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TUTTA COLPA DELL’UOMO

 

Andando finalmente oltre il creazionismo, possiamo però avere un evoluzionismo mitigato col Dio pantocrator, il sommo reggitore che avvolge tutti gli avvenimenti dell’evoluzione nel cerchio di una rigida pre-determinazione, presiedendo al corso degli eventi nella direzione di un compimento precostituito. Ma se il Dio supervisore ha tutto sotto controllo, vale la stessa obiezione portata nei confronti del creazionismo: certe predisposizioni negative (che hanno portato l’uomo al male morale) non le poteva evitare?

Non cambia molto con la dottrina romana che sembra andare per la maggiore: essa accetta un evoluzionismo che si è fatto da solo, ma prescrive in via eccezionale un intervento diretto di Dio per la creazione dell’anima umana. Allora come mai quest’anima immacolata (buona, molto buona, assolutamente non contaminata perché di provenienza esclusivamente divina) non è riuscita e non riesce a frenare in maniera significativa (molto di più di quanto non sia avvenuto nella storia) certe tendenze, istinti, predisposizioni vuoi innate vuoi apprese?

 

Divinità onnisciente?

In un quadro evolutivo non creazionista, sempre relativamente solo al male morale, le cose si presentano in modo diverso a seconda che si sostenga o meno l’onniscienza divina, meglio se Dio abbia o meno la chiaroveggenza del futuro. Nel primo caso avremmo un Dio posto agli inizi di fronte ad una tremenda alternativa: dare origine all’universo sapendo in maniera certa che avrà luogo Auschwitz (con questo nome/evento intendiamo riassumere tutte le malvagità e atrocità morali della storia) oppure No. Si può obiettare che allora non avrebbe dovuto creare il mondo perché, come è stato detto, il dolore atroce di un bambino vanifica tutte le bellezze del creato e il fiorire della vita umana; tanto da rispedire, come Ivan Karamazov, il biglietto al mittente: cioè il non-essere sarebbe stato meglio dell’essere con Auschwitz. Si può tentare di controbattere, anche se con estrema difficoltà, sostenendo che l’essere (pur con Auschwitz) sia meglio del vuoto nulla; ma non vale la pena soffermarci più di tanto su quest’eventualità, perché piena di aporie e contraddizioni logiche.

Infatti, che grado di realtà e certezza può avere il futuro della storia con tutte le sue Auschwitz, se Dio è ancora in tempo per scegliere l’alternativa opposta del non-essere (od al limite un universo, una natura ed un tipo di vita completamente diverso, sempre che ciò sia possibile)? Oppure, se tale futuro è già dato (come un libro già scritto o un film già girato), che libertà ha Dio di scegliere (la stessa cosa varrebbe anche delle scelte umane)? È l’aporia di presupporre il futuro come già dato, quindi in qualche modo già reale! Possiamo anche accogliere in parte la provocazione di Einstein, secondo cui la differenza tra passato, presente e futuro è un’illusione, anche se ostinata…; meglio, ciò che è spazialmente molto distante e ciò che è temporalmente remoto hanno lo stesso statuto ontologico: vale a dire, come quel che è lontano nello spazio comunque già esiste (anche se non ne ho ancora alcuna informazione), così già esiste anche ciò che è più o meno lontano nel tempo. La cosa è sicuramente valida per il passato, come quando guardiamo il cielo stellato. Ma mi sembra altamente problematico considerare il futuro come una stella lontana (la quale quindi già esiste nelle sue caratteristiche definite, ed è questo l’inghippo) che vedrò, che ci verrà incontro solo fra mesi, decine, centinaia o migliaia di anni. Sembra più logico ritenere che il futuro non esista ancora e non sia ancora reale, o che in ogni caso non abbia lo stesso grado di realtà del passato/presente.

