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 441 - Per scongiurare l'ennesima Batracomiomachia / 1

 

Nascere, vivere, morire, legiferare

 

In seguito a un nuovo caso di suicidio assistito e a una sentenza sull'attribuzione della paternità di un bambino a una coppia di uomini, tra le rane e i topi, che frequentano le paludi della politica romana, sta per scoppiare una nuova guerra sulla regolamentazione del nascere e del morire.

Una guerra che si potrebbe ricondurre a civile confronto, se solo si tenesse conto che la nascita e la morte fanno parte della vita e che la vita non può essere analizzata come se fosse un insieme di eventi singoli, chiusi tra i due punti e virgolette (: «) della nascita e le virgolette e punto fermo (».) della morte. Potrebbe esserlo se la vita si riducesse a movimenti di corpi nello spazio e non comprendesse una quarta dimensione oltre alle tre della geometria euclidea, quella del tempo; se nel suo concreto e storico prendere forma, non si complicasse enormemente per influenze culturali, sentimentali e soggettività d'ogni genere. Il che fa sì che la vita si costituisca come un continuum unitario, storicamente condizionato e irreversibile, che non consente di legiferare su nessuna delle sue tappe come se ciascuna di esse stesse a sé. Ecco perché il nascere e il morire costituiscono col vivere una continuità, un'unica “durata” che, in ogni sua parte gode di tutte le qualità, i diritti e i doveri che del vivere sono costitutivi: libertà e responsabilità, individualità e socialità in primis.

E fin qui, credo, tutti possano concordare. Ma è qui che nasce il dibattito etico-culturale in corso su come si debbano interpretare i diritti e i doveri, la libertà e la responsabilità, i rapporti tra individualità e socialità. Dibattito che si traduce in conflitti politici sulle leggi da formulare per far fronte ai problemi posti dalle nuove possibilità di vivere la nascita e la morte, offerte dagli sviluppi tecnico-scientifici degli ultimi secoli.

 

Modernità e tradizione

Punto di discrimine tra i fronti, spesso strumentalmente contrapposti, è dunque la possibilità ed eventualmente la modalità di conciliazione tra “modernità” e “tradizione”. Per il tradizionalismo integralista, che si appella alla “non negoziabilità dei principi”, tale possibilità semplicemente non esiste, perché la verità e la realtà sono da sempre un tutt'unico, in se stesso immutabile e il solo futuro possibile è il ritorno al passato, se si vuole evitare il collasso apocalittico. Per il “modernismo” scientista, che all'integralismo tradizionalista contrappone altrettante granitiche certezze, il sapere del passato è un patrimonio di superstizioni, ignoranza, pressapochismo, intuizioni lasciate a metà, insomma di falsità ed errori da dimenticare o correggere; mentre il futuro è lineare e necessario progresso verso un'apocatastasi laica dell'intera natura. Chi confida nella possibilità di un confronto non settario tra le diverse anime dello sviluppo culturale e civile umano ritiene che, attraverso un dialogo paziente e sapiente, si possa giungere a mediazioni feconde e rispettose dei valori propri e altrui. Non si sente infatti solo custode del passato ma suo erede, chiamato a renderlo fruttuoso nel presente e, come tale, trasmetterlo ai responsabili del futuro. Ritiene inoltre che la realtà stessa sia un processo evolutivo continuo non preordinato e che la conoscenza accompagna tale sviluppo, ora frenandolo, ora seguendolo, ora aprendogli il cammino verso esiti auspicabili, ma non definibili a priori.

Direi che ci si deve misurare con questi ultimi, divisi oggi in fronti aspramente contrapposti, più per questioni di prestigio che per vere e irriducibili differenze etiche e culturali, e misurarsi a partire dal comune riconoscimento che non è possibile separare il “durante” della vita dal “prima” e dal “dopo”, perché in sé li ricomprende come apertura a un'origine e a una fine, sempre remote e insondabili, ma sempre anche tese a una qualche potenziale realizzazione temporanea e terrena.

 

Eteronomia e autonomia dell'etica e del diritto

È sulla strutturazione storica delle organizzazioni educative e sanitarie e sulla formulazione delle leggi relative che lo stato può deliberare, non sui loro fini ideali e sul modello utopico di un'Atlantide originaria o di una Gerusalemme escatologica. Non nel dover essere eterno vivono gli uomini, ma nell'essere contingente del proprio tempo, della propria cultura, delle proprie concrete capacità di realizzazione. Un'etica eteronoma, a qualsivoglia autorità superiore si appelli (Dio, Natura, Scienza, Ragione, Chiesa), non è un etica, è un diktat, sia che pretenda di essere messa in atto senza passare al vaglio del discernimento di chi la deve tradurre nel proprio agire, sia che ritenga di potersi imporre all'uomo come modello iperuranico di autentica umanità.

