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 361 - NATURA, LEGGE ED ETICA NELLA BIBBIA / 1

 

L'utero di Dio fondamento del diritto

 

Il quadrimestrale veneziano «Esodo» ha dedicato interamente il suo ultimo numero del 2008 a un tema oggi centrale nel dibattito culturale, politico e religioso, nella chiesa e nel più ampio contesto della società non solo italiana. Si tratta del tema del rapporto tra fede, ragione e libertà di fronte alla legge e della liceità teorica e storica dell'insistito richiamo papale al “diritto naturale”, come espressione della legge di Dio e fondamento di ogni umana forma di «diritto positivo». Al numero hanno collaborato: S. Levi della Torre, C. Bolpin, P. Stefani, D. Garrone, A. Bodrato, A. Rizzi, S. Givone, M. P. Pattoni, D. Menozzi, L. Cortella, C. Molari. Riteniamo utile per i nostri lettori segnalare questo fascicolo di «Esodo» e mettere a loro disposizione l'intervento del nostro redattore, diviso in due parti.

 

Il Salmista canta: «JHWH è buono verso ogni cosa, / la sua misericordia (rachamajw) / è su tutte le sue creature» (145, 29). Enzo Bianchi commenta: «La creazione è dovuta alla misericordia di Dio. È la misericordia “la matrice” che ha fatto emergere l'altro da sé.... È la misericordia di Dio che precede e fonda tutto: esseri animati e inanimati! E precede la giustizia» (Autori Vari, L'esercizio della giustizia e la Bibbia, Biblia 1996, p. 215).

Poco sopra Bianchi ha ricordato il versetto iniziale dello Shema' Israel: «Ascolta Israele: il Signore (JHWH), nostro Dio ('elohenu), il Signore (JHWH) è uno», dove l'unità è quella dei due nomi (JHWH-'elohim), che indicano il primo la misericordia e il secondo la giustizia. Unità di misericordia e giustizia che il midrash relativo a Genesi 2,4 (Genesi Rabbá) commenta: se Genesi 1 comincia con 'Elohim (giustizia), Genesi 2 corregge in JHWH-'elohim, facendo precedere la misericordia alla giustizia. Questo perché la giustizia da sola non può mantenere la creazione, ma ad essa deve essere premessa la misericordia, una precedenza «non cronologica ma ontologica» (ibidem).

È infatti la misericordia quella che consente la sopravvivenza e la durata del creato e che ne è, infine, il vero fondamento, se di fondamento naturale, di «diritto naturale» si vuole parlare, forzando all'inverosimile il linguaggio e la logica narrativo-simbolica del testo biblico, sulle tracce, ma non più che «sulle tracce», della sua ellenizzazione ad opera di chi, come Filone d'Alessandria (20 a. C. - 40 d. C), fa sua l'«immutabilità» filosofica di Dio, scrivendo: «In Dio la misericordia è più antica della giustizia, perché egli sa chi è degno di giudizio, non solo dopo, ma prima di esso» (Quod Deus immutabilisi sit, 16; citato da E. Bianchi).

 

Il «diritto naturale», un ircocervo teologico

Ma si può davvero dare base biblica a un'etica naturale cattolico-universale, senza mettere insieme un mirabile ircocervo? Forse sì, ma che almeno abbia la parvenza di un ircocervo cristiano.

Perché esistano «leggi di natura» bisogna che esistano il concetto teorico di «natura», come un tutt'unico, un mondo o «cosmo», retto da leggi proprie e quello di un «diritto universale», uguale per tutti gli uomini. Tutti concetti – «natura», «cosmo», «diritto», «universale» – che la Bibbia non possiede e mai utilizza neppure occasionalmente come singoli vocaboli, se non, i primi due, a partire dai testi deuterocanonici (Siracide, 2Maccabei e Sapienza) e da qualche passo neotestamentario. Li usa, ma mai in coppia, secondo un'accezione chiara e forte, visto che tali non sono le due sole citazioni paoline di Romani 1,12, e 2,26, tanto care ai moralisti vaticani.

Viene allora da chiedersi perché mai tanto enfatica sia l'insistenza dell'attuale magistero sul rimando al diritto naturale contrapposto a quello positivo, dato che tali richiami compaiono la prima volta nella storia occidentale non all'interno dei testi fondativi della fede cristiana, ma in quelli che appartengono agli sviluppi della cultura greca, con particolare riferimento al ruolo fatto giocare dai pre-socratici alle leggi di natura in opposizione alle usanze della tradizione e, a vario titolo ripresi, con esiti diversissimi dai sostenitori del primato naturale della forza (alcuni Sofisti) o del bene (Platonici), dell'eguaglianza e della libertà umana, diversamente comprese in orizzonti di necessità o di casualità (Stoici ed Epicurei), o dai teorici della piena liceità delle differenze sociali e della schiavitù (Aristotelici) e di molte altre sfumature, a seconda delle scuole filosofiche del mondo ellenistico in cui si diffonde il cristianesimo dei primi secoli.

La domanda è legittima, ma è una domanda destinata a restare inevasa fino a che la teologia cattolica non riaprirà il dossier della propria de-ellenizzazione, oggi bloccata dal filo-ellenismo edulcorato e mitico. promosso dalla trentennale gestione ratzingeriana della Congregazione per la Dottrina della fede. Ed è domanda a cui nessun discorso esegetico può da solo dare risposta.

Torniamo allora al nostro ircocervo e cerchiamo di dargli un qualche ipotetico volto, non prima però di averlo preso bene per le corna per offrirne, almeno in abbozzo, una qualche tradizionale immagine, così che si sappia con che razza di «lonza» teologica si ha a che fare.

Eccone un abbozzo non-preconcetto, perché, assolutamente esente da possibili influenze polemiche attualizzanti, in quanto ricavato dalla voce «Diritto naturale» di un Dizionario teologico, messo insieme negli anni del Concilio con un occhio rivolto al passato e l'altro al futuro, strabico, dunque, ma neutrale. «Si può definire – scrive un teologo il cui nome è bene lasciare nell'ombra – il diritto naturale come 'concetto teologico basilare', in quanto la 'natura' e anche il 'diritto' appartengono ad una sfera della metafisica creaturale, le cui strutture e il cui contenuto sono pienamente conoscibili solo alla luce della Rivelazione» (ediz. tedesca a cura di H Fries, italiana di G. Riva, Brescia, 1966, vol. I, p. 490).

Abbiamo detto «abbozzo». Potremmo precisare «schizzo affrettato» da correggere, colorire e rendere almeno presentabile con pezzi diversi e dispari, così da ottenere una forma di ritratto all'Arcimboldo. In sostanza dobbiamo tirar fuori dalla lettura biblica un'ipotesi di 'diritto naturale', che appartenga per un verso a una qualche forma di «metafisica creaturale», ma che abbia «strutture» e «contenuto» ricavabili non altrove che dalla parola rivelata, che sia cioè una sorta di opzione etico-metafisica nata all'interno di una storica esperienza di fede, visto che lì si colloca la «Rivelazione». Non ci resta che provare.

(continua)

Aldo Bodrato

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