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 333 - DOSSIER EVOLUZIONE E CREAZIONISMO

 

DARWIN SCONVOLGE L’IMMAGINE DI DIO

 

L’obiettivo di questa lunga riflessione è la possibile compatibilità e armonizzazione tra il tema filosofico-teologico della creazione e quello scientifico dell’evoluzionismo soprattutto darwiniano. Ripercorrere analiticamente, ma nel quadro di un approfondimento unitario, tale problematica scottante è un elemento imprescindibile di un sapere fondato, volto a sostenere una fede adulta e matura nel mondo contemporaneo.

Dio non ha creato il mondo direttamente

Entrando ora nel vivo dell’evoluzionismo, l’impianto centrale della teoria di Darwin è molto complesso, tanto che, secondo il biologo Ernst Mayr, la sua concezione si articola in almeno quattro teorie, di cui la prima è costituita da un mondo naturale goveRnato da regole evolutive che non hanno bisogno del ricorso a forze soprannaturali. Solo dopo abbiamo la discendenza delle specie da un unico ceppo ancestrale per successive ramificazioni (2), in seguito alle variazioni degli individui e delle popolazioni (3: le specie non sono entità immutabili inscritte nella natura), poi vagliate dalla selezione naturale (4).

Stiamo assistendo negli ultimi tempi ad una aspra controversia fra i darwiniani e i fautori dell’intelligent design, del disegno intelligente (presenti in gran parte negli Stati Uniti): questi ultimi non sono più come i creazionisti grezzi e ingenui del passato che sostenevano la creazione diretta e contemporanea da parte di Dio non solo della Luna, dei pianeti, del Sole e delle stelle, ma di tutte le specie vegetali e animali (uomo compreso), senza la minima derivazione filogenetica di una specie da un’altra specie. Quelli attuali sono creazionisti “sofisticati”, che ammettono l’evoluzione ma la sottopongono al disegno intelligente divino che presiede e pilota dall’alto l’intero processo, o perlomeno i suoi passaggi/salti fondamentali. Proprio questo entra in conflitto con la prima teoria suddetta, o il primo punto nodale della concezione darwiniana, costituito appunto dalla natura che si fa da sola senza l’intervento di forze divine, o comunque senza il pilotaggio dall’alto: è un aspetto spesso dimenticato, anzi rimosso, perché all’inizio suscita grande inquietudine nel credente, e lo costringe, se viene accolto, a ridisegnare l’immagine di Dio e la sua azione, come appunto facciamo noi con la tesi che ora esporremo.

 

Dio interagisce spiritualmente

Si pone come ipotesi che Dio non intervenga nel mondo a livello molecolare-energetico; la cosa ci appare di una evidenza solare, con l’esclusione metodologica di un’azione divina atta a infiltrarsi nella catena causale, nelle quattro forze o interazioni fondamentali della natura (quelle della fisica) o nella struttura molecolare (bio)chimica, vera chiave di volta della costituzione e dello sviluppo della materia. Il rapporto di Dio col mondo si situa a livello dello spirito, nella dimensione dello spirituale, anche se tale dimensione non è facilmente definibile. Spirituale è l’azione nella creazione (comunque molto prima del big-bang, 13-14 miliardi di anni fa, o praticamente il doppio se seguiamo la cosmologia delle stringhe che cerca di risalire alla fase antecedente l’inizio del nostro universo), con il dono da parte di Dio della temporalità informatizzabile (comunque un’operazione squisitamente spirituale prima della nascita di qualsiasi particella elementare e materiale); spirituale è la relazione con gli uomini nella storia, e spirituale pure l’eskaton con la riconfigurazione di tutta l’informazione vitale della persona.

Dio è invisibile: ora, in termini moderni, un’entità è invisibile quando non interagisce con la materia e l’energia, più precisamente con il campo elettromagnetico; come i miliardi di neutrini che bucano e attraversano in continuazione la Terra (e i nostri corpi) senza la minima interferenza. I neutrini appartengono alla forza nucleare debole e sentono solo la forza debole: le altre tre interazioni della fisica sono la nucleare forte che tiene insieme i quark nei nuclei degli atomi, quella elettromagnetica all’origine della luce e di tutti i fenomeni vitali e biochimici (la vita è un capitolo dell’elettromagnetismo; “chimico” è praticamente sinonimo di “elettrico”), e naturalmente quella gravitazionale. Metaforicamente possiamo equiparare lo Spirito/Logos di Dio e lo spirito/logos umano alla forza debole: quello divino, come il neutrino, interagisce solo con la forza debole, cioè con lo spirito umano, e non con la struttura molecolare ed il campo elettromagnetico. Il Logos divino (spirituale) si interfaccia solo col logos umano, e non con la materia-massa-energia. Per poterlo fare ha “dovuto” incarnarsi; per poter agire nel mondo a livello fisico/corporeo è appunto necessario un “corpo” (o qualcosa di equivalente in termini di massa-energia). Ciò è avvenuto, secondo la prospettiva cristiana, nell’incarnazione del Logos nella persona e nell’umanità di Gesù di Nazareth, il che costituisce l’unica eccezione al non-intervento di Dio nel mondo storico a livello energetico-corporeo (fisico-materiale).

