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Un solo Dio, più teologie

Invento una parabola. Due amici hanno visitato entrambi un bellissimo lago alpino, circondato da vette stupende. Uno dei due ha venti anni, l'altro ottanta. Uno l'ha visto all'alba, l'altro a mezzogiorno.

Entrambi l'hanno fotografato con mezzi e in luci differenti. Quando si raccontano l'un l'altro la bellezza del lago, se non allargano la loro rispettiva esperienza, rischiano di litigare. Quel lago tra le vette ci serve qui come semplice paragone per pensare ad una differente immagine di Dio che differenti credenti hanno ricevuto e hanno compreso. Il lago bellissimo è unico, ma i ricordi e le immagini che i due amici ne hanno sono due, e ben differenti. Non so se il paragone è troppo banale, ma forse ci aiuta a capire certe convergenze e divergenze tra cristiani e musulmani.

Uno solo è Dio, varie sono le teologie, cioè i concetti, tutti inadeguati e incompleti, che ce ne facciamo. Dio è ben di più dei nostri pensieri su di lui. Anche all'interno del cristianesimo, anche negli scritti del Nuovo Testamento, ci sono teologie differenti, eppure, almeno quelle più serie, sono tutte cristiane, secondo il Vangelo. Per quel poco che ne so, qualcosa di simile è anche nell'islàm, il quale pensa Dio che parla all'umanità, chiama, insegna, giudica, aiuta.  Dio è unico, e si rivolge a noi in tanti modi: ha novantanove nomi, e il centesimo resta a noi sconosciuto.  Ci sono anche teologie “silenziose”: noi pensiamo Dio come il Vivente, l'Altissimo, ma di lui non possiamo dir nulla, se non che non è questo, non è quello, non è semplicemente uno come noi.

Ora, in particolare, mi sembra che un nodo tra cristianesimo e islàm sia questo: molti musulmani ritengono che i cristiani, poiché parlano di trinità di Dio, credano in tre dèi, e non affermino l'unicità di Dio. Qui i cristiani devono spiegarsi, devono farsi capire. Possiamo credere e pensare diversamente, ma non sulla base di equivoci.

La teologia cristiana tradizionale parla di Dio unico in tre persone. Questa semplice parola “persona” in antico voleva dire una cosa, oggi ne dice un'altra. Oggi “persona” vuol dire un essere cosciente e intelligente, un individuo ben distinto da ogni altra persona. L'antica formula cristiana, in effetti, oggi sembra dire: tre dèi. I cristiani sanno che non intendono dire questo, ma l'espressione catechistica tradizionale è un equivoco. Inevitabilmente, i musulmani capiscono: tre dèi. E giustamente reagiscono, giudicando i cristiani politeisti, con una idea di Dio meno pura, alta, vera, di quella coranica: Dio è grande, unico, senza confronti. So di un bravo musulmano che, alla parola trinità, ha chiuso il discorso religioso con un amico cristiano. Che cosa dunque vogliono dire i cristiani? Cristiani e musulmani possono intendersi tra loro su una teologia comune, almeno nell'essenziale? Il punto non è da poco, perché è nel cuore della fede.

Più correttamente, i cristiani pensano la uni-trinità di Dio, uno e trino. In quale senso “trino”, che non significhi “tre dèi”?

In antico “persona” (termine usato per le maschere degli attori di teatro) significava modo di manifestarsi. Oggi, invece, “persona” significa sostanza viva, individuale, distinta dalle altre. Oggi, parlare di tre “persone” divine, viene proprio inteso col significato di tre dèi.

Dalle parole che abbiamo di Gesù, che per noi è la massima rivelazione – come per i musulmani Mohamed e il Corano - Dio si presenta a noi come in tre infiniti palpiti e presenze. E questo perché, come Gesù ci rivela, Dio non è un monolite, un monumento chiuso in se stesso, in una sua perfezione separata, come lo pensava Aristotele. Dio è amore, e come amore si rivolge a noi e al mondo. È  amore perché lui stesso è intima e vivace vita di amore, cioè è espressione, relazione, comunicazione, dedizione. Il suo creare e amare il mondo nasce dal suo essere vita di amore in se stesso.

Dio unico, senza pari, si rapporta con noi sia come un padre, sia come un fratello, sia come il suo spirito effuso in noi. Egli è vita, parola, amore. Anche ogni persona umana si rapporta agli altri in più modi, come genitore, come fratello, come amico, come collega, come dialogante, eccetera, ma è sempre la stessa persona con più manifestazioni e relazioni.

