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 378 - Camaldoli, a 10 anni dalla morte di padre Calati

 

Riconoscere I segni della trasparenza di Dio

 

Di ritorno da Camaldoli – mentre l’oro autunnale della foresta millenaria scintillava nella pioggia, come due giorni prima brillava e ardeva di colori, trafitto da raggi di sole – ricapitolavo alcune indicazioni alte che questa e altre occasioni oggi mi sembrano offrire alla chiesa dei cristiani: una chiesa “senza confini” (sorella Maria di Campello); il sacerdozio comune, esistenziale, nella chiesa che è fraternità laica, senza divisioni né potere sacro (secondo l’evangelo genuino); l’abbandono della teologia sacrificale, perché la liturgia della vita è il dono; il dialogo con le religioni, nella “fecondazione reciproca” (Raimon Panikkar), e non più il proselitismo; la “pace in terra” (papa Giovanni), promessa evangelica al mondo, che tocca a noi portare e adempiere; un umanesimo “cristico”, perché Dio è nell’umanità e nella storia (cfr. libro di La Valle, Paradiso e libertà).

Nel decennale della morte di Benedetto Calati (1914-2000), grande monaco, ci siamo incontrati a Camaldoli, molti amici e discepoli suoi, attorno al gruppo «Oggi la Parola» (http://oggilaparola.altervista.org), per tre giorni di colloqui («Storie umane, storia di Dio», 29 ottobre – 1 novembre), a riflettere su alcuni punti del suo lascito umano e spirituale.

 

L’amicizia vince la morte

Padre Calati operò soprattutto nel tempo del Concilio, quando l’immagine di Dio poté cambiare, da padrone e giudice in amico, secondo la parola di Gesù: «Non vi chiamo più servi, ma amici» (Giovanni 15,15, commentato da Roberto Vignolo). Amicizia esigente, che chiede di lasciarsi condurre a vita di amicizia. Calati vide nel monachesimo il necessario passaggio dalla «grazia dei muri» (cioè la separazione dal mondo) alla «grazia dei volti». A due mesi dalla morte, diceva: «Che cosa rimane di noi? Tu rimani se hai saputo fermarti nello sguardo degli altri. Questo rimane. E basta». Ivo Lizzola, riflettendo su amicizia e gratuità, ha detto: «La perdita dell’amico è insuperabile, ma l’amicizia vince la morte».

Padre Calati amava dire: «Dio è un bacio». Meditando su «Salutatevi col bacio santo» (Romani 16,16), Rosanna Virgili ha ricordato che si trattava di un vero bacio sulla bocca, implicante il corpo (il soma, non la carne-sarx), che è tempio dello Spirito santo. Perciò era atto liturgico, segno dell’unico Spirito, nella comunione dei vari carismi. Era un co-respirare: tra chi bacia e chi è baciato c’è parità, non come nel bacio del sacro anello (Piero Stefani). In due toccanti lettere a Rosanna Virgili, Benedetto Calati diceva che abbiamo sporcato, con la nostra pudicizia sospettosa di erotismo, questo e altri segni della trasparenza di Dio nell’umano.

 

Il regno di Dio, il mondo, la chiesa

«La chiesa porta la figura fugace di questo mondo» (Lumen Gentium, 48). La teologa Serena Noceti ha illustrato in questo passo saliente, ma uno dei meno studiati, la «discontinuità» dell’ecclesiologia conciliare, oggi in via di smarrimento. Quel testo non mette la chiesa di fronte al mondo, ma al primo posto il regno di Dio seminato e atteso, al secondo posto il mondo, al terzo la chiesa, pellegrina nella storia, tesa al regno, in un continuo rinnovarsi. L’organizzazione-chiesa è tanto necessaria quanto la sua continua riforma. Essa è costituita dall’orizzonte del regno di Dio, ed è mediata nell’umano storico. Nel baldacchino del Bernini, in san Pietro, centro dell’istituzione, sono raffigurati sette volti di donna nel travaglio, e un volto di bimbo appena nato: la chiesa dei cristiani è una nascita continua.

«Laico è ciò che è comune a tutti», dice Piero Stefani. Questa proposta vale anche verso il nascente islam europeo: laica è la comunità politica, la vita insieme. Laico è anche il popolo di Dio nella chiesa. Lo accomuna l’imparare a credere, e in questo compito non ci sono differenze di funzioni. È clericalismo (anche dei laici) non distinguere la fede dai ruoli e dall’appartenenza sociologica. La chiesa non trasmette la fede, ma la possibilità di credere. Nella chiesa attuale ci sono formidabili limitazioni, ma anche autocensure nel dare questa possibilità. C’erano società unite dal collante religioso, ma non c’è mai stata e non potrà esserci una società evangelica. La chiesa è sempre «piccolo gregge»; è tutta, non solo i laici, nella storia del mondo, ma non può essere cristianità sociologica. La fede non è una identità, ma permea tutte le identità, che restano. Congar indicava che non c’è il binomio sacerdozio-laicato, ma solo quello ministero-comunità.