 

Dal realismo all’idealismo

I darwinisti, sottoposti alla pressione creazionista, filosofeggiano ancor di più (e spesso male; siamo lontano dalle dignitose e calzanti riflessioni filosofiche di Einstein, di Heisenberg, e più in generale di tutti i grandi fisici del ‘900) parlando di (puro) caso e necessità (alla Monod). Entrambi però, sia i darwinisti che i creazionisti sofisticati, condividono lo stesso presupposto filosofico, ossia quello del realismo. Seguendo l’interpretazione di Heidegger la distinzione fra realismo e idealismo (tedesco) non è assolutamente gnoseologica: non riguarda per nulla il fatto che i realisti sostengano l’esistenza del mondo esterno e si considerino tanto bravi da dimostrarne l’esistenza, mentre per gli idealisti non si capisce bene quale grado di realtà possa avere il mondo esterno (ricordo che la cosa mi fu presentata in questi termini in terza liceo classico).

Invece secondo Heidegger la vera distinzione tra realismo e idealismo è di natura ontologica: per i realisti l’essere (e quindi la natura, a parte il caso singolarissimo dell’uomo) non è egoico, non partecipa in alcun modo dell’io, e quindi non ha nulla a che fare con la memoria, il linguaggio, la logica e l’intelligenza. Il tutto risente evidentemente della spaccatura cartesiana fra res cogitans (solo l’uomo) e res extensa (tutto il resto). Al contrario per gli idealisti l’essere (e quindi la natura tutta, e non solo il caso isolato dell’uomo), anche se in forme e in misura diversa, è egoico, partecipa dell’io, della memoria, del linguaggio e della logica, naturalmente in modo non-cosciente. Come già aveva intuito e preannunciato Leibniz, per avere tutte queste cose (memoria, linguaggio, logica, intelligenza e informazione) non è necessaria la coscienza; infatti ad es. la cellula ha una sua “intelligenza”, e il Dna è una memoria non-cosciente, un linguaggio (costituito da un alfabeto di 4 “lettere”, le 4 basi azotate) sempre non-cosciente, un contenitore miniaturizzato di una marea di informazioni.

Con lo stesso e medesimo presupposto realista (e purtroppo la maggioranza degli scienziati lo sono, ma in maniera ingenua, senza la consapevolezza di esserlo perché la filosofia è in genere loro estranea), e dato che l’evoluzione è indubbiamente avvenuta, si aprono solo due possibilità: gli (ultra)darwinisti che sostengono il caso, la necessità e la selezione naturale, e i fautori del disegno intelligente che aborriscono il caso e la selezione e quindi, come per le macchine costruite dall’uomo, presuppongono un progettista, o un costruttore od anche solo un modellatore. La vita e la sua evoluzione sulla Terra è enormemente complicata e al di là di ciò che il buon senso indicherebbe (la biosfera non è deducibile da principi primi); solo dopo aver intravisto la verità ci si rende conto di quanto sia stato stupido non averci pensato prima: solo dopo Darwin (1859) e dopo Hubble (1929) si prende definitivamente congedo dall’idea che le specie siano state fissate in uno stampo divino (o che siano entità immutabili inscritte nella natura, sferrando un colpo mortale alle concezioni essenzialiste delle forme viventi), e dall’idea di un universo immutato dai tempi della sua nascita. In analogia con l’informatica, ma anche in profonda divergenza da essa, la natura, da sola, si è costruita contemporaneamente sia l’hardware che il software; entrambi (hardware e software) non vengono da fuori, da un’intelligenza esterna, il che è completamente diverso da ogni analogia con le macchine costruite dall’uomo.

 

La vita come informazione

Una possibile spiegazione può venire solo dall’idealismo suddetto: la natura partecipa dell’io, della logica e di una certa intelligenza (in maniera assolutamente non cosciente e non intenzionale), e perciò può acquisire ed elaborare informazione, producendo lavoro ed autonomia, sentendo e recependo la causalità/informazione proveniente dal mutante ambiente esterno, e reagendo nell’esplorare il possibile adiacente attuando innovazioni adattive che possono sfociare in nuove specie. Detto in altre parole nell’evoluzione forse cresce e si sviluppa il logos. La causalità non è altro che interazione con trasmissione di informazione, insignificante nel caso delle forze/interazioni nucleari e in quella gravitazionale, ma estremamente significativa nel caso dell’interazione elettromagnetica che regge tutta la vita biologica e chimica; la vita stessa non è altro che informazione, più precisamente la corrispondenza biunivoca fra polinucleotidi (le basi del Dna e Rna negli acidi nucleici) e polipeptidi (le catene proteiche nel citoplasma della cellula). I cambiamenti ambientali e la pressione selettiva (tipico linguaggio darwiniano) non fanno altro e non sono altro che trasmissione di informazione agli organismi; e i genomi reagiscono all’informazione mutata variando per trovare nuove soluzioni adattive nell’ambito del possibile adiacente (S. Kauffman), nell’ambito del “presente possibile”. Non c’è quindi solo il caso e la necessità, che valgono soprattutto per le piccole mutazioni della micro-evoluzione, la quale in genere si mantiene all’interno della stessa specie senza produrre nuove specie. Sotto questo profilo il titolo dell’opera di Darwin (Sull’origine delle specie) è paradossale, perché sull’argomento specifico non si dice nulla in tale testo.

