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 336 - PREMESSE A OGNI DISCORSO SU DIO

 

Tra teologia, filosofia e letteratura

PREMESSE A OGNI DISCORSO SU DIO

 

«Piaccia o non piaccia!

Ma se Dio fa tanto

di non esistere, io,

quant'è vero Iddio, a Dio

io Gli spacco la Faccia».

(G. Caproni, Tutte le poesie, Garzanti 1985, p. 30)

 

«La relazione con Dio è, per grazia di Dio, quella del libero e reciproco riconoscimento che fa essere Dio e l'uomo nel cerchio del compimento secondo verità della giustizia e giustizia della verità… e include l'asimmetria della differenza che rende possibile la relazione».

(P. Sequeri, Un Dio affidabile, Queriniana 1996, p. 319)

 

Di Dio non tutti sono obbligati, ma tutti debbono poter parlare per: affermarlo, negarlo, lodarlo, criticarlo, interrogarlo. L'importante è finirla col monopolio clericale e teologico di Dio.

Dio non è, infatti, un essere che possa diventare oggetto di esperienza professionale e specialistica. Nessuno direttamente lo conosce, se non in una dimensione mistica e personale, inverificabile sorgente di simboli, paradossi letterari e azioni, che ne dicono l'inconoscibilità e trascendono la grammatica, l'etica e la ragionevolezza comune. Che Dio sia o non sia sfugge alla logica. Anche la prova anselmiana, basata sull'idea che l'essere fa parte del concetto di massima perfezione, è frutto inoggettivabile di pensiero. E se vogliamo dire qualcosa di Dio, dobbiamo interrogare l'uomo che ne parla e vive come se Lui esistesse o non esistesse.

 

Apertura all'altro che si rivela

La fessura, che Dio ha per venire alla luce dei fatti e al suono della parola, è l'apertura, non altrimenti fondata che nella sua evidenza esistenziale, della mente e del cuore umano all'altro da sé. Certo apertura all'altro uomo, alle altre creature, ma soprattutto a quell'altro senza volto e senza nome, che sentiamo starci a fronte come «altrimenti che essere» e come possibile risposta alla domanda sul donde, sul dove e sul perchè. «L'esperienza dell'infondato dell'esperienza è il volto oscuro dell'abissale riserva di libertà (racchiusa nella compagnia di un Dio creatore e liberatore) che ne custodisce la destinazione.» (Sequeri, cit. p. 522).

L'uomo non ritiene più aristotelicamente che il mondo sia eterno. Sa che esso non ha in sé l'origine ultima. Viene da altrove: dal nulla, dal caos o da Dio. Allo stesso modo sa che la morte e la fine non sono necessariamente resa al non essere. Potrebbero anche risultare il passaggio ad un diverso stare. Il discorso umano su Dio lì comincia. Ma lì non finisce, perché provenienza e meta coinvolgono tutta la vita. Solo in questa prospettiva si può affermare che Dio ha a che fare col bene-essere, anche se può darsi vita, mondo, etica, società, cultura e bene senza Dio. Basta che al: «Donde e dove?», si risponda: «Dal nulla e nel nulla», vivendo intanto una vita umanamente appassionata. Né ci sono ragioni che obblighino a dichiarare che l'esistenza dell'ateo, privo di certezze fondanti, manchi in sé di senso.

«La fondamentale aporia teologica dell'epoca moderna si esprime, infatti, dal punto di vista antropologico, nell'esperienza che l'uomo possa essere uomo senza Dio. L'uomo non trova più in Dio il criterio della propria necessità e della propria realtà e si comprende a partire da se stesso... [Ecco perché] oso affermare che la scoperta della (bonhoefferiana) non necessità di Dio per il mondo non solo può essere elaborata in modo genuino dalla teologia, ma può essere intesa anche come una scoperta genuinamente teologica» (H. Jüngel, Dio mistero del mondo, Querinana 1982, pp. 31-32).

Ora, posta così la questione, Dio cessa di presentarsi come un'evidenza e si configura come una domanda a cui la ragione fa fronte con un'ipotesi, l'ipotesi Dio, necessaria per il tempo antico, superflua per quello moderno, ma mai vuota. Neppure nelle situazioni di necessità o di gratuità Dio, come decisiva possibilità, cessa di essere un problema per il cuore e per la mente. Possiamo dire che Dio non c'è e vivere senza di Lui. Ma possiamo dire che, per la nostra mente e il nostro cuore, un Dio, vivo donatore di vita, c'è e che vogliamo vivere a Lui di fronte.