 

Dalla paroikia alla «parrocchia

Meditando «Nel tempo in cui viviamo come stranieri» (1 Pietro 1,17), Maria Cristina Bartolomei ha ricordato la condizione, sentita dalla chiesa delle origini, di paroikia: soggiorno provvisorio, di forestieri ospiti; non esilio dalla terra, ma provvisorietà, nel rispetto. La cristianità oggi rilanciata è il rifiuto di quella provvisorietà, che era pure condivisione nella condizione di tutti. La chiesa installata si pone in conflitto con le istanze terrene. È l’attesa dell’eschaton che fa riconoscere la paroikia. Ci è facile notare come questo termine si è rovesciato paradossalmente nella «parrocchia», ininterrotta impronta territoriale dell’istituzione chiesa.

Nella storia il cristiano accetta la finitezza, ma cogliendo gli appuntamenti di Dio nel tempo, impegnato come “abitatore mite” del tempo. Se sfugge alla cattura di Costantino, del potere – «danno più grave di qualunque guerra», diceva san Francesco – il cristianesimo può contribuire alla pace e alla sopravvivenza del pianeta, oggi a rischio. Scriveva Calati nei giorni del golpe in Cile, nel 1973, di fronte a silenzi vaticani: «Temo sempre di più le evasioni spiritualistiche così care ai potenti».

 

Diritti umani e legge naturale

Marcello Flores e Daniele Menozzi, storici, hanno segnalato gli eventi decisivi nella seconda metà del 20° secolo. Flores ha indicato ed esaminato tre momenti salienti e riassuntivi: la Dichiarazione dei Diritti umani, 1948; il rischio nucleare nella crisi di Cuba, 1962, e la decolonizzazione, attorno a quell’anno; la fine del comunismo sovietico, 1989.

Menozzi, sui rapporti tra chiesa cattolica e società, ha seguito il filo conduttore della Dichiarazione dei Diritti umani. Pio XII, tra il ‘48 e il ’58 (quando morì), non citò mai questo documento: per lui ci sono i diritti naturali della persona, non quelli dichiarati dall’Onu. Ma la cultura cattolica contribuì e riconobbe quella Dichiarazione, in prima fila Maritain: a metà anni ’50 ci fu un tentativo di metterlo all’indice, ma Montini si fece mediatore. Per papa Pacelli si trattava di un semplice «credo civile», come quello del 1789, non fondato sulla natura umana a immagine di Dio, perciò incapace di evitare le offese e le violenze storiche culminate nella seconda guerra mondiale.

Mentre Pio XII si poneva al di sopra della storia e la giudicava, la Pacem in terris di Giovanni XXIII pone tra i «segni dei tempi» positivi la redazione delle costituzioni e delle carte dei diritti fondamentali degli esseri umani: anche se non è la volontà umana l’unica fonte dei diritti, ma la legge naturale proclamata dalla chiesa, quelle dichiarazioni esprimono una coscienza più viva della dignità umana. La Pacem in terris riconosce la coincidenza, ma mantiene la differenza tra la legge naturale e il patto tra gli uomini.

 

La storia si vendica, ma con ingiustizia

Paolo VI sostiene i diritti umani, con alcune riserve rispetto a quella Dichiarazione. Papa Wojtyla li afferma, ma non li fa valere dentro la chiesa. Caduti i regimi comunisti nel 1989, egli vorrebbe non il capitalismo, ma una democrazia cristianamente ispirata. Questa prospettiva fallisce. Il papa insiste sul diritto fondamentale alla vita, fonte di tutti gli altri. Scompare il riconoscimento della Dichiarazione del 1948, che rischia il relativismo, a favore della supremazia della legge naturale, e ciò sempre più con papa Ratzinger: le leggi umane devono conformarsi a quella legge. Comunque, lungo i tempi, la chiesa impara dalla storia, che fa capire meglio la rivelazione.

«Nessuno sa più benedire la limitatezza della vita», dice Elmar Salmann, con una serie di vivaci osservazioni: coi “diritti umani” ognuno rivendica di essere coccolato dalla società. Anche Dio è obbligato a fare felice l’uomo. In cinquant’anni tutto si è trasformato. La chiesa ha infierito sulla vita sessuale, e ora la storia si vendica, ma anche con ingiustizia! Da quale società viene il giudizio sulla chiesa! Oggi i cristiani sono solo minoranze che si bilanciano tra loro. Presto le chiese carismatiche supereranno la chiesa cattolica. Il protestantesimo luterano sta per scomparire. Dio sta tra un vago misticismo e un agnosticismo aperto: si ritiene che dove c’è espressività là c’è Dio. L’islam è un’offerta forte, perché è elementare, rituale. Tuttavia, l’Europa ha prospettive: ha il senso del diritto. Dobbiamo trovare una medietas vivibile, accompagnare la metamorfosi col senso ironico-tragico. Dio ha detto tutto in Cristo: è un Dio che promuove, più che comandare, e che perdona.

Enrico Peyretti

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