Con la speciazione infatti siamo nell’ambito della macro-evoluzione, con esplorazioni logiche e “intelligenti” del possibile adiacente. Si passa in altre parole da A a B, e poi da B a C, ma non si ha in mente Z (l'uomo); non c’è quindi nella natura nessun progetto a lunga scadenza, nessuna pianificazione, nessuna intenzionalità, nessuna coscienza e nessun disegno a largo raggio, anche se ciò può dispiacere, soprattutto ai fautori dell’intelligent design. Solo con la coscienza si può parlare di “fine”, “scopo” intenzionale. Ma, secondo il quadro idealista (idealismo tedesco sopra delineato, soprattutto quello di Schelling), nella natura che si evolve c’è “intelligenza”, c’è logica, c’è logos (cfr. la cellula: una sola cellula è infinitamente più complessa di qualsiasi opera tecnica costruita dall’uomo, figuriamoci poi un organismo di miliardi di cellule).

 

Vantaggi dell’evoluzione

Nell’ambito quindi di un idealismo moderato senza coscienza, l'evoluzione partecipa dell'io nel senso che compie operazioni logico-sintattiche. Si ha un'informazione di base, una memoria, un linguaggio, un riconoscimento ed una sintassi: tutti elementi intrinseci alla bio-chimica. L'evoluzione, messa sotto pressione, reagisce cercando e trovando soluzioni alternative, organizzandosi, provando sentieri e varianti nuove, sondando ed esplorando le possibilità adiacenti, poi vagliate dalla selezione naturale. Il combustibile per la “rincorsa adattiva” sta nella disponibilità di variazione genetica. Quest’ultima, unitamente al sistema caotico terrestre senza i quali noi non ci saremmo, essendo indispensabili all’evoluzione, costituisce la soluzione del problema dell’origine, genesi e causa del male naturale: malattie (non traumatiche), terremoti, eruzioni vulcaniche, alluvioni, glaciazioni, tsunami, ecc. L’evoluzione darwiniana, che all’inizio può essere molto inquietante per il credente, alla fine porta però anche dei vantaggi, come quello di risolvere un problema sul quale si sono cimentati invano per secoli filosofi e teologi (un problema squisitamente filosofico-teologico è stato risolto dalla scienza!). In chiave evolutiva il problema dell’origine del male è solubilissimo, a patto naturalmente di essere disposti a ridurre drasticamente la (onni)potenza di Dio. Col creazionismo invece, dominante dagli albori dell’umanità sino a 150 anni fa, il credente è come inchiodato di fronte alla seguente obiezione: un Dio onnipotente e perfettissimo, che ha fatto tutto direttamente, avrebbe potuto e dovuto creare la Terra e l’uomo perfetti, l’una senza caoticità (non più necessaria data l’esistenza di tutte le forme viventi) e l’altro senza malattie (con un Dna a prova d’errore, stabilissimo, quindi senza variazione genetica), perché tali variazioni non sono più necessarie, anzi solo dannose per un’umanità che ha già raggiunto il suo stadio finale.

 

Geni come parole e Dna come lingua

In un ambito invece evolutivo, grazie alla variazione ed ai cambiamenti climatici ed ambientali, l’informazione aumenta e si affina secondo una certa logica intelligente; risulta centrale la categoria di “informazione”, dalla fisica, alla chimica, alla biologia, all’informatica. L’informazione non è molto lontana dalla categoria del logos, e nella sua forma codificata, digitale (il Dna/Rna è digitale e non analogico; la natura ha inventato il digitale ben prima di noi), costituisce una memoria; è vero che logos non significa solo logica ma anche “parola”, “verbo”, ma proprio il Dna/Rna (col suo alfabeto di 4 lettere/basi) nonché le proteine col loro alfabeto di 20 lettere/amminoacidi, costituiscono appunto un vero e proprio linguaggio, anche se non verbale e non cosciente. Come il linguaggio umano ha i verbi ed i sostantivi, così il Dna-Rna ha i domini verbali («Fai questo») e quelli nominali («a quello»). L'evoluzione è quindi anche "istruttiva", e non solo selettiva ed adattiva.

Abbiamo così informazione-funzione, metabolismo-morfogenesi, sintassi-logica, conoscenza-rigenerazione, memoria-linguaggio, riconoscimento ed auto-organizzazione, iper-complessità ed individualità, sino al rientro cosciente delle mappe cerebrali: questa è la vita, già a livello biologico. È una definizione molto articolata, e più precisa della vaga contrapposizione animato – inanimato.

 

Exaptation: successo senza progetto

L’informazione, quando raggiunge determinati livelli, è addirittura capace di escogitare ed exattare soluzioni alternative: una delle cose più sorprendenti dell’evoluzione, capace di mandare letteralmente in tilt il cosiddetto senso comune, secondo il quale se c’è una struttura complessa e funzionale essa debba essere stata progettata (da un autore “architetto” od orologiaio) e costruita dall’esterno da una mente esecutrice (eventualmente anche diversa dal progettista) per quella funzione specifica. Nell’exattamento (exaptation) invece una struttura che svolge una determinata funzione può essere cooptata, con le opportune modifiche, per una nuova funzione non prevista in precedenza: il caso più classico è quello delle ali degli uccelli. Un piumaggio originario, la cui funzione era puramente termoregolatrice, è stato successivamente exattato, cooptato per il volo. L’evoluzione raccoglie quello che trova e lo assembla come può senza un piano prestabilito, proprio come farebbe un bricoleur che raccatta un cerchione di bicicletta (un tempo indispensabile e caratteristico di un certo oggetto, che possiamo assimilare ad un organo o ad una certa specie) e lo usa per farne la puleggia di una carrucola per sollevare acqua da un pozzo (un nuovo oggetto/organo che possiamo assimilare ad una nuova specie) che magari riscuote i favori del mercato (supera l’esame della selezione).