Questo è il punto in cui s'innesta il discorso sulla rivelazione, forma letteraria capace di dire la libertà operativa di Dio, il Suo farsi presente nella relazione. Il linguaggio di rivelazione, infatti, è «interamente metaforico» (P. Ricoeur, H. Jüngel, Dire Dio, Querinana 1978, p. 164). È il linguaggio che l'uomo usa per dire come, nel progressivo arricchirsi della sua esperienza etica e intellettiva, individuale e sociale, conosce Colui che gli viene incontro nella storia per rispondere alle sue invocazioni e ai suoi bisogni, vale a dire, per salvarlo. Il che comporta che tale linguaggio, espressione dell'umana ricerca della verità ultima, sia sentito frutto del libero dire e agire dell'Altro, e, in quanto tale, risulti innovativo rispetto al nostro normale parlare e sappia spingere l'uomo oltre se stesso, lungo percorsi altrimenti impensati.

«Le vie di Dio e le vie dell'uomo, infatti – come osserva uno dei maggiori teologi ebraici del '900 – sono diverse, ma la parola di Dio e la parola dell'uomo sono la stessa cosa. Ciò che l'uomo percepisce nel suo cuore come suo proprio linguaggio umano è la parola che viene dalla bocca di Dio» (F. Rosenzwieg, La stella della redenzione, Marietti 1985, p. 160).

In ogni caso poi, è necessario chiarire quale Dio è o non è per noi, riconoscere che tale inquieto andare a Dio non è univoco, ma storicamente e culturalmente molteplice e ci chiede di lavorare con tutte le nostre forze di mente e di cuore e con tutta l'attenzione possibile alle voci del nostro passato e del nostro presente. Prescinderne sarebbe megalomane e autodistruttivo. Chi lo fa non parla di Dio, ma crea e distrugge idoli a partire dai propri fantasmi. L'uomo ha lo spessore fisico e culturale di millenni e, se non riconosce in sé la presenza del proprio passato, «è come un cieco in mezzo al buio» (W. Goethe).

 

Ridefinire i divini attributi

Ecco perché dobbiamo dire Dio confrontandoci criticamente con ciò che di Lui hanno scritto i nostri padri, a partire dalla pur frammentaria conoscenza che abbiamo: della Bibbia ebraica, dei vangeli, dei classici, dei Padri e dei dottori medioevali, dei filosofi, dei pensatori e dei letterati contemporanei, delle religioni. Tanto chi dice l'esistenza di Dio, quanto chi la nega o la pensa diversa da quella propostagli, deve farlo in modo culturalmente compiuto.

Si dà fede, se si dà libertà di credere o non credere, di cogliere o non cogliere la presenza di Dio entro gli infiniti e liberi modi di presenza e di assenza, che trovano espressione nei giochi della lingua comune, filosofica, teologica e letteraria e articolazione attraverso il variegato dipanarsi dei divini attributi. Il che ci diffida dal negare valore a tali attributi, spesso accusati di essere troppo analogici e antropomorfi, ma chiede di ridiscuterli in termini di linguaggio evangelico e metaforico. Il Dio Biblico, il Dio di Gesù Cristo, a cui ci riferiamo, è infatti un Dio di relazione e non un Dio autosufficiente, un Dio di passione, non un Dio assoluto e "atarassico" (insensibile). Parlarne in termini oggettivi e non simbolici sarebbe l'errore a cui ha sempre tentato di sottrarsi la migliore tradizione teologica.

«Il Nome di Dio (donato all'uomo) rivela compiutamente la radicale, ontologica apertura della parola, capace di dire il divenire della relazione senza cedere alla tentazione di reificarne i significati» (C. Belloni, Franz Rosenzwieg e Paul Celan, figure della rivelazione nel '900, «Studia Patavina» 1999, n. 3, p. 109). Proprio per questo si colloca nella sfera del linguaggio filosofico e teologico solo dopo che si è collocato in quella del linguaggio narrativo e poetico, che dice più di quel che dice ed è equivoco per ricchezza di senso, perché esplorativo di possibilità inedite di esistenza. Tale linguaggio poi viene considerato ispirato , in quanto testimone della possibile creatività dell'Altro (Ricoeur - Jüngel, cit., pp. 75-107).

Ora, secondo le diverse formule di scuola gli attributi divini sono assai numerosi (H. Fries, Dizionario teologico, Queriniana 1966) ed è difficile articolarli in limpida e logica coerenza perché evidenziano aspetti diversi, se non contradditori, della stessa identità personale divina. Non per nulla la teologia si è sempre dibattuta tra affermazione (teologia positiva) e negazione (teologia negativa) ed oggi tende a semplificazioni pastorali (Dio giudice e/o Dio misericordioso amore) e filosofiche (Infinito, Onnisciente e Onnipotente, Perfetto, Trascendente e Totalmente altro, Sommo bene, Unità creatrice del tutto, Inizio e Fine della storia, Provvidente, Legislatore, Più che essere e Nulla, Tu). che privilegiano alcuni di questi termini o almeno li gerarchizzano.

Aldo Bodrato

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