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La "resurrezione" è importante?

 

Anche questo articolo è un commento del testo di Lenaers Il sogno di Nabucodonosor (vedi il foglio 465): intende proseguire la critica serrata nei confronti di una visione "medievale" che pretende di collocare il nostro mondo come dipendente da un altro mondo "soprannaturale", governato da un Sovrano assoluto, il Dio-nel-cielo.

Saranno affrontati temi cruciali come la Resurrezione di Cristo, vista come il fondamento della Fede cristiana e la credenza in un Aldilà, nostra destinazione dopo la morte. I numeri tra parentesi indicano la pagina del testo di Lenaers da cui è tratta la citazione.

 

Il Risorto fu «visto»?

«Per esprimere la "Buona Novella" che l'esecuzione del loro Messia non fu affatto la sconfitta finale, ma al contrario il suo reale e vittorioso avvento e la nascita di un nuovo mondo, i cristiani del primo secolo non poterono far altro che usare la struttura della propria visione del mondo, che non è più la nostra. Il linguaggio che fu autentico nel passato e che fu in grado di aprire gli occhi alla luce nascosta nell'oscurità della morte di Gesù, non convince più al giorno d'oggi» (190). È difficile accettare la fisicità della resurrezione di Gesù. Contro ogni legge fisica, «qualcuno che ha sanguinato fino a morire apparirebbe in buona salute tra i suoi seguaci dopo due giorni, e poi sarebbe in grado di scomparire come era arrivato?» (198).

Ma che cosa ci dice la Scrittura? «In ICor 15, il più antico resoconto delle apparizioni di Gesù risorto, Paolo dice solo che Gesù “fu visto”. Egli non distingue tra le apparizioni di Gesù ai discepoli e l'apparizione a lui stesso, molto più tardi. Ma egli vide solamente una luce e udì una voce. Questo relativizza il "vedere" delle altre apparizioni. Nei Vangeli, scritti vari anni dopo le lettere di Paolo, la testimonianza originale che Gesù "fu visto" si arricchirà di nuovi dettagli, si amplierà con racconti simbolici» (206) e si tramanderà attraverso i secoli. Tuttavia la fede nel Cristo risorto «non avrebbe goduto di una vita tanto lunga se il lettore o l'ascoltatore non avesse personalmente sperimentato qualcosa della realtà della buona novella che essa proclama. Le apparizioni ai discepoli sono stati momenti centrali di questa esperienza. Ma si è fatta sentire anche in altri e più comuni modi: in esperienze di pace, luce, speranza, letizia, coraggio e trasformazione come risultato nel credere in Gesù vivente» (211). Credere «in» Gesù vivente non è questione di cervello ma di cuore, è «disposizione esistenziale di fiducia e di impegno, è qualcosa che arde e cambia la nostra vita» (187).

Ma occorre anche analizzare più a fondo il fenomeno delle "apparizioni". «Anche in questi ultimi secoli, nell'ambiente cattolico, molti fedeli, specialmente bambini, hanno dichiarato che Maria è apparsa loro. In alcuni casi è inverosimile che i piccoli veggenti abbiano inventato. Devono avere "visto qualcosa". Le virgolette esprimono riserva. Perché? Quando vediamo qualcosa, si verifica una reazione che stimola il nervo ottico. Ma se tale reazione avviene nella retina, dovrebbe avvenire anche su pellicola. A Medjugorje, per esempio, nessun fotografo ha mai visto apparire qualcosa sulla sua lastra. Eppure quei bambini hanno visto qualcosa. Qualcuno può sperimentare qualcosa interiormente con tale intensità da pensare di averlo sperimentato esternamente. È plausibile che questi veggenti abbiano avuto un'intensa esperienza di trascendenza. Tornando alle apparizioni dei Vangeli, dopo la morte di Gesù i discepoli caddero in uno stato di profondo panico e perdita di speranza. Ma dopo un po' essi ebbero un'eccezionale esperienza di trascendenza: la travolgente consapevolezza che Gesù era "vivo", nonostante la sua penosa fine. La sua morte non era la fine insensata delle loro aspettative. Piuttosto il contrario, e ciò che poteva essere letto nella Scrittura era accaduto a Gesù: che Dio è il Dio dei viventi, che è fedele a chiunque si rivolge a lui, specialmente alla persona giusta e perseguitata. Non si è trattato quindi di un processo intellettuale ma di un'intensa esperienza di Gesù come vivente, così intensa che si è proiettata verso l'esterno e ha preso una forma visibile e udibile nelle sembianze del Gesù che essi veneravano» (203-205).

 

Vita eterna, occasionalmente

«Non c'è nessun altro caso in cui la scomparsa della dottrina tradizionale comporti così tanti problemi e produca così tanta resistenza. "Cosa accade all'essere umano che muore?". La dottrina tradizionale pensa di saperlo perché possiede un'antica mappa, piamente conservata, dell'aldilà, di questo paese inesplorato, mappa disegnata da persone che non vi hanno mai messo piede. Hanno dedotto tale credenza dalla Scrittura, convinti che il suo linguaggio sia un linguaggio eterno, infallibile e descrittivo» (212).

Qui occorre porre una fondamentale osservazione. «Dovremmo liberarci dall'idea che sia estremamente importante per il nostro piccolo ego sopravvivere alla morte. Ci sono altre cose che sono più importanti che rimanere vivi ed essere felici per sempre. Come la realizzazione del sogno di Dio di una umanità che sia una comunità mondiale di persone, liberata da miserie, calamità e mali. Se potessimo comperare questo futuro al costo di scomparire per sempre, non sarebbe il caso di dire di sì? Questo prova che almeno una cosa è più importante del sopravvivere per sempre: vale a dire "il regno di Dio" che coincide col benessere dell'umanità. La nostra prima preoccupazione dovrebbe essere quella di cercare e adempiere la volontà di Dio, con o senza la prospettiva di una vita eterna. Dobbiamo perciò essere pronti a vivere senza vita dopo la nostra morte e a lasciar perdere tante aspettative e pretese al riguardo. Solo allora avremo l'atteggiamento corretto per riceverla come un dono, in qualsiasi forma ci verrà offerta» (217-18).