Questo perché non c'è etica senza libertà, senza responsabilità e senza rischio di errore. Perché non c'è etica fuori del suo storico esercizio. L'etica non sta in cielo; ha la sua patria in terra e la sua culla nel cuore e nella mente delle creature. È figlia delle loro limitate, ma essenziali capacità di conoscenza e di azione. Le leggi che così vengono formulate per dare, in ogni campo del vivere, linee guida all'agire sociale dei singoli sono di fatto sempre leggi nate da negoziazioni politiche e da mediazioni culturali. Sono leggi sociali, che dal confronto tra interpretazioni etiche diverse vengono storicamente formulate, a regolazione dei diversi gruppi comunitari. Sono al servizio degli uomini e non ne anticipano e determinano il destino; ne accompagnano il cammino, in quanto debbono consentire a tutti i membri di quelle comunità di seguirne o non seguirne le indicazioni, traducendole nella concretezza della propria vita con libero discernimento e con piena assunzione di responsabilità.

 

Nascere: diritti e doveri

Ora proprio perché il nascere non è separabile e contrapponibile al vivere e al morire (col dibattito sul morire ci confronteremo sul prossimo numero) il nascere non può essere considerato come un evento che ha leggi, valori e dinamiche diverse da quelle del vivere. Il nascituro come il neonato e il bambino, è, prima in potenza poi gradualmente di fatto, un individuo che gode di tutti i diritti e i doveri, le libertà, i limiti, le fragilità e i condizionamenti di ogni persona che, come lui si trova a vivere nel contesto sociale, culturale, etico, politico e religioso in cui ha visto, vede o dovrebbe vedere la luce. Come ogni persona umana è indissolubilmente legato a quanti con lui, volenti o nolenti, entrano in relazione e in conflitto: la madre e il padre innanzitutto, poi i familiari e così via, fino a coloro che, a nome dell'intera comunità, debbono provvedere con leggi e strutture educative alla crescita e alla formazione dei giovani, alla formazione e crescita della comunità, all'aggiornamento della legge.

Tutto ciò ci porta a dire che la legge sulle adozioni e sui riconoscimenti di genitorialità è chiamata ad occuparsi di garantire ai nuovi nati, senza eccessi di rigidità, madri e padri legali, quando quelli che di fatto dovrebbero occuparsene vengono meno al loro compito, ben più che obbligare questi ultimi alla genitorialità o punirli se in tale compito sono inadeguati; ben più che definire le inalienabili, universali e autentiche prerogative della maternità e della paternità e ancor meno per definire quale, in linea di principio, debba essere il percorso storico che un cucciolo d'uomo deve seguire per diventare un adulto perfetto, dal giorno della nascita a quello della morte. (Ce ne fosse mai stato uno, tra i nati dall’incontro tra qualche Maria e qualche Giuseppe, che possa dirsi tale senza rischiare di essere considerato «Figlio di Dio»!).

La legge non ha il dovere e il potere di definire o di blindare i principi e neppure di determinare i fatti. Ha il dovere e il potere di suggerire, consentire, promuovere la convivenza sociale di coloro che nelle loro convinzioni personali, nella loro formazione culturale, nella libera assunzione delle proprie responsabilità, si trovano a far parte di un gruppo sociale e in quel contesto vogliono vivere in relazione, anche conflittuale ma non violenta, con altri.

Aldo Bodrato

 

(continua)

 

 

«La legge − per dirla con uno che ha pagato con la vita la sua pubblica opposizione ad ogni utilizzazione integralista della legge − è fatta per l'uomo, non l'uomo per la legge». Tanto più che lo stesso signore precisa, a proposito del Giudizio Ultimo, sintesi e coronamento di tutti i giudizi, che non sarà il rispetto formale della legge a “giustificare” qualsivoglia giudicato ma la constatazione di come ha agito nella vita in modo da rinsaldare i vincoli comunitari con l'altro.

 

Commento Enrico

- Concordo sostanzialmente, con alcune osservazioni.

