opinione che tutti gli esseri viventi si siano sviluppati attraverso la variazione e la selezione naturale» (C. Darwin, Autobiografia).

 

Ma le due cose (dolore e causa prima) non sono incompatibili: Darwin non ha visto il possibile cambiamento dell’immagine di Dio. Dio non è la causa prima (fortissima, la più forte) nel senso degli antichi, in cui si passa dal perfetto al meno perfetto e il «di più ontologico» sta all’inizio, per cui Dio o il demiurgo può predeterminare quanto avverrà o come la cascata si svilupperà. Dio è semmai una causa prima in un quadro evoluzionista (quindi molto debole) in cui si passa dal meno complesso al più complesso. Con il dono dello spazio-tempo sempre più informatizzabile si spiana la strada ad un’evoluzione libera (e rischiosissima) in cui nulla è opera diretta del creatore. Come si dice popolarmente, ha fatto anche Lui come e quel che ha potuto.

Certo la situazione è diversa se ci si pone all’inizio dell’universo o invece più avanti, in itinere. Come si chiese Einstein, Dio aveva alternative nel creare il mondo? Se non esistevano alternative al nostro tipo di materia e al nostro tipo di vita, questo viene ad essere l’unico mondo possibile (per cui non ha senso dire che sia il migliore). Se le alternative esistevano, noi non le conosciamo (ancora) e quindi neppure in questo caso siamo in grado di valutarne il grado di bontà, per cui la citazione di Leibniz risulta molto scivolosa.

 

I pesci sull’Everest

Diverso è invece se ci poniamo in medias res, sulla base di quanto conosciamo e di quel che possiamo ipotizzare. Ma prima dobbiamo brevemente descrivere le conoscenze attuali. Per non disperderci, sintetizziamo tutto il male naturale descritto in apertura riducendolo visivamente a due soli elementi: le malattie (genetiche ed epidemiche) e i terremoti, meglio la tettonica a zolle nel quadro più generale di un sistema caotico. Riservando le malattie al prossimo e conclusivo articolo (unitamente alle riflessioni finali di stampo più filosofico), cominciamo dalla crosta terrestre.

Basta confrontare la costa sudamericana orientale con la costa africana occidentale per rendersi conto di quanto sia stato “stupido” non averci pensato prima. Esse erano originariamente attaccate, e facevano parte dell’unico blocco continentale in cui erano riunite anticamente tutte le terre emerse. L’allontanamento, di circa due centimetri l’anno (il che significa 20 km ogni milione d’anni, 10.000 km nell’ultimo mezzo miliardo di anni), ha aperto l’oceano atlantico, ed è la più chiara dimostrazione della deriva dei continenti. Tale spinta tettonica è ciò che causa i terremoti (per accumulo e successivo rilascio di enormi pressioni), e costituisce una delle fonti principali del sistema caotico terrestre; ad es. la spinta della placca indiana (partita inizialmente dall’oceano indiano nei pressi dell’Africa), scontrandosi poi con quell’asiatica con chissà quanti terremoti, nella successiva subduzione (cioè scivolando sopra l’altra secondo il piano inclinato di Benioff) in 30 milioni di anni ha sollevato la catena himalayana degli 8000: i fondali oceanici sono finiti quasi in cima all’Everest (ai 6000-7000 metri ci sono fossili di organismi marini).

Ma tale spinta (da una parte l’allontanamento divergente e costruttivo, dall’altra lo scontro convergente e distruttivo) è anche quella che risulta decisiva e fondamentale nella speciazione «allopatrica», cioè tramite separazione, per isolamento geografico, dalla specie madre e dall’antenato comune. Ad es. trovarsi nel continente sudamericano che si allontana dall’Africa, anche se non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca; ciò che è costruttivo nell’allontanamento risulta poi distruttivo nello scontro con la zolla del Pacifico: da qui i terremoti in California (San Francisco), Perù e Cile, ma anche la bellezza delle Montagne Rocciose (famose, ma gli studenti nelle superiori non sanno più dove si trovano) e della cordigliera delle Ande (queste sì, forse le conoscono). Così nascono le nuove specie, compresa quella umana, grazie ai grandi cambiamenti ambientali. Per l’avvento dell’uomo sono infatti stati decisivi due fattori in particolare: 1) la stagione secca che ha aperto la savana, e 2) la Rift Valley.