Così, secondo i cristiani, in più modi Dio si rivolge a noi: dona vita come un padre; è venuto ad abitare in Gesù – vero uomo a cui Dio ha dato pienamente il suo Spirito – e così è nella nostra umanità come un fratello; anima i nostri cuori al bene, alla giustizia, all'amore, che è la sua stessa vita, come spirito infuso nel nostro intimo, nell'anima.

Tre “modi”. Però è vero che il “modalismo” è stato respinto nei concili antichi della chiesa, che hanno insistito sul termine “persone”. Evitando testi più specialistici (Denzinger, 284) rinvio su questo punto al libro del noto teologo Han Küng, Islam (Rizzoli 2005), ampio volume di 912 pagine, che fa parte di un progetto di conoscenza e dialogo tra le religioni. Küng dichiara l'intenzione del suo progetto (che comprende gli altri due volumi Ebraismo e Cristianesimo, ugualmente ampi), con queste espressioni: «Non c'è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni. Non c'è pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni. Non c'è dialogo tra le religioni senza ricerca sui fondamenti delle religioni». È chiaro che chi vuole un poco riflettere su questi problemi nel dialogo e confronto interreligioso deve conoscere, perciò leggere, almeno i testi fondamentali dell'altra religione.

Nel volume citato  Küng affronta il problema “Monoteismo e Trinità” da p. 599 a p. 614. Egli confronta le espressioni bibliche con quelle dei concili e della dottrina affermatasi nei secoli nel particolare linguaggio della cultura ellenistica, che non può essere di tutti per sempre e richiede un cambio di paradigma.

Più semplicemente vorrei indicare il chiaro ampio libro di Luigi Sandri, Dal Gerusalemme I al Vaticano III. I concili nella storia tra Vangelo e potere: proprio un auspicato concilio Vaticano terzo, non il secondo  (Ed. Il Margine, Trento 2013, pp. 40, 74). Sandri chiede: quelle formule antiche sono letteralmente intangibili, oppure va ben distinta la fede da alcune sue espressioni verbali di significato storicamente mutevole? Questa domanda è legittima per i cristiani. Non si può quindi dire che i cristiani sono politeisti per il fatto di chiamare Dio sia Padre (cioè pensiero e volontà di dare vita), sia Parola, o Verbo (cioè espressione di sé per comunicarsi a noi),  sia Spirito santo (cioè effusione della sua vita di amore in chiunque accoglie e pratica il bene).

Un cristiano attento non pensa il Padre, il Figlio, lo Spirito come tre esseri separati, tre pezzi di un Dio a pezzi. Così siamo noi umani, e ogni persona tra noi è una sola piccola possibilità dell'umanità, che non è mai piena in una sola persona. Dio non è così. Nessuno è grande, vivo, perfetto come lui, che dunque non è separato, ma unico. Unico non vuol dire chiuso in se stesso come un diamante compatto. Dio è vivente anche secondo l'Islàm, quindi si rivolge a noi, ci parla, ci chiama, ci giudica. Ecco, noi cristiani pensiamo che Dio si manifesta in più modi, e le “persone” di cui parla la tradizione con quel linguaggio, sono emanazioni, rapporti, presenze, irraggiamenti di Dio verso di noi. Il sole, per fare un facile paragone, è uno, ma i suoi raggi per noi sono tanti, senza che il sole vada a pezzi.

Noi chiamiamo tutti gli umani figli di Dio, da lui creati e amati, e chiamiamo Gesù Figlio, in un senso tutto speciale e pieno, perché riconosciamo che in lui vero uomo senza peccato ha abitato in pienezza lo Spirito di Dio, che è in tutti noi in misure limitate dalle nostre imperfezioni.

Dio è unico e viene a noi in tanti modi, certamente anche attraverso le religioni non cristiane. L'islàm dice questi tanti modi coi novantanove nomi di Dio. Egli è creatore e animatore di una vita e di un bene che non possono essere contenuti nelle nostre parole spezzettate, nei nostri sguardi monchi. Proprio l'assoluta grandezza di Dio unico porta a conoscerlo e pensarlo per immagini particolari, nel suo ampio agire verso di noi. Quel che osiamo dire di Dio è sempre parziale, ci servono molte parole e immagini.

Alla lunga, se ci spieghiamo e ci ascoltiamo, possiamo, tra cristiani e musulmani, togliere un malinteso che ci divide. Le differenze di pensiero e di linguaggio sono ricchezza, ma non devono essere opposizioni e condanne.

Enrico Peyretti, 21 luglio 2015 (17 giugno 2015)

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