- Il tono è giusto, pacato, favorisce il dialogo e l'orientamento senza diktat (col k)

- Ci sono alcuni erroretti di battitura

- Apocatastasi forse va spiegata agli studenti universitari che non sanno l'italiano (e ancor meno il greco, ma solo l'inglese tecnico-commerciale), però sanno (con significato sbagliato) apocalisse

- «L'etica non sta in cielo…. sono sempre leggi nate da negoziazioni politiche e da mediazioni culturali. Sono leggi sociali, che dal confronto tra interpretazioni etiche diverse vengono storicamente formulate, a regolazione dei diversi gruppi comunitari….. Sono al servizio degli uomini e non ne anticipano e determinano il destino; ne accompagnano il cammino, …. »

- Capisco e concordo, eppure rimane da chiedersi: al servizio degli uomini in quale direzione? Leggi negoziate e mediate nella società, bene, ma basta questo perché siano sempre umane, al servizio della vita umana in tutte le sue dimensioni? La legge morale per cui c'è una razza e un popolo superiore, e che gli untermenschen vanno sterminati, non fu precisamente e correttamente negoziata e mediata, fu imposta da una cultura/mentalità che prese il potere, applicata da un dittatore, eppure fu accettata, inizialmente votata, e poi subìta ma anche sostenuta dalla gran parte del popolo tedesco (che oggi confessa l'errore). Si dirà: doveva essere mediata. Certo! Ma la mediazione non garantisce il «servizio degli uomini». La democrazia, lo spirito del tempo, il dibattito culturale, possono sbagliare. Nulla garantisce che si decida per il «servizio degli uomini» . Nessuna autorità, per sacra e illuminata che sia.

La mediazione dunque basta? Direi che non basta. Ci vuole un orientamento, a partire da “princìpi” cioè qualcosa di non derivato da altro, ma “visto” dall'intelligenza critica e appassionata per l'uomo. Per esempio, il valore di una persona vale indipendentemente da come è ora e da cosa ha fatto e cosa fa: vale perché è nata, è entrata nell'umanità, non vale più o meno se è nobile o plebeo, sano o malato, libero o schiavo. Questo siamo arrivati a dirlo e volerlo, non sempre lo facciamo, ma dire è l'inizio del fare. Lo vediamo ancora davvero?

L'inizio non è tutto l'orientamento, ma richiede almeno di non disfare, di non uccidere la vita e distruggere la natura. Ma per alcuni, e alcune mentalità non richiede questo: il genocidio nucleare e la catastrofe naturale sono una possibilità come le altre nella serie dei fenomeni.

Ma c'è un modo dell'intelligenza che non registra soltanto: cerca orientamento, «cercasi un fine» (Scuola di Barbiana, per la politica). Ci sono, nella intelligenza del genere unano, anche sapienza e profezia (binomio sulla cui distinzione ha lavorato molto Pier Cesare Bori).

La regola d'oro è sapienza universale, è saggia difesa dalla sopraffazione tra d noi: attinge ad un principio (ognuno vale) e punta ad una vita non crudele e infelice. Il non uccidere, ma curare la vita, e altri regole buone, che ci permettono di non maledire l'esistenza, sono anzitutto la “sapienza delle madri” (P. C. Bori, allego il brano).

Molte delle sapienze umane (siamo una comunità pensante attraverso i millenni, e non solo sui giornali di oggi) intravedono spiragli sulla morte, non soltanto le religioni dogmatiche.

La nostra Costituzione, (oggi smarrita da molte menti e offesa da progetti di potere), è umanesimo, è fondata sul valore della persona umana di ognuno e diretta alla sua realizzazione umana per tutti ugualmente. C'è lì una sapienza concreta e un progetto “profetico”, anticipatore nella volontà storica e politica di umanizzazione. Se la perdessimo, cadremmo all'indietro. Chi la vede solo come un meccanismo per decidere, non vede.

La prima necessità, nel mondo regolato e dominato (anche nelle menti) dalla tecnocrazia senza regole, è proprio la riflessione culturale umile paziente (come questa di Aldo), sempre attenta e alunna delle sapienze e delle profezie, anche se lontane nel tempo, che sono la ricchezza del vivere umano. È stupido il disprezzo dell'antico. Panikkar diceva: «Io ho seimila anni di età».

Nel concreto difficile e urgente, restano e compaiono nuove serie incertezze. Come sempre nell'evoluzione umana. Ora, potrà bastare ad orientarci il rispetto della volontà personale libera, anche quando si tratta di voler morire, perché la vita non è più umana? La decisione di non volere/potere far nascere un'altra vita? Se non potrà bastare del tutto, è un principio che ci orienta.

