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 424 - Il Vangelo di Marco

 

Come Gesù diventa Cristo

 

La lettura dei più antichi testi paolini (55-60 d. C.) ci fa sapere per certo che il Vangelo di Marco, composto tra gli anni 60-70, come del resto gli altri Sinottici e Giovanni, vede la luce quando le comunità cristiane cui si rivolge già pongono a fondamento della propria fede il riconoscimento della cristicità di Gesù, espressa nella formula “Gesù Cristo Figlio di Dio, morto di croce, è risorto” e, a conferma di ciò, propongono la testimonianza di diversi racconti di apparizione.

Come è facilmente comprensibile, almeno fino ai primi passi dell'interpretazione storico-critica della Bibbia nel secondo Ottocento, nessun esegeta poteva tenere conto di questo fatto, convinti come erano tutti che i vangeli fossero stati scritti negli anni immediatamente successivi alla scomparsa del Nazareno, prima cioè delle epistole di Paolo. Di conseguenza, quasi nessuna importanza è stata attribuita all'evidenza che Paolo, il primo e più agguerrito sostenitore della cristicità di Gesù e della sua divina figliolanza, Gesù non lo aveva mai frequentato, né conosciuto.

Anche se più di una volta Paolo parla della sua predicazione come “annuncio del vangelo”, non sempre la qualifica come proclamazione del “vangelo di Cristo” (1Cor 9,12), alcune volte la presenta come “il mio vangelo” ( Rm 2, 16 e  16,25), altre come “vangelo di Dio” (2 Cor 11, 7 e seguenti). Ma, al tempo stesso chiarisce, anche per rivendicare l'originalità della sua missione “tra le genti”, che tale vangelo egli lo annuncia, non perché lo ha ricevuto in qualche illuminante incontro col Gesù terreno o coi suoi discepoli storici, ma perché il Cristo risorto a lui si è presentato direttamente (1 Cor 15, 1-11) o, meglio ancora, perché Dio stesso, per grazia, gli ha personalmente rivelato “Suo Figlio, affinché lo annunciasse ai pagani”, senza che lui dovesse ricorrere alle informazioni e agli insegnamenti di Pietro e compagni (Gal 1,10 e ss.).

Ora, proprio Marco, che precede di alcuni anni Matteo e Luca, Giovanni di quasi mezzo secolo, e che ha avuto conoscenza del Gesù storico a partire da una catechesi, che da subito glie lo ha presentato come “il Cristo di Dio”, iniziando la sua opera con l'enunciato:“Evangelo di Gesù Cristo il Figlio di Dio”), propone il riconoscimento della cristicità di Gesù non come un dato acquisito grazie ad un incontro diretto col Risorto o con Dio. Ma la propone come chiave interpretativa, della relazione che intercorre tra la parola e l'opera di Gesù  e la rivelazione salvifica di Dio nella storia; come una tesi, la cui verifica può trovare risposta solo attraverso la sequela paziente e attenta di Gesù dal battesimo alla crocefissione, così da farne propria la mai definitiva presa di coscienza della “divina figliolanza”.

 

Quando il vangelo è interrogazione

Ritenuto una sintesi ad uso catechistico del vangelo di Matteo, Marco non era considerato una fonte autonoma dagli altri vangeli, ma una sorta di loro malaccorto riassunto, come sembra chiaramente lasciare intendere la lettura dei versetti finali del suo ultimo capitolo (16, 9-20), che  oggi sono universalmente conosciuti come la tardiva aggiunta di un redattore all'inizio del II secolo. Cosa che ha impedito di farlo oggetto di specifici e approfonditi studi sulla struttura letteraria del suo vangelo e sul taglio da lui dato alla lettura cristologica della figura di Gesù, che, come abbiamo visto, egli enuncia fin dal titolo della sua opera. Ma che non va considerata l'enunciazione di un dato teologico acquisito per fede, come volentieri si pensa per mettere a tacere il desiderio di capire il significato profondo di questa storia inquietante. L'insieme dei capitoli, infatti, che seguono il titolo, non si limita ad illustrarne l'enunciazione, ma la problematizza, ponendo in chiara evidenza gli interrogativi sul potenziale valore cristologico della vicenda terrena di Gesù di Nazareth, protagonista e eroe di questa avventura.

Proprio per questo ritengo che non si possa dar conto dell'irripetibile originalità del Vangelo di Marco senza chiedersi come mai il suo autore, perfettamente cosciente che il teologumeno del Crocefisso-Risorto costituisce il fondamento della sua stessa fede, decide di concludere la narrazione della breve vita pubblica di Gesù con un'impegnativa descrizione della sua passione e morte e con un sorprendente ed enigmatico annuncio di resurrezione che, per lo sgomento che suscita, è messo a tacere da chi lo riceve invece di essere divulgato. Pochissimi di fatto sono i versetti che Marco dedica al tema della resurrezione (16, 1-8), seguiti da altri dodici, tratti non da fonti che lo precedono, ma da una silloge di episodi presenti nei racconti di “apparizione” di Giovanni, Luca e Matteo; una silloge palesemente finalizzata ad omologare la cristologia di Marco a quella degli altri evangelisti, ma destinata a marcarne ulteriormente la diversità.

Marco, infatti, non lega la fede nella cristicità di Gesù all'esperienza visiva di un incontro con lui risorto, ma ad un annuncio, udito da tre donne che, in una situazione di particolare tensione emotiva e di tristezza, si recano alla tomba dell'amato Maestro e la trovano, spalancata e presidiata da «un giovane …  vestito di una veste bianca», che le sconcerta. «Voi cercate Gesù Nazareno – dice l'angelo - il Crocefisso. È risorto non è qui. Ecco dove era deposto. Ora andate e dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto» (16, 4-6).

