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Come l'annuncio diventa Scrittura

 

Nei pochi mesi (Sinottici) o anni (Giovanni) in cui Gesù ha percorso le terre della Palestina, finendo crocefisso fuori le mura in prossimità dell'immondezzaio di Gerusalemme, non risulta abbia scritto una parola e che di lui altri abbiano fissato memoria su rotoli o pergamene. Solo si ha notizia di un cartiglio con le motivazione della condanna, inchiodata anch'essa al legno del patibolo. Né abbiamo documentazione di testi che di lui ci parlino, prima della metà del I secolo, allorché vedono la luce le prime lettere di Paolo. Dal Vangelo di Luca e dagli Atti ricaviamo che, per un tempo breve, ma significativo, nessuno dei suoi ha avuto la forza e il coraggio di parlare di lui pubblicamente, fino almeno all'affermarsi della fede nella sua resurrezione, confermata dalla discesa dello Spirito. Se poi vogliamo parlare di scritti che illustrano la sua vita e il suo messaggio in forma di vangelo, dobbiamo attendere gli anni 60-70 del I secolo e l'inizio del II.

Il che ci dice che tutto ciò che di Gesù ci parla non è solo frutto dell'esperienza diretta di coloro che, avendone condiviso la vita pubblica, ne hanno dato testimonianza orale. Ma è frutto di questa testimonianza, interpretata alla luce della fede nella resurrezione di questi testimoni e di coloro che, avendola fatta propria e ulteriormente elaborata, hanno ritenuto doveroso metterla per scritto, così che l'insegnamento di Gesù e la fede dei discepoli nella sua cristicità attraversassero i secoli, per diventare la base dell'evangelizzazione di tutte le genti.

 

Un Gesù Nazareno, molti Cristo di Dio

Dopo aver ricordato l'incisiva affermazione di L. Cerfaux: «Il cristianesimo è nato due volte», Romano Penna scrive: «La cristologia ha due inizi: uno è fornito dall'azione e dalle predicazione di Gesù in Galilea; l'altro è dato dalla gloriosa resurrezione di Gesù» e l'uno non può stare senza l'altro (I ritratti originari di Gesù, Roma, vol. I, p. 27). Precisazione preziosa da tenere presente insieme alla notazione che, se l'esperienza della partecipazione attiva alle vicende terrene di Gesù rende possibile la maturazione di fede espressa con la testimonianza della sua Resurrezione, è proprio quest'ultima a riverberare la propria carica teologica sulla rivisitazione narrativa dei detti e dei fatti di Gesù, orientandola cristologicamente.

Senza la proclamazione, esistenzialmente fondata, dell'annuncio del “Crocefisso innalzato al cielo”, “glorificato da Dio”, “restituito alla vita coi suoi”, “risorto dai morti” non avremmo oggi la possibilità di inseguire un inafferrabile Gesù storico, in quanto non avremmo neppure un Gesù della fede, da mettere “sotto il torchio”. Questo mentre ne abbiamo anche più di quattro, uno per ciascun autore di scritti neotestamentari, che, sulla base della propria esperienza di fede nel Risorto, tenta di presentarci un'identità cristologica del Nazareno. Un'identità che, nonostante esegeti di provata esperienza e di sicura competenza ritengano di poter ricondurre ad una riconoscibile autocoscienza storica di Gesù, ben difficilmente potremo dimostrare egli avrebbe fatto interamente propria. Questo perché non si tratta di un'identità schizzata dal vivo, bensì ricostruita a mosaico sulla base di testimonianze non sempre univoche e di orientamenti teologici non sovrapponibili. Tanto che possiamo serenamente ripetere con Penna che «I ritratti originali di Gesù il Cristo sono tanti quanti sono gli autori che di lui si sono interessati fin dalle prime generazioni cristiane» (vol. II, p.525).

Il che ci fa capire che ogni tentativo di trarre da loro una complessa, ma unitaria, cristologia, potenzialmente traducibile in dogma, è possibile solo a spese della pluralità delle esperienze e delle professioni comunitarie di fede, documentate e legittimate dal Canone.

Penna lo ribadisce nelle ultime pagine del suo prezioso lavoro, dove conclude: «Il Nuovo Testamento ci propone di non eliminare, anzi di mantenere ben salda la molteplice possibilità di definire Gesù» (p. 540). E dice questo dopo aver citato un romanziere come Pomilio e un filosofo come Pareyson che rispettivamente affermano: «Gesù ha parlato e si è manifestato, ma non si è definito ... Ha lasciato a noi il compito di farlo … Gli evangelisti non chiudono, aprono il discorso su Gesù. La gamma di ipotesi che nel loro insieme ci presentano … è il punto di partenza, la piattaforma della nostra libertà» (Il quinto evangelio) − «L'unica conoscenza adeguata della verità è l'interpretazione … È infatti l'interpretazione che mantiene nella sua unicità la verità nel momento stesso in cui ne moltiplica senza fine le formulazioni» (Verità e interpretazione).