Così un’ala, prima di diventare tale, era un arto e prima ancora una pinna; tant’è vero che il processo a volte può essere reversibile, come nel caso delle balene che, da originari mammiferi terrestri con arti, sono ritornate in mare, e di conseguenza i loro arti sono ri-diventate pinne. Ora, secondo la quasi totalità dei biologi e paleoantropologi, anche l’orecchio e l’occhio sono stati fenomeni di exattamento. La grande esplosione delle forme di vita del Cambriano (540 milioni di anni fa, quando sono partiti i principali tipi, phyla, schemi corporei degli organismi pluricellulari che poi, nella linea dei cordati/vertebrati hanno portato fino a noi) sembra sia stata dovuta alla comparsa di primitive cellule, tessuti, sensori fotosensibili, che hanno dato inizio a quel processo poi conclusosi nel “vedere”. Il progresso della biosfera nel possibile adiacente è in fondo una ripetuta e continua exaptation. Ci pare inoltre che l’exaptation contesti il super-progetto o disegno intelligente all’americana, perché se l’evoluzione fosse eterodiretta da Dio, sarebbe logico pensare ad un puntare deciso, in tempi relativamente brevi, all’occhio o all’ala. Con l’exaptation è mortalmente reciso il legame fra l’idea di un “successo” in natura e l’idea di un “progetto” in natura; ha avuto successo quel che non era per nulla stato “ideato” per quella funzione.

Il fatto che le specie, esplorando tutto l’adiacente a portata di mano, cerchino di raggiungere il miglior design possibile, non significa che ci sia un disegno eterodiretto e già predisposto in tutti i suoi dettagli, come un progetto già disegnato sulla carta che attende solo di essere eseguito.

 

Il mondo come evoluzione del logos?

«Tutto è stato fatto per mezzo di Lui… In Lui (Logos) era la vita» (Gv 1,3-4); non ci pare quindi insensato pensare che la vita produca logos/logica, e sia guidata da tale logos/logica, che è certo sempre incarnata nella materia, nella natura, nel supporto molecolare; ma nella sua forma più alta ha prodotto un logos incarnato speciale, una mente dotata di sentimenti nella struttura biochimica del cervello.

Nella nostra visuale c’è un riferimento al logos sia eracliteo che stoico. In Eraclito è la legge che è alla base dei rapporti fra le cose, la legge comune che include anche gli uomini: ossia la legge della proporzione che sorregge i continui cambiamenti. È un logos orientato verso l’essere, verso l’oggettivazione, nel cui ambito si tratta di scegliere, porre e disporre le cose una accanto all’altra con un certo ordine. Originariamente quindi il logos non aveva nulla a che fare col parlare e col dire. È il denominatore comune, e, come in Crisippo, il principio costitutivo del mondo che s’inserisce fin nel profondo della materia. Il mondo creato viene quindi ad essere un’evoluzione del logos.

Non è un caso che tali principi del pensiero greco profano abbiano portato più tardi dei frutti pure nel neo-platonesimo: come nella stoà anche qui il logos viene inteso come potenza costitutiva, che dà forma e vita alle cose, sicché ad un certo punto tale potenza viene identificata con la vita (zoé, Plotino, Enn. VI,7). Per Plotino il logos è una contemporanea irradiazione di spirito e di anima (in quanto componenti del mondo intelleggibile) sul mondo materiale, grazie alla quale tutto il mondo, fin nella più piccola particella di materia morta, viene compenetrato dal logos.

Secondo la nostra prospettiva invece (che risente tuttavia di tutte queste suggestioni), non è il Logos divino che compenetra il mondo, ma il logos donato da Dio con lo spazio-tempo informatizzabile degli inizi (se si vuole, con l’essere stesso), in un processo che poi si snoda in forma libera e autonoma. L’evoluzione quindi non l’ha prodotta il Dio-Logos, più o meno direttamente, ma il logos donatoci originariamente con e nell’essere, con e nella natura, con e nella temporalità suscettibile di essere sempre più (autonomamente) informatizzata.

Tutto questo è comunque un'operazione logica; anzi la "vita" sembra essere questa informazione, questa logica, questo riconoscimento. È un’esagerazione equiparare la vita biologica ad un logos non cosciente? Basti pensare a quell’autentico “prodigio” e “miracolo” costituito dallo sviluppo embrionale di un animale, in particolare quello del bambino sino alla formazione del cervello umano, che si conclude addirittura dopo la nascita nel secondo anno di vita. La vita è logos? C’è un logos nella natura, che in una prospettiva credente può essere pensato e interpretato come donato da Dio? E più precisamente come donato dal Padre tramite il Logos-Figlio?

