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 368 - A proposito degli articoli su natura e sovra-natura

 

NON I MIRACOLI, MA LA CROCE

 

Gli articoli di Mauro Pedrazzoli sui cosiddetti miracoli di Gesù (il foglio 364 e 365), che egli interpreta non come manifestazioni di un potere soprannaturale, ma come applicazione di forze naturali più o meno paranormali, mi inducono ad alcune riflessioni di carattere esegetico e teologico.

Dal punto di vista esegetico ritengo si possa sostenere che gli atti di Gesù che vengono da noi ricordati come «miracoli» non sollevano, per coloro che vedono e ascoltano e per colui che li testimonia, interrogativi circa la loro naturalità e soprannaturalità, ma li spingono ad interrogarsi sulla loro origine, a chiedersi: «Donde vengono tali opere: da Dio o da Satana?». Per essi la vera questione posta dal miracolo è il modo in cui va interpretato, il suo significato, il suo essere “segno” di una potenza benefica o malefica e il suo valore rivelativo, la sua intenzionalità, ciò che vuole comunicare e il fine a cui mira. «In questo senso – scrive Schilllebeeck (Gesù la storia di un vivente, Brescia 1976, p. 183) – bisogna leggere vangeli. In Gesù opera storicamente qualcosa di straordinario, che i suoi oppositori fanno risalire a origini diaboliche, i suoi seguaci invece a vicinanza ineffabile al nucleo più profonda di ogni realtà: Dio».

 

Divini o satanici

Del resto, come ho scritto ne Il vangelo delle meraviglie (Assisi 1995, p. 67), «mai i vangeli usano il termine greco thaumata-miracolo per indicare gli atti straordinari di Gesù. Gli preferiscono sémeia-segno, Dynamis-potenza, o semplicemnte erga-opere. Ricorrono però a thaumazein-meravigliarsi per indicare le reazioni del popolo a tali: sémeia, dynamis, erga». Ora però tale meraviglia non sembra mossa dal fatto che in tali eventi essi vedano qualcosa che va contro o oltre la natura, ma qualcosa che manifesta un potere nascosto che sulla natura ha un dominio particolare, sia tale potere quello benefico di Dio o malefico dei demoni. Non appartiene, infatti, alla loro cultura la distinzione, classica per la teologia e per il mondo successivo all'ellenizzazione del cristianesimo, tra natura e sovra-natura. Per essi ogni fenomeno naturale e ogni evento storico ha Dio come quasi diretto artefice. Dio «fa piovere sui giusti e sugli ingiusti», provvede al sostentamento dei passeri, alla bellezza e vitalità dei fili d'erba e dei gigli dei campi, al dipanarsi degli eventi della storia. La nascita e la morte degli individui ha Dio come vero e ultimo artefice, quindi è naturale che egli possa, volendolo, risanare o resuscitare.

La vera questione posta, allora, dagli atti di Gesù che provocano tali eventi non riguarda la loro naturalità o sovra-naturalità, ma la loro qualificazione come divini o satanici e dipende totalmente dalla risposta di fede o dal rifiuto dei beneficiari e dei testimoni. Tanto è vero che la fede è richiesta perché l'evento si realizzi (Mc 9,23-24) e in presenza di una massiccia mancanza di fede Gesù non riesce a operare nessun «miracolo». Anzi, a sua volta, si meraviglia di tanta incredulità (Mc 6,6).

Questo comporta che nelle diverse fasi della stesura dei vangeli l'evangelista e i suoi redattori successivi non trovino difficoltà alcuna a descrivere la natura portentosa degli eventi miracolosi attribuiti a Gesù, magari eccedendo nei particolari per sottolinearne il valore eccezionale di segno. La loro fede nell'origine divina della missione di Gesù non trova alcun ostacolo nella loro cultura a esprimersi nei termini in cui si esprimono. Per essi l'evento è avvenuto come lo descrivono e la loro parola è parola di verità. Il che non significa affatto che tutto si sia storicamente svolto come essi raccontano e l'esegesi ci ha ampiamente mostrato come molte di tali narrazioni siano frutto di ricerca apologetica volta a dare credibilità alle testimonianze di fede per loro mezzo espresse. Il che vale soprattutto per i miracoli su cui le testimonianze evangeliche non sono corali e concordi, ma anche per altre in cui l'analisi letteraria del testo mostra giunture o incongruenze, segni evidenti di ricostruzioni successive, di aggiunte ed abbellimenti.

 

Fenomeni straordinari o creazioni letterarie?

Pedrazzoli ha già dato ampia prova di ciò, quindi non ci insisto. Quanto mi preme sottolineare invece è che per noi lettori di tali opere, nati e vissuti duemila anni dopo, in una cultura che prima ha distinto natura e sovra-natura, poi ha messo in discussione la possibilità stessa dell'esistenza di eventi sovrannaturali nell'ambito della vita storica e naturale degli esseri, la valutazione di tali racconti esige una riflessione supplementare, non solo esegetica ma anche teologica. Porrei la questione in questi termini: «Come può Dio manifestare la sua presenza in Gesù, se rinunciamo all'idea della esistenza dei miracoli, dell'azione sovrannaturale che sconvolge la natura e le sue leggi? Dobbiamo intendere tutte le narrazioni che ci presentano eventi straordinari, dipendenti dall'agire di Gesù, come creazioni teologico-letterarie volte a enunciare la fede dei discepoli in Gesù e nella sua divinità, creazioni che trasfigurano eventi reali, ma impossibili ormai da attingere storicamente, o come frutto dei poteri paranormali, ma non sovrannaturali, del Nazareno che possiamo razionalmente ricostruire?».

Direi che la risposta ci viene da Paolo, che mai basa le sue affermazioni di fede sulla divinità di Gesù sul suo operare miracoloso, ma sempre e solo sulla manifestazione del suo amore crocefisso, sul suo manifestare l'amore e la gratuità della salvezza che viene da Dio, ben prima dell'atto di conversione e di penitenza umana. E con Paolo Giovanni, con la sua proclamazione che Dio è amore, che non c'è amore più grande di quello di chi dà la vita per i fratelli. E con Paolo e Giovanni i sinottici, che puntano ben più sulla fede suscitata dagli insegnamenti di Gesù che dai suoi portenti, e in ultimo puntano tutto sulla croce e sugli insegnamenti che vengono dalla resurrezione, come indice che l'intera vita di Gesù stava sotto il segno della grazia e della rivelazione di Dio e portava a compimento quanto enunciato dalle Scritture sul Servo sofferente e sulla presenza kenotica e non gloriosa di Dio nella storia degli uomini.

Non i miracoli, ma la croce, affrontata per amore, testimoniano la divinità di Gesù e questo è il paradosso, ma anche la verità centrale, della teologia cristiana: Dio si rivela e si manifesta nell'onnipotenza dell'amore che, nella realtà storica del mondo, non può venire alla luce che nella forma della piena impotenza. Ma questo significa allora che non la ragione ci può condurre alla sicurezza della fede, ma che solo la fede può guidare la ragione a capire e accettare le divinità del Cristo e la salvezza ad essa legata.

Aldo Bodrato

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