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 359 - Dialogo ebraico-cristiano

 

Pregare tutti per la salvezza di tutti

 

La ricorrenza della Giornata per il dialogo ebraico-cristiano ha riproposto il confronto sul tema dell'iniziativa vaticana di ripristinare, insieme alla liturgia latina, una preghiera per gli Ebrei che evoca l'invito alla conversione e che, fin dallo scorso anno, ha indotto i rappresentanti della Comunità ebraica a sospendere la loro partecipazione alla Giornata stessa. A suo tempo ne ho scritto su il foglio (nn. 252, 253 e 254) e ora riprendo il tema a partire da alcuni spunti critici offerti da un bell'articolo di Enzo Bianchi («La Stampa» del 17 gennaio).

Condivido, nel tono e nelle argomentazioni tese a stemperare le tensioni, quanto il priore di Bose scrive. Ma su due punti mi pare che, più che aiutare ad affrontare le questioni in gioco, finisca col banalizzarle. Li riprendo non per polemizzare, ma per far crescere il confronto.

 

Una sola fede, tante storie di pensiero e di vita

Il primo punto riguarda la ripresa dell'idea corrente che, essendo l'ebraismo nato prima del cristianesimo, questo debba fare i conti con quello come sua matrice, mentre quello potrebbe semplicemente autocomprendersi chiudendosi nella sua originaria e quasi millenaria autosufficienza. Nulla di più storicamente e culturalmente superficiale.

Se è vero, infatti, che il cristianesimo storico, per configurarsi credibilmente, deve porsi la questione dei rapporti con la tradizione della Bibbia e della teologia ebraica, è altrettanto vero che l'ebraismo non si completa e circoscrive, spiritualmente e culturalmente, col primo secolo dell'era cristiana. Anzi è a partire di lì che l'ebraismo, giunto fino a noi, cresce e si sviluppa facendo continuamente i conti col cristianesimo e con tutti i fenomeni sociali e culturali di altri duemila anni di storia. Interrogarsi su se stessi, tenendo l'altro nel proprio orizzonte identitario, è per ebrei e cristiani fondamentale, non solo se si vuole dialogare, ma anche se si vuole conoscere se stessi.

Infatti, come accenna Bianchi stesso, è difficile disputare sulla primogenitura tra queste due correnti ebraiche, quella inizialmente maggioritaria dell'ebraismo rabbinico e quella, per quasi due secoli minoritaria, dell'ebraismo cristiano. Solo dopo l'espulsione degli ebreo-cristiani dalle sinagoghe e la progressiva e rapida espansione del fenomeno del proselitismo cristiano tra i pagani, l'ebreo-cristianesimo si è trasformato in cristianesimo ellenizzato, nemico giurato dell'ebraismo e suo ossessivo persecutore.

Mai bisogna dimenticare che Gesù e i Dodici, le «pie donne» e i discepoli, Paolo compreso, erano ebrei, e credevano nel Dio di Abramo, di Mosé e dei profeti, proprio come Sadducei e Farisei, e che, solo ad un certo punto, dichiarati eterodossi i loro seguaci si sono avviati su percorsi teologici e su pratiche religiose sempre più divergenti. Né bisogna dimenticare che dopo la tragedia del 70 e la perdita della centralità di Gerusalemme l'ebraismo stesso ha dovuto cercare strade nuove e che l'ebraismo rabbinico e diasporico è altra cosa da quello del primo secolo cristiano.

Così, se il cristianesimo storico si deve porre il problema del permanere della maggior parte dei fratelli ebrei nella fede tradizionale e non riformata da Gesù e da Paolo e deve interrogarsi sulle radici pre-neotestamentarie della propria tradizione biblica, anche l'ebraismo rabbinico storico deve darsi una qualche ragione sul perché una parte minoritaria dei suoi fratelli ha accolto Gesù come Messia, deve interrogarsi sul messaggio di Gesù come profeta e uomo di fede ebraica e di ciò che di tale messaggio hanno fatto Pietro, Giovanni, Giacomo, Filippo e Paolo, ebrei anch'essi.

Non tutto poi è finito per gli uni e per gli altri con la rottura delle reciproche relazioni. La storia è continuata per tutti, coi suoi eventi traumatici e le sue trasformazioni sociali, culturali, etiche. Molti cristiani fingono di ignorarlo e così molti ebrei. Ma oggi non è più possibile, né per gli uni nè per gli altri. Come molti cristiani si rendono conto delle proprie inalienabili radici ebraiche, molti ebrei si sentono interrogati dalla bimillenaria storia religiosa cristiana, anche se bisogna confessare che la ghettizzazione cui sono stati sottoposti dal cristianesimo storico glielo ha reso difficilissimo, anzi forse, impossibile, almeno fino al secolo scorso.

Non per nulla con la fine della «segregazione», frutto della secolarizzazione politico-sociale, molti pensatori ebrei hanno preso a interrogarsi su Gesù e su Paolo come loro correligionari, senza porsi giustamente il problema della conversione, ma quello della comprensione, come un'interrogazione sul contributo che da tali esperienze di singolare fede poteva venire al loro ebraismo.