DIO NON HA CREATO L’UOMO NELLA FORMA ATTUALE

 

I geni incorporano conoscenze che hanno come oggetto la loro nicchia (sia quella “interna” dell’organismo d’appartenenza che quella “esterna” dell’ambiente circostante): questa – e non tanto la duplicazione di per sé – è la proprietà fondamentale della vita. La materia vivente non ha costituenti fisico-chimici speciali, cioè diversi dal resto della materia, come non ha dimensioni, masse o energie quantitativamente superiori; ma la materia vivente è speciale perché porta conoscenza.

 

La differenza che fa la differenza

Ci possiamo chiedere: che cosa sopravvive da milioni di anni? Non i singoli organismi che nascono, crescono e muoiono; non il singolo codice genetico individuale nella sua base molecolare, che muore (anche se, prima di dissolversi, viene duplicato e trasmesso alla discendenza); non quindi il singolo gene materiale, ma la conoscenza che esso incorpora, fissata e preservata nella memoria. É attraverso il patrimonio genetico che una data organizzazione formale sopravvive ai singoli individui e si trasmette alla loro discendenza. Più sbrigativamente, sopravvive da milioni di anni la multiforme biodiversità delle specie, le quali però altro non sono che “pacchetti” di informazione tradotta in una forma strutturata di schema corporeo.

Ciò che sopravvive, anche a livello biologico, è una conoscenza/informazione che dà luogo ad una struttura-funzione. La vita è informazione-funzione: la materia, l'energia, e i costituenti vari di cui la vita si serve, sono tutto sommato importanti ma secondari. Siamo quindi fatti di materia e d’energia, ma soprattutto di un’informazione resa funzionale. L'informazione sembra essere il più fondamentale livello di realtà, e sembra costituire (unitamente allo spazio-tempo) il livello più originario, una sorta di entità ultima. Per questo l’abbiamo posto come origine e creazione: ossia il dono, da parte di Dio, del campo spazio-temporale sempre più informatizzabile, ben prima della massa-materia-energia (con cui Dio non avrebbe appunto nulla a che fare). La vita sembra essere la combinazione più giusta, o più indovinata, o speciale, o più complessa di una dualità polare: da una parte l’energia-struttura (tipica anche della materia cosiddetta inanimata) e dall’altra l’informazione-funzione. Se con Heidegger definiamo l'essere come temporalità, e la vita come informazione-conoscenza-memoria, l'organismo vivente viene caratterizzato dal binomio temporalità/informazione, e l'esserci umano sembra la più alta espressione di questa temporalità rammemorante.

 

Giovani e africani

La linea uomo-scimpanzé è rimasta unita per milioni di anni, da quando circa 200 milioni di anni fa sono comparsi i primitivi e piccoli mammiferi/roditori, e poi circa 90/100 milioni di anni fa i primati. Dalla linea si sono staccate prima le scimmie non antropomorfe, poi quelle antropomorfe come l’orango e il gorilla; “solo” 7-6 milioni di anni fa è avvenuta l’ultima separazione/ramificazione, con lo scimpanzé che si è separato da quella linea che, attraverso gli australopiteci, l’homo habilis e l’homo ergaster, ha portato all’homo sapiens (secondo gli ultimi studi l’homo erectus costituisce un ramo collaterale, che ha forse portato all’uomo di Neandertal, ma non al sapiens). Il nostro patriarca (Adamo, Set o Noè) è l’homo ergaster, vissuto solo in Africa, che ha avuto parecchi “figli”: già circa 2 (1,5) milioni di anni fa ha “partorito” l’erectus e altri, che poi hanno colonizzato l’Eurasia nella prima grande ondata migratoria (ma noi non veniamo da questa linea). “Solo” 150.000 anni fa l’anziano patriarca ergaster ha avuto in Africa ancora un figlio (comprovato dal fatto che tutti gli esseri umani attuali condividono lo stesso Dna mitocondriale appartenuto ad una femmina di “sapiens”, la nostra Eva, vissuta in quell’epoca): l’uomo sapiente, che poi ha effettuato una seconda e recentissima ondata migratoria ricominciando dal Vecchio Mondo.

È molto interessante quel che è avvenuto recentemente per le iguane delle Galapagos (le isole di Darwin!), che in 20/30 anni, a causa del cambiamento di temperatura e della relativa scarsità di cibo, si sono rimpicciolite modificando la parti ossee ed un certo numero di tessuti; questa non è la selezione naturale darwiniana classica, che richiederebbe dei tempi molto più lunghi, ma una risposta “intelligente” dettata dal bisogno immediato: per poter far questo è necessario che cambi il genoma (genotipo), almeno a livello di espressione, perché non ci si rimpicciolisce a livello osseo (fenotipo) per il semplice fatto che scarseggia il cibo (semmai purtroppo si muore…).

Questa logica funzionale della vita possiamo chiamarla «teleonomia», anche se in un senso che non combacia con quello evidenziato e sostenuto da J. Monod; l’evoluzione vitale è stato un processo teleonomico, non teleologico (la teleologia, il finalismo a lunga gittata è solo in mente Dei). «Teleonomia» significa direzionalità con più vie esplorate e scelte; significa appunto “direzione”, ma nel suo doppio senso: quello della via, e quello di una guida mirata (driver). In analogia con l’informatica, la vita si è sì autocostruita sia l’hardware che il software, ma è stata guidata dal driver della logica mirata, da un logos incarnato nelle strutture biochimiche, che ha esplorato praticamente tutto il possibile adiacente (cfr. i numeri stratosferici delle specie di insetti, non ancora tutte scoperte e catalogate).