 

Risposta Aldo

Caro Enrico, non sei venuto meno al tuo compito e, come speravo, mi hai risposto obiettandomi quanto era giusto obiettare, almeno dal tuo punto di vista, che è più che legittimo e ben fondato nella tradizione antica e modernamente aggiornata. Potrei dire che avevo chiesta, con qualche voluta e provocatoria improntitudine, la grazia di un'argomentata risposta e l'ho ottenuta in grande abbondanza. Il che mi impegna a non sottrarmi al compito che ho imposto assi più a me che a voi. Per il mio argomentare lento e ancor più prolisso del tuo, dovrò procedere per tappe. Questa è la prima. Il resto verrà la prossima settimana perché torno per tre giorni al paesello, dove mi occuperò di altro, se ne avrò l'energia necessaria. Ciao Aldo



Enrico - … Apocatastasi forse va spiegata

 

Hai ragione. Me lo diceva già Sandra. Il guaio è che nella nostra millenaria storia culturale “apocatastasi” è un termine colto, che non ha un senso univoco e ogni volta che lo si usa bisognerebbe precisare almeno se lo si usa col significato che gli danno i filosofi o i teologi cristiani. Per gli stoici l'apocatastasi indica la realizzazione piena dei fini della natura, determinati da sempre e per sempre: una sorta di ritorno all'origine, magari seguita dalla grande deflagrazione che da il via ad un nuovo ciclo di vita. Per Origene e altri Padri greci è il ristabilimento definitivo della perfetta unità-felicità d'ogni creatura, demoni compresi, in e con Dio.

Stando così le cose o mi accontento di precisare “apocatastasi laica” o devo aggiungere una nota che chiarisca almeno questi due significati del termine. Vedremo.

 

E - … al servizio degli uomini in quale direzione?

Certo ogni cammino ha una direzione e ogni atto porta con sé un fine, anche solo immediato e poco riflesso. Così almeno siamo in qualche modo obbligati ad analizzare un nostro gesto, anche inconscio. Lo compiamo, ne cerchiamo la causa, vediamo il risultato immediato e ci chiediamo quale fine potrebbe avere. Sulla base di tutto ciò ne valutiamo il valore, che consiste nel giudicare se la risposta data con quell'atto alla causa, che lo ha provocato, è conforme al fine che ci prefiggevamo

o che riteniamo sia stata frutto adeguato della nostra reazione inconscia in risposta agli stimoli o ai disagi provocati dalla causa reale o supposta tale.

In tutto ciò chi può indicare la direzione se non chi si trova ad agire coscientemente o a reagire spontaneamente?

Si osserverà giustamente che questo vale per le azioni singole e improvvise, mentre per l'indirizzo generale del nostro agire coscientemente progettabile, noi possiamo e dobbiamo avere obiettivi da raggiungere sulla base dei quali valutare il pro e il contro di ogni azione; obiettivi sulla base dei quali ci sentiamo chiamati a rispondere della moralità dei nostri comportamenti, proprio perché siamo noi ad aver stabilito o accettato di far nostri tali obiettivi e ad aver deliberato e compiuto l'azione ad essi conforme o difforme. Nessuna legge può davvero essere al servizio dell'uomo e valorizzare la sua umanità se non viene dall'uomo stesso che la mette in pratica.

Che altro dobbiamo ipotizzare se tu stesso affermi: «Leggi negoziate e mediate nella società, non bastano perché siano sempre umane … la mediazione non garantisce il servizio degli uomini. La democrazia, lo spirito del tempo, il dibattito culturale, possono sbagliare. Nulla garantisce che si decida per il servizio degli uomini. Nessuna autorità, per sacra e illuminata che sia».

Ecco perché ho sviluppato il mio pensiero a partire dalla conclusione kantiana che si danno moralità, diritti, doveri e giustizia, santità o peccato solo se si dà un'etica autonoma, fondata sulla libertà e sulla responsabilità di chi ne è attore in prima persona. Ed ecco perché, giudico “criticamente” corretto considerare i “principi assoluti” del fondatore dell'etica laica più, che come regole morali innate, come criteri regolativi formali dello storico esercizio legislativo operato dagli uomini nella storia del loro, ondivago, sviluppo economico, sociale e culturale. Cioè non un patrimonio costitutivo dell'uomo come essenza o sostanza, che inalterato lo accompagna dall'origine alla fine, ma come un eredità importante ma fragile come tutta la sua vita di cui comunque e sempre è liberamente erede e responsabile, tanto del suo accrescimento quanto della sua dispersione, non da solo ma sempre con altri.

 

(continuerà)

 

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