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 426 - LA DIDACHÈ

 

UN VANGELO PREPASQUALE?

 

La Didachè o Dottrina dei dodici Apostoli è un testo cristiano probabilmente contemporaneo a molti testi del Nuovo Testamento. Uno scritto cristiano in cui, sorprendentemente, non si nomina il Cristo, non si parla della crocifissione e della risurrezione di Gesù, chiamato semplicemente «servo di Dio».

Gli studiosi ne erano a conoscenza grazie a citazioni contenute in altri scritti, anche in latino, ma il testo era considerato perduto. Il manoscritto in greco venne riscoperto dal vescovo greco ortodosso Bryennos nel 1873.

Secondo la critica più recente, la Didachè sarebbe l'opera di un unico autore che ha riunito fonti di origine differente per costituire un manuale catechetico, liturgico e disciplinare destinato alle prime comunità cristiane, specialmente a quelle dell'Oriente siriaco, e risalirebbe alla seconda metà del I secolo. Essa sembra non dipendere dalla lettera dei vangeli a noi pervenuti, anche se risulta vicina al vangelo di Matteo, anzi alla cosiddetta fonte Q, ovvero la raccolta di detti del Signore che ha costituito una delle fonti di Matteo (e, parallelamente, di Luca).

Nella dialettica in cui il cristianesimo antiocheno risulta essere al centro di controversie che hanno come perno l'osservanza della legge mosaica, lo scritto sembra rappresentare l'ala giudaizzante e antipaolina, anche se alcuni studiosi la definiscono apaolina più che antipaolina.

I commenti che seguono sono in gran parte tratti da Giuseppe Visonà, Didachè, insegnamento degli Apostoli, Introduzione, testo, traduzione e note, Paoline 2000.

 

All'inizio, una proposta sconvolgente

«Ci sono due vie, una della vita e una della morte». Così inizia la Didachè. L'esortazione alla via della vita è preceduta dall'enunciazione «Amerai Dio... Amerai il prossimo» e dalla regola aurea: «Tutto ciò che vorresti non fatto a te, anche tu non farlo agli altri». Entrambe le sentenze sono contenute nei vangeli. La prima è attestata anche da fonti giudaiche, anche senza l'accostamento a Dt. 6,5 e a Lv. 19,8. Possiamo trovare formulazioni della regola aurea anche in tradizioni di altre correnti di pensiero.

Ma il lettore viene colto di sorpresa quando, immediatamente dopo, a titolo di esempio programmatico, troviamo alcuni aspetti particolarmente significativi del radicalismo evangelico. «Benedite coloro che vi maledicono... Che merito avete, infatti, se amate coloro che vi amano? Non fanno lo stesso anche i pagani? Voi, piuttosto, vogliate bene a coloro che vi odiano e non avrete nemico» (Did. 1,3); e in seguito: «Guardati dal seguire gli impulsi carnali e corporali. Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, porgigli anche l'altra e sarai perfetto; se uno ti costringe a fare un miglio, tu va' con lui per due; se uno ti prende il mantello, dagli anche la tunica; se uno prende ciò che è tuo, non richiederlo indietro, perché non ti è consentito...» (Did. 1, 4-5).

A proposito ancora del diritto di proprietà, leggiamo in Did. 4,8: «Non respingerai chi è nel bisogno. Avrai ogni cosa in comune con tuo fratello e non dirai che è tua. Se, infatti, siete accomunati in ciò che è immortale, quanto più non dovete esserlo per le cose che periscono?». Abbiamo quasi una ripetizione di Atti 2,44 e 4,32.

 

Didachè 1 e Matteo 5: stessa fonte?

È stimolante analizzare le differenze tra la versione Didachè e i testi corrispondenti di Matteo e Luca. A proposito dell'amore verso i nemici, i sinottici usano il verbo agapate (amate), Didachè invece usa phileite (vogliate bene, comportatevi amorevolmente). Origene, commentando le Lamentazioni di Geremia, dice: «agapan è più divino e spirituale, philein più umano e corporale». Ci deve essere differenza tra unione spirituale tra fratelli e benevolenza verso i nemici.

Una simile differenza si può notare nella comunione dei beni, che sembra dovere essere praticata solo tra ”fratelli”. Ma il precetto «A chiunque chiede, dà... Non respingerai chi è nel bisogno» non fa distinzioni tra chi è credente e chi non lo è.

Il didachista conclude il versetto sui nemici con la locuzione «e non avrete nemico». C'è la speranza che l'atteggiamento benevolo finirà per mandare a vuoto l'ostilità dell'avversario. È un programma più “mondano” rispetto alla promessa dei sinottici: «Amate i vostri nemici... e sarete figli dell'Altissimo» (Lc. 6,35; Mt. 5, 45).

A proposito della «non resistenza al malvagio» il didachista precisa «e sarai perfetto... perché non puoi, non ti è consentito». L'etica di porgere l'altra guancia appare forse contraria alla natura e colloca colui che la pratica in una dimensione di perfetta virtù. E chi sceglie di appartenere al Regno di Dio non può considerare sua proprietà i beni di quaggiù, non può richiedere indietro i beni che gli sono sottratti. La Didachè (1,5-6) rivolge anche un macarismo a chi dà e, sorprendentemente, un ammonimento, quasi una minaccia, a chi riceve. «Beato colui che dà... Ma chi riceve, stia bene attento (ouai) perché se riceve per bisogno non avrà colpa, ma se non ha bisogno dovrà rendere ragione del perché e a quale scopo l'avrà ricevuto». Ma anche chi dà viene ammonito: «E' stato detto: “Sudi l'elemosina nella tua mano fino a che tu non sappia bene a chi la dai”». Probabilmente si tratta di una traduzione di Siracide 12,1: «Se fai del bene, sappi a chi lo fai».