 

14 miliardi di anni dopo

E comunque il futuro non è conoscibile e predicibile (che significherebbe dire/sapere quando, dove e come avrà luogo un avvenimento od una serie di eventi concatenati con la miglior precisione possibile quanto ai dettagli), neppure da parte della divinità, che è pur sempre un essere sommamente intelligente; può avere aspetti di debolezza, impotenza e kenosis, ma non è cieco e deficiente! Ma proprio un tale essere, non onnisciente e senza la chiaroveggenza del futuro, è perfettamente in grado di prevedere alcune transizioni fondamentali, ma con le modalità di previsione che tutto sommato usiamo anche noi. Dio ha scelto di affidarsi all’avventura dello spazio e del tempo aprendo ontologicamente tutto il possibile ed i suoi spazi potenziali di sviluppo: questa appunto non è una scelta fatta in base alla previsione (certa e onnisciente) dei suoi effetti; è una libera assunzione di un rischio totale, lasciando appunto essere il possibile come possibile, lasciando essere l’ente per quello che è. Se questo è un giocare a dadi (accusa classica), allora Dio ha giocato anche a dadi (Teodicea / 9, il foglio n. 296, novembre 2002), soprattutto nell’evoluzione fisico-chimica dei primordi, ma non tanto nell’evoluzione darwiniana dell’ultimo mezzo miliardo di anni (cfr. il nostro inserto sull’evoluzionismo nel n. 333, giu-lug. 2006). Perciò quando diciamo che Dio ha creato il mondo (o anche semplicemente che Dio c’è o esiste) non diciamo che le cose sono in ultima analisi come Lui le ha o le avrebbe volute: anzi il male morale non doveva proprio essere.

Sulla prevedibilità si annidano spesso errori e confusioni: la prima è pensare di poter predire il futuro sulla base delle leggi semplici, reversibili, deterministiche della meccanica: come ad es. il movimento dei pianeti, che è tuttavia predicibile con certezza solo sui tempi brevi (dell’ordine di migliaia di anni), ma non sui tempi lunghi dei milioni e dei miliardi di anni che ci separano dall’origine del sistema solare, e più ancora dal big-bang. Ponendosi all’inizio, è impossibile (anche per l’essere divino sommamente intelligente) predire quanto avverrà 14 miliardi di anni dopo. Si può prevedere solo ciò che tipicamente potrà accadere, non ciò che inevitabilmente accadrà (questo solo su tempi brevissimi). Esiste un grado più o meno alto di probabilità; e si tratta, secondo la meccanica quantistica, di probabilità primarie, insite nella natura e non solo nel nostro modo di conoscerla; sono campi di probabilità, cataloghi di aspettazione (come ha scritto il fisico Wolfang Pauli). Quelle di Darwin sono spiegazioni di ciò che tipicamente e/o probabilmente accade o accadrà.

La seconda mistificazione consiste nel citare a sproposito la legge dei grandi numeri: essa dice, come nel caso della moneta, che su 100/1000/10.000 lanci la probabilità di avere testa o croce si suddivide al 50%; ma non precisa per nulla la sequenza precisa e reale dei singoli lanci. Ricordiamo che, anche solo su tre lanci, le possibili sequenze (T-T-T, C-C-C, T-C-T ecc.) sono già otto (due elevato alla terza). In riferimento alle cifre citate sopra, che riflettono meglio il numero grandissimo degli eventi succedutisi sia nell’universo che sulla terra, le possibili sequenze diverse sono due elevato rispettivamente alla 100/1000/10.000: un numero sterminato. Già la semplice sequenza binaria Testa-Croce (ad es. bruciare dei pezzi di carta e poi bagnarli) può essere molto diversa dalla successione inversa Croce-Testa (è diverso bagnare dei pezzi di carta e poi tentare di appiccarvi il fuoco). Per dirla con le parole del fisico che ha scoperto il neutrino e formulato il principio di esclusione (il Pauli Verbot) relativo alle orbite elettroniche attorno al nucleo, Dio aveva davanti come dei cataloghi di aspettazione.