 

La storia fra i se e i ma

Certi risultati, come la vita (minima) nelle condizioni della terra primordiale, sono praticamente obbligati: l’origine della vita non è un miracolo di improbabilità, ma una conseguenza necessaria, date certe condizioni iniziali e al contorno, delle leggi universali della complessità. I trend evolutivi e i pattern (tipi, modelli, schemi) profondi che guidano la storia naturale si configurano come concatenazioni causali in gran parte indipendenti dai dettagli più spicci. Qui la storia non si fa con i “se”: ossia l’esito finale sostanziale della storia è indipendente dalle contingenze della sequenza. Le vie esplorate e scelte sono contingenti, ma il risultato non è contingente (come non lo è stata l’origine della vita, che costituisce un’importante eccezione al principio di contingenza evolutiva: il passaggio infatti dall’inorganico all’organico possiede caratteristiche di emergenza spontanea, quasi “urgente”). Il fatto invece che l’essere intelligente e personale (uomo) sia provenuto dalla linea dei vertebrati/mammiferi/primati è stato un fatto contingente: poteva cioè andare diversamente; qui la storia si fa anche con i “se”. Non valgono quindi le obiezioni classiche del tipo: se un asteroide non avesse colpito la terra circa 70 milioni di anni fa portando i dinosauri all’estinzione, i mammiferi non si sarebbero evoluti e quindi noi non ci saremmo. Prescindendo dal fatto che i dinosauri si sarebbero potuti estinguere anche dopo (o anche prima, e comunque non erano dei rettili poi così in declino perché, prima di estinguersi, hanno dato origine alla classe degli uccelli) per svariate ragioni, un essere intelligente e personale, e non necessariamente l’uomo attuale proveniente dalla linea dei primati, sarebbe potuto emergere ad es., che ne so, dalla linea dei delfini, quindi nel mare lontano dall’attività predatoria dei dinosauri medesimi. La sostanza non sarebbe cambiata, perché avremmo avuto comunque l’uomo, nel senso di un essere intelligente, personale, ecc., anche se non con lo schema corporeo dei primati. La storia fa il suo ingresso soprattutto quando lo spazio del possibile che avrebbe potuto essere esplorabile è più grande di ciò che si è realizzato effettivamente. L’alternativa è comunque qualcosa d’altro sempre nell’ambito del vivente, e non il nulla o la stasi totale.

 

Da Pikaia all’uomo

Oppure possiamo avere l’obiezione relativa a Pikaia gracilens, un fossile di Burgess (attuale Galles, antica Cambria), un cordato prevertebrato marino appunto del Cambriano (540 milioni di anni fa), lungo circa 5 centrimetri, con una corda dorsale che rappresenta la forma ancestrale di una colonna vertebrale, dunque il primo esponente documentato nel novero dei nostri progenitori diretti. Un ipotetico allibratore cambriano non avrebbe scommesso molto sulle sorti di questo animaletto, molto simile all’anfiosso moderno. Se riavvolgiamo il film della vita e Pikaia, per ragioni che a posteriori potremmo ricostruire senza difficoltà, non sopravvive, il suo discendente homo sapiens potrebbe non fare mai la sua comparsa sul palcoscenico della biodiversità? In tal caso avremmo un controfuturo equiprobabile, in cui la presenza umana poteva non essere contemplata; questa idea di contingenza storica (evidenziata da Gould) è ciò che terrorizza non solo i creazionisti ma in generale i credenti, che giustamente si sentono voluti, pensati, e amati da Dio sin dalle origini. Noi, seguendo Kauffman, contestiamo questo aspetto di Gould (di cui peraltro seguiamo la teoria ormai famosa degli “equilibri punteggiati”), ma sul suo terreno, quello della biologia evolutiva, e non tirando in ballo, per superare l’obiezione, l’onniscienza divina, in particolare quella relativa al futuro. L’argomento della chiaroveggenza («Dio sapeva comunque come sarebbero andate esattamente le cose») e della conoscenza immediata e a priori del futuro, è molto pericoloso, tendenzialmente fallace, per cui è meglio astenersi da esso. Per le ragioni che abbiamo detto, e per quelle che seguiranno più sotto, possiamo controbattere: anche se Pikaia si fosse estinto, i cordati e vertebrati sarebbero potuti emergere in una seconda fase, oppure la linea che avrebbe portato all’essere intelligente e personale sarebbe potuta passare attraverso altri phyla, tramite gli schemi corporei dei non-vertebrati, ad es. quelli degli artropodi o dei molluschi (aragoste, seppie, crostacei, gamberi, granchi, coralli, polipi, meduse, calamari…). La vita si sarebbe anche potuta estinguere sulla Terra, ma guardando alla scala più ampia dell’Universo avrebbe potuto far emergere l’essere personale su un altro pianeta extrasolare (come può darsi benissimo che ciò sia avvenuto, oltre alla Terra, anche su altri eso-pianeti, dati i miliardi di miliardi di galassie/stelle esistenti).