Si direbbe perciò che abbia un certo fondamento la seguente ipotesi: «Per nessuno dei detti provenienti dalla tradizione su Gesù si può dimostrare la dipendenza da Matteo e Luca. Ci situiamo in una fase della tradizione su Gesù ancora fluida e “manipolabile”, non ancora fissata in forme letterarie più rigorosamente normative».

 

Una cosiddetta eucaristia

«Riguardo all'eucaristia, rendete grazie così. Prima sul calice: “Noi ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la santa vite di Davide, tuo servo, che ci hai fatto conoscere per mezzo di Gesù, tuo servo. A te la gloria nei secoli”. Sul pane spezzato: “Noi ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la vita e la conoscenza che ci hai fatto conoscere per mezzo di Gesù, tuo servo. A te la gloria nei secoli”».

Tutto qua? Questa “eucaristia” non fa riferimento alcuno alla passione e alla morte di Cristo. Manca ogni rinvio alla cornice storica che, su questo caso, è divenuta l'atto fondante della celebrazione eucaristica, ovvero l'ultima cena di Gesù con le parole dell'istituzione: «Questo è il mio corpo... Questo è il mio sangue...». Già Paolo, in I Cor. 11,20, tratteggia un'eucaristia come «Cena del Signore», centrata sul memoriale dell'ultima cena (11, 23-25) e sulle parole dell'istituzione: in definitiva, fondata sull'ordine di Gesù stesso: «Fate questo in memoria di me», donde l'eucaristia come un «annunciare la morte del Signore, finché egli venga». Di questo non v'è traccia nella Didachè!

Paolo aveva già parlato del calice e del pane in ICor. 10, 16-17: «Il calice della benedizione che noi benediciamo... il pane che noi spezziamo...». Sembra che i due brani di I Corinzi abbiano referenti diversi: nel primo caso è l'ultima cena di Gesù, portata da Paolo come modello, nel secondo caso è la cena attuale della comunità cristiana. È possibile che Paolo abbia conosciuto le preghiere della Didachè? E' possibile che il rendimento di grazie della Didachè rappresenti una situazione anteriore a I Corinzi?

Per le tematiche fin qui considerate è essenziale riconoscere il doppio registro di un forte e diretto radicamento nella tradizione giudaica che solo consente di dare senso e significato alle immagini, da un lato; dall'altro di salto qualitativo che si esprime nella clausola per quattro volte ripetuta: «Per mezzo di Gesù, tuo servo».

 

La chiesa dei profeti

In questa eucaristia, il rito non è rigido, anzi ai profeti è lasciata piena libertà di celebrarlo secondo la loro ispirazione: «Ai profeti, tuttavia, lasciate che rendano grazie come vogliono» (Did, 10,7).

Infatti il ruolo dei profeti (dei veri profeti!) nella chiesa è essenziale e indiscusso: «Essi sono i vostri sommi sacerdoti» (Did. 13,3). «Non mettete alla prova né giudicherete nessun profeta che parli in spirito, perché qualunque peccato verrà perdonato ma questo peccato non verrà perdonato. Tuttavia, non chiunque parla in maniera ispirata è un profeta, ma solo se si comporta come il Signore. Dal comportamento dunque, si riconoscerà il falso dal vero profeta».

La comunità deve perciò vigilare ed esercitare un severo controllo nei confronti degli apostoli (missionari itineranti) e dei profeti, soprattutto per quanto riguarda la povertà: «Ogni apostolo che giunge presso di voi sia accolto come il Signore. Non si tratterrà se non un solo giorno e, se ve ne fosse bisogno, un secondo, ma se si ferma tre giorni è un falso profeta. Partendosene, l'apostolo non prenda con sé se non il pane sufficiente per arrivare alla sosta successiva. Se invece chiede del denaro, è un falso profeta... Se uno dice sotto ispirazione: dammi del denaro o qualche altra cosa, non ascoltatelo. Ma se chiede che venga dato per altri che sono nel bisogno, nessuno lo giudichi».

Oltre a profeti, apostoli e maestri, abbiamo anche vescovi e diaconi: «Eleggetevi, dunque, vescovi e diaconi degni del Signore, uomini miti, non attaccati al denaro, veritieri e provati. Essi infatti svolgono per voi lo stesso ministero dei profeti e dei maestri. Perciò non disprezzateli, perché sono quelli tra voi che condividono l'onore dei profeti e dei maestri» (Did. 15, 1,2). Al momento della stesura della Didachè, l'istituto dei vescovi e diaconi era già in uso. Ma il didachista si sente in dovere di fornire loro il suo appoggio («non disprezzateli») in un contesto che sottintende un paragone sfavorevole rispetto ai profeti. Vescovi e diaconi sono eletti dalla comunità per svolgere lo stesso ministero dei profeti. La comunità ha le sue guide spirituali nei profeti ma si gestisce ordinariamente attraverso l'ufficio dei vescovi e dei diaconi, scelti tra i suoi membri. C'è una discriminante tra vescovi e diaconi (che si chiede di non disprezzare) e il ruolo e il prestigio dei carismatici che operano a tempo pieno nell'annuncio profetico e didattico.

La chiesa del didachista sembra si trovasse in una fase di transizione tra una chiesa profetica e una chiesa istituzionale. Forse, anche ora, siamo in una fase di transizione. Ma, si spera, in senso opposto.

Dario Oitana

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