Racconti analoghi ritroviamo negli altri vangeli. Ma, mentre questi fanno di tale annuncio la premessa a una fede gioiosa, confermata da vari episodi di apparizione, Marco ci spiazza affidando alle più fedeli seguaci del Maestro, il compito di risigillarne la tomba col masso del silenzio, rifiutandosi di farsi ambasciatrici della “buona notizia” che sola può consentire al vangelo di essere davvero il Vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio. Infatti nel Vangelo di Marco non c'è traccia della realizzazione dell'incontro, profetizzato dall'angelo e preannunciato in vita da Gesù. Non perché gli sia mancato il tempo o il modello narrativo per configurarla o sia andata perduta l'ultima pagina del suo manoscritto, ma perché egli intende lasciare che siano i suoi lettori a misurarsi coll'interrogativo sull'identità del Nazareno e sul riconoscimento della sua cristicità. Vuole che siano essi, a decidere se assumere in proprio la missione, lasciata inadempiuta dalle donne, e farsi compagni dei discepoli per riprendere con loro e col Risorto il cammino iniziato in Galilea. (X. L. Dufour, Resurrezione di Gesù e messaggio pasquale, Cinisello, 1973, pp.247-248; A. Bodrato, il vangelo delle meraviglie, Assisi , 1996, pp. 227-232)

Così facendo Marco ci dimostra che per dare vita e vigore testimoniale all'annuncio della resurrezione di Gesù non c'è bisogno di suffragarla con ampie e ben articolate narrazioni di apparizioni. È sufficiente darle vita con un accenno di rivelazione che può prendere forma compiuta solo grazia alla scelta di farla propria con una convinta sequela. Enuncia la necessità di tale scelta senza definirne gli esiti, e così facendo, ci avverte che l'ossimoro retorico dell'annuncio congelato nel silenzio, non solo dà rilievo al ruolo centrale della fede in ogni processo  teofanico, ma anche può fornire la chiave interpretativa di tutto il suo vangelo, che ruota attorno al tema del rifiuto e dell'accoglienza della forza rivelatrice e salvifica dell'azione e della parola di Gesù.

 

Chi dite che io sia?

«Chi è costui?», «La gente chi dice che io sia e chi dite voi?», «Sei tu il Cristo, il figlio di Dio?»: sono questi gli interrogativi, che scandiscono il cammino di Gesù e dei suoi dalla Galilea a Gerusalemme. E il ripetersi di tali interrogativi, mai seguiti da una chiara risposta di Gesù, fa del suo vangelo una proposta cristologica in attesa di una confessione di fede che la definisca.

Per Marco solo uno dei crocefissori sembra avere intuito che quel morto era «veramente Figlio di Dio» (15, 39). Riconoscimento, che messa in bocca ad un pagano, può suonare bestemmia, ma che suona assai meno scandaloso se fatto uscire dallo stilo di un seguace dell'ebreo Gesù, ben cosciente che tale figliolanza viene di norma attribuita dalla Bibbia stessa ad Israele, ai suoi profeti e ai suoi giusti. Ciò che rende davvero sorprendente tale affermazione è il fatto che essa, presente in questa forma solo in Marco (“vedendolo spirare in quel modo”), segue a ruota la confessione del “Prediletto” (1, 11) di sentirsi abbandonato dal proprio Dio (15, 34), a sua volta seguita dalla sepoltura e dal rifiuto di chi riceve l'annuncio di resurrezione di tradurlo in pubblica ed efficace professione di fede.

Ecco perché Marco imposta il passaggio dalla gesuologia alla cristologia, dalla vita terrena di Gesù, conclusasi con la morte, alla sua vita ultraterrena, iniziata con la resurrezione, in forma più interrogativa che dimostrativa. Ed ecco perché non si preoccupa di attribuire al Nazareno un'origine sovrannaturale, dando un qualche rilievo ad un'eventuale nascita divina. Egli sembra quasi rendersi conto che, per superare il trauma, esistenziale e teologico, della morte di croce dell'amato Maestro, è necessario non solo cambiare le proprie attese messianiche, ma la stessa comune comprensione di Dio. Col silenzio e il terrore delle due Marie e di Salome, sembra che Marco ci voglia ricordare che, per confessare con la resurrezione l'indicibile mistero della presenza di Dio nel Crocefisso, non basta elaborare il lutto per la sua morte. Bisogna anche mettere in cantiere l'elaborazione di una teologia che consenta di enunciarlo come nuovo evento rivelatore. Bisogna cercare un aggancio tra l'esperienza di fede dei discepoli e quella dell'antico Israele, più stretta ancora di quello individuato da Marco con la tradizione e la tipologia dell'annuncio profetico, con l'investitura a “figlio prediletto” durante la teofania (voce dall'alto e colomba) del battesimo al Giordano. Sarà la strada delle genealogie abramitiche, davidiche e adamitiche, delle nascite verginali di Matteo e di Luca, della preesistenza come Parola creatrice e redentrice di Dio, elaborata dalla teologia giovannea.

Un solo Gesù, quattro vangeli. Due modelli di narrazione della vita di Gesù (gesuologia), quella sinottica e quella giovannea e quattro cristologie evangeliche, più una paolina, priva affatto di gesuologia e, volendo, un'ecclesiologia(Atti degli apostoli), gesuologicamente e cristologicamente, rapsodica. Tutte da riconoscere e valorizzare nella loro irriducibile originalità.

Aldo Bodrato

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