Detto in altre parole le singole sequenze di episodi potrebbero essere effettivamente contingenti, e ripetendo il film della vita otterremmo ogni volta una sequenza diversa, ma forse le storie, accumulandosi, si raggruppano in «bacini di attrazione» che permettono di raggiungere sostanzialmente lo stesso risultato. Esistono percorsi storici contingenti, ma a lungo andare essi vengono riassorbiti da un ordine statistico riconoscibile in cui emerge una regolarità. Il grado di contingenza di un percorso evolutivo dipende dalla scala (sia spaziale che temporale) considerata: ciò che in tempi brevissimi e ad una grana fine di dettaglio ci appare contingente, può invece appartenere ad un pattern più ampio di regolarità. Non bisogna sopravvalutare e surdeterminare il potere causale del singolo evento, sia esso l’impatto dell’asteroide o la sopravvivenza di Pikaia. La vita sulla terra è una concatenazione di eventi contingenti, ma non misteriosi e soprattutto iscrivibili a lungo andare in pattern e tendenze su larga scala. Ciò significa allora che la storia non ha il potere di intaccare la prevedibilità di tali schemi generali: ripetendo quindi il film della vita infinite volte, dovremmo ritrovare gli stessi modelli e un’analoga tendenza verso la complessità organizzata.

 

L’immensa durata dei tempi

Se è così, noi esseri umani non siamo l’ultimo capitolo di una lunga sequenza di biforcazioni storiche contingenti e fortunate, ma l’esito prevedibile di tali leggi della biosfera auto-organizzantesi. Questo perché idealisticamente c’è una logica in natura, c’è un logos nel creato e nel mondo. Naturalmente ciò non vuole essere una minimizzazione della storicità, come se qualsiasi scenario alternativo conducesse inesorabilmente al medesimo e identico risultato (cascando nel determinismo): la storia conta, e la logica universale della vita va pur sempre declinata in una traiettoria storica che ne definisce l’essenza. Ciò nonostante, ad es. l’occhio della seppia mostra una forte somiglianza con quello umano: ossia phyla diversi, per raggiungere una stessa funzione, hanno sviluppato, l’uno indipendentemente dall’altro, organi simili. Ciò è mio parere un’ulteriore dimostrazione della logica-intelligenza-informazione esistente in natura, come pure dell’esistenza di una specie di attrattore comune, che riduce ai minimi termini l’arbitrarietà e la casualità puramente stocastica. Tuttavia nella natura non si tratta assolutamente di un progetto da tempo definito nei particolari, né di un disegno intelligente già prefigurato in tutte le sue sequenze circostanziate; un progetto/disegno di massima senza entrare nei dettagli e nel particolare, di un essere sommamente intelligente che può prevedere e intravedere quella decina di salti fondamentali che costituiscono l’evoluzione vitale, esiste solo ed esclusivamente in mente Dei, di un Dio che, a parte l’inizio (ma di stampo esclusivamente spirituale), non interviene nel mondo e nell’evoluzione.

Non esiste perciò alcun pilotaggio evolutivo dall’alto, altrimenti ci aspetteremmo un decorso…un po’ più veloce: se l’evoluzione fosse stata il frutto di interventi diretti da parte di Dio, ci sarebbe quantomeno da dubitare della sua efficacia operativa… Abbiamo già sparso qua e là una serie di dati temporali relativi all’ultimo mezzo miliardo di anni, dal Cambriano in poi, quando ha cominciato veramente ad agire la selezione naturale. Vogliamo ora completare il quadro con una serie temporale immensa di tipo fisico-chimico: circa 13,8 miliardi di anni fa il big-bang del nostro universo; poi è stato necessario “attendere” più di 9 miliardi di anni per l’origine del sistema solare (4,6 miliardi di anni fa). Questi 9 miliardi di anni tuttavia non sono stati inutili, perché in essi le stelle di grande massa hanno fabbricato tutti i nuclei atomici (dal carbonio in poi, azoto, ossigeno, e così via secondo la tavola di Mendeleev) di cui è fatta la Terra e tutto ciò che è in essa (noi compresi: siamo figli delle stelle, e di stelle esplose in supernove!). Circa 3,8 miliardi di anni fa abbiamo avuto la prima cellula vivente, “solo” 800 milioni di anni dopo la formazione della Terra (il che avvalora la tesi della quasi inevitabilità, date le condizioni di allora del nostro pianeta, dell’origine della vita), ma ben 10 miliardi di anni dopo il big-bang. Gli organismi pluricellulari rientrano comunque nell’ultimo miliardo di anni, per cui per quasi 3 miliardi di anni hanno scorrazzato per la Terra solo batteri ed organismi unicellulari. E perché tutto questo tempo? Proprio perché si tratta di una logica non cosciente, non intenzionale, capace di esplorare il possibile “solo” adiacente, l’evoluzione fa un passettino alla volta…, sempre e solo nel presente possibile; fra l’altro all’inizio, nel regno della fisica, l’informazione è minimale (come quella di un cristallo), per poi lentamente salire con il regno della chimica (la Terra primordiale) e soprattutto con la bio-chimica e la biologia.