Ma che cosa è l'essere umano? Esso è «il cosmo per come si è sviluppato fino a questo livello dopo miliardi di anni di tentativi ed errori. Perciò l'essere umano è l'espressione di Dio più ricca di tutto ciò che si è originato nei precedenti stadi dell'evoluzione. Tutto ciò che precede ‒ la coesione delle parti della materia, la connessione delle cellule in un organismo vivente, gli istinti di accoppiamento degli animali ‒ è solo uno stadio preliminare, un inizio. Solo nel genere umano il cosmo raggiunge il livello dell'amore disinteressato, il superamento dell'amore come istinto. Più noi amiamo, più permettiamo a Dio di prendere forma e di esprimersi, e più noi diventiamo un unico essere insieme a Lui. E questo è ciò che noi indichiamo come "vita eterna", "eterna" perché libera da qualcosa che qui risulterebbe inaccettabile: la fine. Il nostro contributo al processo dell'umanità di diventare divina, cioè di diventare amore, è indistruttibile, rimane per sempre» (227-29).

«Chi ammette, secondo la tradizione ebraico-cristiana, che l'essenza del Mistero assoluto può ben essere chiamata col termine "amore", dovrà anche ammettere che crescere nell'amore significa diventare poco a poco più divini e quindi partecipare dell'eternità di Dio nonostante la morte biologica. Niente che scenda su di noi dall'esterno può separarci da Lui, cioè può soffocare l'attiva crescita dell'amore dentro di noi. Dobbiamo e possiamo abbandonarci al Mistero, lasciare che la nostra esistenza sia ispirata dall'amore, qualunque cosa ci possa accadere» (224).

«Se così è, la vita eterna sta già accadendo. Occasionalmente, la sua bontà e ricchezza irrompono già nella nostra psiche nelle esperienze di pace interiore, di gioia disinteressata. Ma ciò che la sua bontà e ricchezza sono in realtà, non nel prisma della nostra psiche, rimane ancora velato e inaccessibile» (227).

 

Questioni aperte

La lettura del testo di Lenaers è senz'altro stimolante. Siamo indotti a riflettere, a mettere in discussione "verità" ritenute intangibili. Questo tuttavia non ci permette di ritenere di essere approdati in un porto sicuro.

Un drammatico interrogativo. «L'Illuminismo ha portato realmente a un'autentica liberazione della persona umana? La ragione, come ha gettato il suo lume impietoso sulle passate civiltà, è in grado di illuminare se stessa?». È lo stesso Lenaers a fornirci un esempio illuminante. Quanto segue è tratto da un altro suo testo, Benché Dio non stia nell'alto dei cieli (Massari 2012). «Un umanesimo di elevato livello etico, che ha preso le distanze dal "Dio nell'alto dei cieli", può essere qualcosa di molto nobile. Purtroppo, grazie a esso, si è aperto un baratro di disumanità. Infatti sia il marxismo che il nazionalsocialismo sono prodotti di un umanesimo moderno senza Dio e sono responsabili dei milioni di vittime di Hitler, Stalin, Mao e Pol Pot. Tale disumanità non è stata da meno di quella che hanno sulla coscienza mille anni di Medioevo cristiano e di Controriforma». La "modernità" non è la nuova terra promessa!

Occorre anche un'altra precisazione. Scorrendo l'opera di Lenaers, mi veniva sovente di dire: «Ma tu sfondi porte aperte!». Cioè molte delle sue pungenti critiche alla religiosità cattolica, valevano alcuni decenni fa ma non hanno più senso al mondo d'oggi. O meglio: non hanno più senso in alcuni ambienti cattolici odierni. È da un pezzo che non sento descrivere Dio come un Sovrano assoluto che, dall'alto dei cieli, ordina, premia e punisce.

Inoltre notiamo che Lenaers, nella sua giusta critica all'autoritarismo della chiesa cattolica, delinea una chiesa organizzata in modo libero e democratico in cui le autorità siano elette e controllate da tutti i fedeli. È quello che troviamo in alcune chiese protestanti, come i valdesi e i battisti. È certo auspicabile un simile cammino da parte dei cattolici ma ciò non impedisce che, anche nelle chiese protestanti, si sviluppino nuove forme di nascosta sopraffazione e di egoismo che portano a una crisi simile a quella che coinvolge il cattolicesimo. Le chiese si stanno svuotando, sia tra i cattolici che tra i protestanti! È necessario e auspicabile accettare i valori della modernità. Ma non basta. Occorre prima di tutto che la comunità dei credenti sia governata dall'amore, amore tra i credenti e amore per il mondo. E non c'è struttura organizzativa che garantisca un simile (impossibile?) compito.

Potremmo anche osservare che le riflessioni critiche di Lenaers suonano spesso troppo da intellettuali, mentre il messaggio evangelico è rivolto ai «piccoli», non ai «sapienti» (Mt 11,25). Se siamo arrivati a certe conclusioni, non giudichiamo, non guardiamo dall'alto in basso chi è ancora «debole nella fede» (cfr. Romani, 14), chi si rivolge ancora al Dio-nel-cielo, chi ancora crede nella resurrezione, intesa fisicamente. L'importante è amare il prossimo, amare i diversi e i nemici. Porsi dalla parte degli ultimi, degli scartati.

Dario Oitana

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