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 373 - L’UMANITÀ DI DIO/6

 

PRIMA LA SALVEZZA, POI LA BONTÀ

Un uomo può essere felice e salvo senza essere buono? E buono senza essere felice e salvo? Alcuni distinguono fra valori tout court (non morali, o non direttamente morali) come ad es. la salute e lo star-bene, e valori morali (che richiedono un impegno assiduo, una scelta etica performante, una solida opzione fondamentale) come l’essere buoni e non peccatori. Avanziamo la tesi che la salvezza offerta gratuitamente e senza condizioni da Gesù stia più dalla parte del valore non morale della “salute”, dell’essere e vivere bene, che da quelli morali del fare il bene e non peccare, che pur nella loro importanza vengono tuttavia (sùbito) dopo in seconda battuta.

 

Più pseudo che veri peccatori

L’accoglimento, la conversione e il perdono del peccatore vero avviene in Gesù, ma riteniamo che sia molto più marginale e periferico di quanto si creda: in prima approssimazione, nei tre sinottici solo la peccatrice [ma fino a che punto?] di Luca 7,36-49 e Zaccheo. Nel quarto vangelo solo l’adultera e poco altro, ad es. la Samaritana: ma la preveggenza di Gesù sui cinque mariti della donna, più il convivente del momento, è una rielaborazione posteriore (qui essa chiama infatti Gesù «Signore»; cfr più sotto a proposito di Zaccheo) abnorme e ironica, maliziosa e tendenziosa nei confronti degli “odiati” Samaritani.

Gesù invece accoglie concretamente e offre salvezza (dato molto più centrale e strutturale) ai peccatori finti, solo presunti e non reali: cioè quelli che sono considerati tali soltanto dai farisei, scribi e sommi sacerdoti perché non osservano la Legge (forse neppure la conoscono), i precetti ecc.; sono i tagliati fuori dal Tempio, dalla purità e dal sacro. Ma non sono peccatori (o lo sono più o meno come lo siamo tutti con le nostre mancanze e difettucci); sono invece poveri, anawim da salvare!

L’autore dell’adultera, anche se il brano per ragioni misteriose è finito pari pari nel quarto Vangelo, è certamente sinottico, molto probabilmente lucano. Gv 8,1-11 infatti manca nei più antichi testimoni (codici) greci; in altri si trova dopo 21,24 (aggiunto a mo’ di appendice in coda al Vangelo; non sapevano bene dove piazzarlo…), e in alcuni dopo Lc 21,38 che è certamente il posto migliore. All’inizio del brano dell’adultera si parla della consuetudine di Gesù di passare la notte sul monte degli Ulivi e il giorno a predicare nel tempio; anche in Lc 21,38 si dice che Gesù, dopo che la gente è rincasata, va al monte degli Ulivi (implicitamente di notte), e poi all’alba al tempio. L’inserimento fatto qui, trattandosi dello stesso contesto, è quanto mai azzeccato; addirittura non è escluso che originariamente il brano si trovasse proprio lì.

Se quindi ne diamo la paternità a Luca, per quanto riguarda il discorso sul peccato e l’accoglienza del peccatore vero (anche e soprattutto narrativa nei confronti di una persona in carne e ossa, e non un discorso astratto sulla peccaminosità) abbiamo la seguente e sorprendente situazione: praticamente nulla in Matteo e Marco, e pure nel Vangelo giovanneo, cioè in tre Vangeli su quattro.