1) Un grosso mutamento climatico ha portato a una relativa siccità, per cui si è ridotta la foresta pluviale sede degli arboricoli, e si è aperta la savana arida e sterminata. Perciò i nostri lontani antenati, i primi ominidi (australopiteci) hanno dovuto scendere dagli alberi, abbandonare la vita arboricola (tutto sommato più sicura) e avventurarsi nei pericolosi spazi aperti sviluppando la stazione eretta per una migliore visuale; con relativo uso delle mani come strumenti in stretta cooperazione col cervello che diventa sempre più ampio, articolato e raffinato. Nella prima grande ondata migratoria di circa due milioni di anni fa, l’homo ergaster / erectus, seguendo la savana che si apriva, quasi senza accorgersene uscì dall’Africa verso l’Asia: in circa 100.000 anni raggiunse la Georgia, il Pakistan e la Cina; solo parecchio più tardi (circa 800.000 anni fa) popolò l’Europa, ad es. l’Italia (Ceprano) e poi la Spagna (Atapuerca).

2) Oggi dai satelliti si vede ancor meglio la grande spaccatura cosiddetta della Rift Valley che divide quasi tutta l’Africa da Nord a Sud ma spostata più verso Est, dalla penisola arabica sino al Sud-Africa. La parte ad oriente della Rift Valley, con gli ominidi, è rimasta geograficamente isolata dalla parte occidentale (con le scimmie antropomorfe), per cui la linea che ha portato all’uomo si è via via staccata dagli altri primati, senza più consistenti possibilità di incontro e ricombinazione genetica, la quale riassorbirebbe le novità del genere homo mandandole alla deriva e quindi annullandole in pratica.

 

L’ironia di Voltaire

Pensare una sola coppia umana già formata all’origine (monogenismo; Adamo ed Eva) è un retaggio del creazionismo: è sintomatico che Pio XII, nell’enciclica Humani generis del 1950, pur aprendo all’evoluzionismo sia costretto a negare il poligenismo, perché incompatibile con la trasmissione del peccato originale da un unico progenitore. È pure un retaggio creazionista pensare l’armonia oggi esistente fra i vari ecosistemi come unica, immodificabile, ed esistente così da sempre. La scoperta e l’utilizzo del fuoco, che ha reso superfluo, anzi rischioso il pelo, non è stato visto come un’inammissibile violenza alla natura vegetale (da bruciare) o un’intollerabile minaccia alla pelle umana, rimasta poi senza difese; il fuoco è nel contempo causa e rimedio. L’agricoltura e l’allevamento – che hanno fra l’altro introdotto la tolleranza al latte anche dopo lo svezzamento e indotto la pelle bianca (nel grano non c’è vitamina D), oltre agli occhi azzurri (inesistenti sino a 10.000 anni fa) – non sono stati considerati un’inaccettabile violenza alla terra, alla natura animale e all’ecosistema precedente.

Tutte queste cose (terremoti e quant’altro, compresa la variazione genetica che è il motore portante dell’evoluzione, anche se ha causato malattie) hanno un senso in quanto hanno svolto una funzione positiva (oltre purtroppo a quella negativa, che però oggi siamo in grado di contenere, ridurre, controllare, e in un futuro non troppo lontano di prevedere con sempre maggior precisione). Invece nella prospettiva dell’intelligent design, con una pseudoevoluzione determinata e pilotata dall’alto, esse sono senza senso, inspiegabili e indifendibili, mettendo a dura prova la fede nella bontà di Dio. Se Voltaire avesse saputo che senza i terremoti non è ipotizzabile l’umanità, e che neppure lui sarebbe venuto al mondo, la sua ironia nei confronti di Leibniz a proposito del terremoto di Lisbona (1755) sarebbe stata meno pesante.

Mauro Pedrazzoli

(continua)

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