Non è qui il caso di dilungarsi con esempi. Basterà ricordare che un autore ebraico di straordinario vigore e pregnanza teologica come Franz Rosenzweig, ne La stella della redenzione (Marietti 1985), è giunto, fin dal lontano 1921, a ipotizzare che il cristianesimo sia la forma di ebraismo destinata a favorire l'universalizzazione del monoteismo etico-salvifico ebraico. Su questo non procedo oltre, perché non sono uno specialista, ma credo vada tenuto presente, ogni volta che si pone il tema del dialogo, che non può essere mai a senso unico.

 

Il fratello bisognoso salvacondotto alla Gerusalemme celeste

Ho però una seconda cosa da osservare ad Enzo Bianchi ed è che, nella sua giusta foga di minimizzare i contrasti, giunge a dire che la formula proposta dal nuovo messale latino, voluto da papa Benedetto XVI, non contiene nessun esplicito invito alla conversione degli Ebrei. Questo perché non lo contempla nel titolo e perché in forma esplicita «non chiede agli ebrei la conversione come passaggio dall'ebraismo alla chiesa cristiana».

È vero: il rito latino antico era ben più esplicito e duro. Quello nuovo non contiene contumelie né offese, e la sua preghiera è costruita con parole bibliche, comuni all'espressione cristiana di fede. È vero anche che certe preghiere ebraiche per la conversione dei pagani e magari dei cristiani sono anche più taglienti e sgradevoli a udirsi. Ciò non toglie che la nuova formulazione vaticana è ben più arretrata di quella voluta dal messale di Paolo VI. Il valore delle parola si misura coi tempi e con le maturazioni delle coscienze e ciascuno può vedere che, in pratica, seppure in prospettiva escatologica, qui si prega proprio «perché il Signore illumini i loro cuori affinché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini... [e perché] Dio onnipotente conceda propizio che, entrando la pienezza dei popoli nella sua Chiesa, tutto Israele sia salvato».

Ottimo l'augurio di salvezza! Ma tale augurio sembra proprio ipotizzare il passaggio di Israele coi popoli tutti alla chiesa, quasi questa fosse il Regno di Dio. La preghiera non lo esplicita, ma l'incongrua presenza della chiesa come anticamera, se non come attualizzazione, del Regno, lo lascia intendere. Il che già crea qualche problema al buon cristiano, che sogna un Regno ben diverso dalla chiesa cattolica e apostolica romana (forse qui non evocata).

Ma proviamo a recitare la formula a orecchie non cristiane, a orecchie che si sono sentite per secoli proclamare «fuori della chiesa (cattolica, s'intendeva), non c'è salvezza» e avremo la certezza di trovarci di fronte all'invito di sempre: «O dentro o fuori», magari con tanto di «stridore di denti». Mettiamoci nei panni non di un Enzo Bianchi, o di un mons Ravasi o di un cardinal Kasper, ma di un cristiano neo-integrista, che vuole la messa in latino, o anche solo di un semplice ebreo e ipso facto capiremo così: «Se non riconosci che il Signore Gesù è il Salvatore di tutte le genti e non fai parte della chiesa, sei fuori dalla salvezza». Alla lettera il testo non lo dice, ma, in piena semplicità di cuore, tutti costoro capiranno che questo è, in soldoni, il vero messaggio della preghiera. E se non lo capiranno illuminati dallo Spirito con la maiuscola, lo capiranno a partire dal loro spirito tutto minuscolo, degno di grande rispetto e di attenta considerazione pastorale.

Come bisogna pregare allora da bravi cristiani senza rinnegare il cuore della propria fede? Semplice: qualunque cristiano voglia sapere cosa altro potrebbe pregare, per unire nella sua invocazione al Padre comune i fratelli ebrei, ricordi la formula ormai consueta nella liturgia normale della chiesa universale: «Preghiamo per gli Ebrei: il Signore Dio nostro, che li scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza. Dio onnipotente ed eterno, che hai fatto le tue promesse ad Abramo e alla sua discendenza, ascolta la preghiera della tua Chiesa, perché il popolo primogenito della tua alleanza possa giungere alla pienezza della redenzione. Per Cristo nostro Signore».

Se poi vuole pregare in latino, traduca tutto ciò in latino. Non è impossibile. Lo auspicava persino il cardinal Bagnasco. Ma soprattutto ricordi, proprio in prospettiva escatologica, le parola del giudizio di Gesù in Matteo 25. Qui il Cristo dice che si salvano o si dannano non coloro che hanno riconosciuto o non riconosciuto Cristo nel loro agire, e neppure coloro che hanno fatto o non fatto parte della chiesa, ma coloro che hanno servito o rifiutato Dio e il suo Cristo nei poveri e nei fratelli bisognosi, che hanno dato o non dato una mano a chi hanno incontrato per la strada, senza neppure lontanamente immaginare potesse essere una controfaccia del Signore.

Preghiamo allora, ebrei e cristiani, per cristiani e non cristiani, per ebrei e non ebrei, perché tutti possano servire Dio nel povero e nel bisognoso e così contribuire a salvare se stessi insieme ai fratelli e, senza neanche rendersene conto, collaborare con Dio e il suo Cristo, venuto o da venire, a salvare l'intero creato.

Aldo Bodrato

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