 

Non era peccato andare a… prostitute

Solo in Luca ci sono tre casi, ma relativamente anomali. 1) La prostituta di Luca 7 (che non è la Maddalena, anche se la storia le ha spesso identificate), di cui si esaltano i gesti d’amore nei confronti di Gesù: qual è il suo peccato? La prostituzione? Tenendo presente che nell’AT essa non era annoverata fra i peccati (cfr l'incontro fra Giuda e la nuora Tamar, velata da prostituta, in Gen 38,1-76); sicuramente non era peccato per l'uomo che ci andava (come Giuda), mentre per la meretrice, certamente disprezzata, la cosa non è così chiara, soprattutto se era una donna libera; qualora non lo fosse (il caso di Tamar) si configurava come adulterio, passibile di lapidazione o rogo. In tale logica maschilista l’uomo, pur sposato, può avere rapporti con tutte le donne libere (prostitute o meno); solo non deve toccare le donne sposate. Il sesto comandamento dell’antica legge mosaica «Non commettere adulterio» è un caso particolare del settimo «Non rubare»: nella fattispecie la moglie del tuo prossimo, come si evince anche dal nono e dal decimo in cui il «Non desiderare» riguarda la casa, l’asino, il bue ma anche la moglie altrui (il desiderio biblico significa «agire per ottenere», e non il semplice pensiero mentale). La morale eterosessuale dell’AT, nella sua massima permissività, è praticamente l’opposto della morale cattolica sino al Vaticano II (il massimo del proibizionismo nella dizione «Non commettere atti impuri»: in tale De sexto, spiegato ai futuri presbiteri solo alcuni mesi prima dell’ordinazione sacerdotale, non si dava «parvità di materia», ossia tutto era sempre peccato mortale).

2) Zaccheo (Lc 19,1-10): si tratta della salvezza entrata nella sua casa ad opera del figlio dell’uomo per salvare ciò che era perduto. Gesù si definisce «figlio dell’uomo» (come quasi suo solito). Ricordiamo che è nostro costume chiamarlo «Signore», «Nostro Signore» (Kurios alla greca, cioè Signore innalzato e glorificato, dopo la Resurrezione). Ma prima della Pasqua nessuno si sarebbe sognato di chiamarlo «Signore», meno che mai «Adonai» in ebraico, il nome pronunciabile di Dio, ma solo a Lui riservato. Quindi la micidiale conversione (metà dei beni ai poveri e il quadruplo ai frodati) con cui Zaccheo si rivolge a Gesù chiamandolo «Signore» (ben due volte) è una costruzione di Luca che, particolarmente interessato al problema della ricchezza e povertà, con fantasia concretizza con molta efficacia, per la sua comunità che ascolta il vangelo in assemblea, la situazione salvifica che si è maturata.

Tuttavia il commento finale e originario di Gesù è il seguente in Luca 19,9: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa…, il figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto». Gesù non vede le cose in termini di peccato-colpa-pena, ma in termini di persone più o meno perdute da salvare.

3) L’inserto appunto non-giovanneo ma lucano dell’adultera: in alcuni codici c’è addirittura la variante «giudico» al posto di «ti condanno»: «neppure io ti giudico…». Gesù sembra quasi non voler giudicare, e men che meno condannare la persona concreta (non c’è assolutamente in Lui la fobia del giudizio e della condanna). A parte i farisei, Gesù non vede tanto dei peccatori condannabili. Gesù è preoccupato di chi è perduto e offre salvezza, che consiste nel ritrovarsi dopo l’essersi smarrito, o nel ritornare alla vita dopo una morte (non biologica), come nel caso del figliol Prodigo (qual è, se esiste, il peccato del prodigo?). Il Prodigo è una delle cosiddette parabole della misericordia del capitolo 15 di Luca: le altre due sono la pecora smarrita e la dracma perduta. È in gioco il perdersi; non si parla né di peccati, né di peccatori (se non nelle riflessioni finali aggiunte dalla comunità primitiva). Se vogliamo, il peccato è inteso in senso a-morale come malattia, disordine, cattivo funzionamento che disorienta… Il nucleo centrale e originario, come nel caso di Zaccheo, è l’arrivo concreto di una salvezza per chi era perduto e smarrito.

La chiesa istituzionale, sullo stile di Gesù, non dovrebbe forse vedere in certe situazioni non tanto dei peccatori ma delle persone che hanno bisogno di «ritrovarsi» e offrire loro salvezza quasi come una guarigione o terapia?