 

Fra contingenza e creatività

Da parte nostra c’è perciò un’accettazione piena del darwinismo, quindi anche delle variazioni casuali e della selezione naturale, che non sono poi così brutte come le fanno, perché le prime assicurano prima o poi tutte le possibilità e la selezione, come un grande motore che fornisce la spinta, seleziona le migliori e scarta quelle inutili o dannose. Il concetto di contingenza, almeno per Gould, è connesso a precisi pattern evolutivi, e non va in alcun modo confuso con la casualità stocastica. Il caso invece, un concetto del resto assai problematico in biologia, significherebbe l’assenza più o meno totale di regolarità. L’idea di contingenza si sottrae invece alla dicotomia fra presunto caso e presunta necessità (la polarizzazione introdotta da Monod); per contingenza s’intende il potere causale del singolo evento, cioè la capacità potenziale di una singola biforcazione di deviare la traiettoria della storia evolutiva su un binario non prevedibile a priori, ma perfettamente ricostruibile a posteriori. La singolarità del corredo genetico dell’isolato periferico (speciazione allopatrica, con isolamento geografico di una parte della popolazione), sottratto al “magma” omogeneizzante della specie antenata, diventa allora determinante e si verifica una biforcazione. Tuttavia tale contingenza non è incompatibile né con l’idea che la storia naturale abbia avuto una direzione (nel doppio senso suddetto), né con l’assunzione che la selezione naturale sia il motore di fondo dell’evoluzione. Quest’ultima male si attaglia alla contrapposizione fra caso e necessità (come pure alle altre classiche dicotomie), perché nessun fenomeno evoluzionistico cade perfettamente in uno dei due poli; è preferibile una valutazione dei differenti gradi di probabilità, e in tale contesto si inserisce la nozione di contingenza evolutiva. La vita ha la straordinaria capacità di far saltare e di dare scacco matto a tutti gli schemi duali: caso/necessità, contingenza/determinismo, stocasticità/progettualità, storia/natura, prospettiva di Teilhard e di Quinzio, ecc.; li spiazza tutti riassorbendoli, inglobandoli e superandoli in un livello più alto di comprensione.

 

Dono del logos da parte del Logos

Noi, andando oltre Darwin, e andando oltre la cosiddetta Sintesi Moderna (il neodarwinismo), ci situiamo nella “nuova sintesi” coi suoi tentativi organici e completi, quelli proposti da Stephen Gould e Stuart Kauffman (biologo teorico, co-fondatore dell’Istituto di Santa Fé nel Nuovo Messico assieme a Murray Gell-Mann, l’ipotizzatore del quark). Bibliograficamente il punto di riferimento centrale resta il bel libro di Telmo Pievani, Introduzione alla filosofia della biologia, Laterza 2005.

Riassumendo e concludendo, l’atto creativo/creatore si risolve praticamente nel dono del campo spazio-temporale sempre più informatizzabile (ma da solo, perché ha una sua logica); siamo comunque stati pensati, voluti e amati, siamo il frutto di una decisione: questa è la sostanza del discorso biblico sulla creazione in Gen 1-11; tutto il resto si può demitizzare (che vuol dire interpretare esistenzialmente e simbolicamente, non buttar via…). «In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo» (Ef 1,4): l’essere personale quindi sarebbe comunque arrivato, anche se non necessariamente sulla Terra, e non necessariamente nella linea dei primati…

Nei fautori del “disegno intelligente” c’è in fondo una particula veri: essi hanno vagamente intuito con ragione l’informazione e l’intelligenza della vita, ma non vedendola nella natura (a causa del loro realismo filosofico), erroneamente l’hanno trasposta completamente e solo in Dio, in un progetto-disegno intenzionale da Lui reso operativo ed effettivo in prima persona, anche se a lunga scadenza.

Se siamo invece nell’ambito dell’idealismo filosofico suddetto (prescindendo o ad eccezione dell’origine del pre-universo, comunque un atto squisitamente spirituale), il credente e il non-credente possono convergere ed essere d’accordo sul medesimo impianto scientifico/filosofico, senza dover faticosamente distinguere fra i cosiddetti due “piani”, o insistere a vuoto sulla poli-proclamata reciproca autonomia fra scienza e fede; la scienza può e deve essere autonoma rispetto alla fede, ma non vale necessariamente l’inverso. È il realismo filosofico, più che l’ateismo, a generare forti difficoltà al dialogo.

Non abbiamo comunque solo la selezione: secondo Kauffman l’ordine prodotto per “autocatalisi” è gratuito, cioè spontaneo, in qualche modo inscritto nella struttura del sistema e nelle sue innate proprietà auto-organizzatrici (ossia l’idealismo da noi proposto). Il sistema vivente, lungi dall’essere plasmato passivamente dall’azione della selezione, evolve esprimendo una creatività inteRna che trascende sia le determinazioni selettive che le perturbazioni casuali. L’evoluzione sarebbe dunque un connubio fra autorganizzazione e selezione, in un costante accoppiamento fra contingenza e potenzialità strutturale. I sistemi complessi della vita sono nel contempo auto-organizzati, etero-organizzati (selezione naturale) e ri-organizzati (per sequenze di exaptation).

Possiamo quindi pensare il mondo come dono del logos (genitivo oggettivo) da parte del Logos (genitivo soggettivo); il logos poi – che da logica-informazione-linguaggio non-cosciente diventerà coscienza, pensiero, umanità e persona – è aperto e predisposto per entrare in relazione libera e personale col Logos.

 

Mauro Pedrazzoli

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