“Il vangelo” nasce, dunque, come proclamazione della cristicità di Gesù, suffragata dal rimando petrino e paolino alle testimonianze di fede sulla sua “resurrezione” (Atti 2, 14 – 36; I Cor 15, 3 – 9). Solo in seguito diventa narrazione della vita rivelatrice e della morte del Nazareno. Ne consegue che quanto differenzia il ritratto paolino di Gesù Cristo da quelli di Marco, di Matteo, di Luca e di Giovanni, e ciascuno di questi ultimi dagli altri, è frutto, in primo luogo, delle differenze che caratterizzano le loro diverse narrazione dell'evento resurrezione. È nell'ottica teologica sottesa a tali narrazioni che ogni vangelo reinterpreta, infatti, il materiale che sulla vita e sul messaggio di Gesù ha ricevuto dalla tradizione.

 

Dalla cristologia profetica di Paolo alla cristologia testimoniale di Luca

Ora la I Tessalonicesi di Paolo risulta essere il più antico tra i testi (50-55 a. C.) che ci documentano l'uso di “vangelo” per indicare il cuore della propria predicazione e della propria proclamazione di fede nel Cristo (1, 5; 2, 3; 3, 2). Ma Paolo, benché sia l'unico autore del Nuovo Testamento che può darci diretta informazione sull'evento che gli ha fatto conoscere il Cristo, il Gesù storico non lo ha mai incontrato e di lui sa solo quanto ha sentito dire dai suoi detrattori e dai suoi zelatori. La sua apostolicità non può fondarsi, come quella dei Dodici, sulla comune esperienza di sequela diretta di Gesù, dalla Galilea alla croce e dalla croce alla resurrezione (Atti, 1, 22-23). Deve fondarsi altrove. Infatti egli stesso la legittima rivendicando un incontro personale col Cristo, posto in calce ad una lista, già nota, di apparizioni a discepoli e seguaci, (I Cor 15, 3-9), ma non può, per evidenti ragioni, presentarla come ad esse assimilabile.

Certo, dopo aver preso in esame i passi in cui Paolo ribadisce il suo incontro col Cristo, compreso 1 Cor 1, 9 : «Bisogna riconoscere che egli rimanda a fatti storici … che riguardano la realtà di questa esperienza, riletta in un contesto di fede» (R. Fabris, pp. 790-791). Ma si deve anche ammettere che il linguaggio, da lui usato per comunicarla, evitando di collocarla nello spazio e nel tempo, di fornirle una pur minima traccia di rappresentabilità, non offre appiglio alcuno per darle realtà più che mistico-teologica. Paolo stesso, poi, nega si possa far derivare la sua cristologia da qualsivoglia testimonianza apostolica sul Nazareno: « … Il vangelo da me annunziato non l'ho ricevuto né imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo … quando Colui, che mi scelse fin dal seno di mia madre, mi chiamò con la sua grazie e si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, e subito, senza consultare nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia…» Gal 1, 11-17).

Sembra quasi che egli voglia indurci a cercare le radici della sua cristologia non in una gesuologia di seconda mano, ma nei propri travagli teologici ed esistenziali di persecutore e di neo-convertito, tutto teso a conciliare la visione ebraica della potenza salvifica di Dio con la testimonianza di fede di quanti riconoscono nell'esperienza chenotica di un possibile Messia divino, la definitiva rivelazione di JHWH.

Diverso, ma non meno refrattario al tentativo di garantirne la storicizzabilità, è l'esito del ripetuto sforzo, fatto vent'anni dopo da Luca, per dare rappresentabilità all'evento della conversione-visione di Paolo (Atti, 9, 1-9; 22, 6-21; 26, 12-23). Egli fa propri gli essenziali cenni di Paolo a questa sua esperienza. La ridisegna, collocandola nello spazio e nel tempo e colorandola coi colori e i suoni delle antiche teofanie. Sostituisce a Dio, come agente rivelatore, un Gesù Signore che si presenta identificandosi con la Chiesa da lui perseguitata (9, 4).

Dove Paolo, con decisa perentorietà di profeta, rende pubblica la sua esperienza interiore, folgorante ed escatologicamente orientata, Luca la esteriorizza e la inserisce nella sua storia della nascita della Chiesa, adeguando al vissuto di Paolo gli schemi già utilizzati per mettere in scena le apparizione ai discepoli del Crocefisso. La suddivide in fatti concatenati, le offre una platea di spettatori, segni tangibili di sovrannaturalità, “attori spalla” (Anania) che la costringono ad ancorarsi alla cristologia gesuana delle comunità di Damasco e di Gerusalemme.

Dalle prime lettere di Paolo, che ci offrono la più antica testimonianza scritta della fede nella natura teofanica di Gesù crocefisso, alla post-evangelica narrazione lucana degli inizi della predicazione sulla compiuta messianicità del Nazareno, morto e risorto, Gesù è soggetto e oggetto di evangelizzazione. Lo è in quanto morto come il “Servo di Dio”, annunciato da Isaia, e risorto a divino riconoscimento della sua cristicità.

Gesù diventa personaggio chiave della Bibbia cristiana, passa dalla memoria orale a quella scritta come l'inscindibile binomio “Gesù Cristo”. Binomio in cui Gesù, come figura storica, è tendenzialmente uno, ma come figura teologica diventa molteplice sulla base delle diverse ricostruzioni e interpretazioni dei testimoni che ne fanno “l'esegeta di Dio, “l'Emmanuele”.

Aldo Bodrato

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