 

Il paralitico guarito, non perdonato

Uno dei redattori del vangelo di Marco si è reso conto del “vuoto” al riguardo, e ha voluto inserire qualcosa, ma senza trovare troppi appigli. Per effettuare il suo inserimento del perdono dei peccati ha quindi “approfittato” della guarigione del paralitico in Marco 2,1-12 che all’inizio scorreva fluida col versetto 5 agganciato all’11 (non esistevano gli attuali 6-10), vale a dire «disse al paralitico: “Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”», senza alcuna allusione al perdono dei peccati. Un semplice e scorrevolissimo racconto di guarigione, senza fra l’altro fare mai il nome di Gesù. Non v’è alcun dubbio al riguardo; è il classico esempio che si fa nelle facoltà teologico-bibliche per far capire che spesso, per aggiungere qualcosa (poiché aggiungevano, ma raramente osavano togliere), utilizzavano i verbi di «dire» già presenti nel teso originario, raddoppiandoli come in questo caso. Il «disse al paralitico» viene duplicato, di cui uno è anticipato, il che permette di inserire tutta la lunga considerazione dei vv.6-10 sul perdono dei peccati, oltre ad inserire il nome di Gesù. Questa aggiunta è poi passata nella tradizione sinottica, cioè a Matteo e a Luca.

Ciò non toglie che il v. 9 sia molto strano [grazie a Dio non è di Gesù]: «Cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina?». Inserimento forzato e quanto meno pericoloso; è vero che il figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati (unico dato attribuibile al Gesù storico nella lunga interpolazione dei vv. 6-10), ma s’instaura un pericoloso nesso fra malattia e peccato: se si vuol dire che il peccato è simile a una malattia, passi! Ma se si allude a una relazione di causa-effetto (peccato come causa della malattia in quanto castigo) come si pensava all’epoca, è una manovra ad altissimo rischio, che Gesù ha chiaramente negato (Luca 13,1-5).

Ripetiamo, l’accoglimento da parte di Gesù dello pseudo-peccatore è totale e senza condizioni; non fanno forse parte dei peccatori apparenti di oggi i numerosi esempi da noi riportati negli articoli precedenti (coppie normali che praticano la contraccezione artificiale, quelle sterili che ricorrono alla fecondazione assistita, i divorziati, i transessuali ecc.)? Non sono forse loro oggi i tagliati fuori dal Tempio (in particolare i divorziati dall’eucarestia)? Le istituzioni tendono a porre ai «devianti» dalla norma e dalla consuetudine una serie, un fardello molto pesante di condizioni: un fatto che Gesù ha rimproverato con severità ai farisei e sommi sacerdoti.

Comunque Gesù non chiede in prima istanza di non peccare, di non trasgredire, di essere puro e buono, anche perché rifiuta persino per se stesso l’appellativo di «buono» (Mc 10,18: «Perché mi chiami buono?»). A parte quindi i tre passi lucani suddetti, peraltro molto anomali, e i farisei-scribi-sommi sacerdoti, non c’è praticamente nulla nei Vangeli sui peccati veri delle persone concrete incontrate da Gesù. Nell’incontro con Gesù ci si dimentica quasi di cosa hanno combinato e del loro mestiere: è quasi fuori quadro che abbiamo a che fare con una «puttana» o uno «sporco strozzino». Gesù sarebbe (stato) un gran «pessimo confessore» tradizionale: non chiede la lista e la descrizione dei peccati, disinteressandosi (quasi) completamente del passato, tutto concentrato sulla salvezza attuale.

Innanzi tutto e per lo più Gesù proclama una salvezza incondizionata e non morale per gli anawim, a cui non chiede di essere buoni; solo dopo viene il discorso, pur importantissimo, sui valori morali della bontà e carità.

Mauro Pedrazzoli

(continua)

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