 

Il potere divino apre gli spazi del possibile

Come già più volte ribadito, concepiamo la creazione come il dono dello spazio-tempo sempre più informatizzabile: questa è l’ontologia primaria/primitiva da noi proposta. In tale scenario, per dirla con padre Coyne, l’ex direttore dell’osservatorio vaticano, Dio sperava e pensava che la vita sarebbe nata (soprattutto quella intelligente e personale); allo stesso modo possiamo dire che sperava e pensava che il male morale sarebbe stato evitato, o perlomeno vinto e superato. Abbiamo perciò il rischio radicale di un sistema totalmente libero sin dagli inizi, con una libertà incondizionata che nell’uomo diverrà libertà per il bene e per il male; col relativo istinto “naturale” sia per l’uno che per l’altro, derivante da un’evoluzione non pilotata.

Muovendoci nella scia di Heidegger, il possibile per essere libero deve essere lasciato essere: il lasciar essere è più originario della nozione di possibilità. Occorre liberare l’essere nelle sue potenzialità ed aprirne gli spazi incommensurabili; l’essere è le sue possibilità, esso può, è capace; «più in alto della realtà si trova la possibilità» (la famosa frase contenuta nell’ampia introduzione di Essere e Tempo, Utet 1986, a cura di P. Chiodi, p. 100). Dio, come essere creatore e creativo, rilascia e affida l’essere/tempo alla sua consistenza propria, alla sua autonomia ed autodeterminazione, ai suoi liberi spazi di sviluppo. Da un lato abbiamo quindi, da parte di Dio, l’apertura ontologica di tutto il possibile, quindi anche la possibilità del male; ma dall’altro, da parte dell’uomo, la causazione ontica del male morale. La causazione ontica ( cioè dell’esistere effettivo) del male è opera dell’ente-uomo, che però ha anche la possibilità inversa: quella di impedire, togliere, eliminare, superare l'esistenza effettiva del male.

Rimane certo per Dio un peso da portare, quello di avere rischiosamente aperto la possibilità della deflagrazione del male (che però non doveva essere); si tratta in ogni caso di una responsabilità molto ridotta, non certamente della principale (che è tutta e interamente dalla parte dell’uomo). Si può quindi davvero mettere il basto del male morale più sulle spalle della creatura che su quelle del creatore; l’uomo, non Dio, è colui che per primo deve essere chiamato in causa per la persistenza del male nella storia, soprattutto perché non ha saputo resistere all’istinto “naturale” verso il male, non riuscendo a trovare alternative per la propria difesa e salvaguardia. Il male morale è veramente un male aggiunto dall’uomo senza giustificazione. Dio quindi non ha responsabilità/colpe o simili per il male morale; ciò non significa che sia insensibile, anzi si prende cura e a cuore la sua creatura, arrivando cristologicamente a condividerne e ad assumerne su di sé le sofferenze, identificandosi in tutti i crocefissi-vittime della storia (è là, ad Auschwitz, appeso alla forca in quel bambino).

«Prendersi a cuore una “cosa” o una “persona” nella sua essenza vuol dire amarla, volerle bene. Pensato in modo più originario, questo volere bene significa donare l’essenza. Questo volere bene (Mögen) è l’essenza autentica del potere (Vermögen) che può non solo fare questa o quella cosa, ma anche lasciar essere presente (wesen) qualcosa nella sua provenienza, cioè far essere. È il potere del voler bene ciò “in forza di” cui qualcosa può essere. Questo potere è il “possibile” autentico (das eigentlich “Mögliche”), quello la cui essenza sta nel volere bene» (M. Heidegger, Lettera sull’umanismo, Adelphi 1995, 35-36). Heidegger prosegue parlando dell’essere, che noi arditamente attribuiamo al creatore: Dio, come colui che vuole bene e che può (der Vermögend-Mögende) è la possibilità possibilitante nel suo aprire spazi; è la tacita forza del potere che vuole bene, cioè del possibile dischiuso nelle sue radure.

Mauro Pedrazzoli

(continua)

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