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 479 - DETTI BREVI DI GESÙ / 4: CAMMINARE SUI SERPENTI E SUGLI SCORPIONI

 

Il regno di Dio è dei «violenti»

 

Alla fine dell'ultima cena Gesù dice: «Quando vi ho mandato senza borsa, bisaccia e sandali, vi è forse mancato qualcosa? Risposero: Nulla» (Lc 22,35).

Si fa riferimento alla missione dei 72 discepoli in Lc 10,4: l'essere andati senza zaino e calzature significa (simbolicamente) essersi incamminati nella più assoluta tranquillità e pace (Hirsch 260). Qui non si tratta di povertà o di essere allo sbando in una totale mancanza di sicurezza: anzi godono dell'invio e della protezione di Gesù ancora presente fra loro. Hanno annunciato coraggiosamente il Regno e scacciato Satana.

 

Satana cade come la folgore

Quando i 72 discepoli ritornano dalla loro missione, sprizzano gioia appunto perché i demoni si sono a loro sottomessi nel nome di Gesù, il quale commenta: «Io vedevo Satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni, e sopra ogni potenza del nemico» (Luca 10,18-19).

La potestà di Gesù sui demoni viene collegata con la caduta di Satana ad opera della vittoriosa potenza divina, e viene trasmesso ai discepoli tale potere su tutta la sua genia-schiatta diabolica, ossia i serpenti e gli scorpioni che erano considerati della stirpe di Satana. Inoltre nella fantasia orientale le meteore e le folgori sono gli spiriti celesti (maligni) espulsi e precipitati dal cielo. Che Satana e gli spiriti malvagi nei giorni del compimento finale fossero privati della loro forza e gettati nell'abisso, tutto ciò appartiene al retaggio dell'attesa giudaica circa il Regno messianico (Hirsch 208s). La caduta di Satana dal cielo era un'immagine corrente per dire che Gesù vede compiersi nel potere sui demoni una componente della speranza finale (è fuori luogo pensare qui ad un Figlio di Dio preesistente che avrebbe visto la mitica caduta primordiale di Lucifero negli inferi). Demitizzando esistenzialmente, si tratta di contrastare tutto ciò che è maligno e malvagio. Gesù (o Luca) infatti prosegue relativizzando gli esorcismi: «Non rallegratevi però perché gli spiriti si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono (i)scritti nei cieli» (v. 20). Nella finale di Marco 16,18 addirittura i serpenti si prendono in mano, immunizzati contro i veleni.

Infatti c'è un'altra forza “velenosa” che si contrappone al Vangelo, ossia la Legge (Luca 16,16-17): «La Legge e i Profeti sino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno vi fa violenza» [“e ognuno si sforza per entrarvi” è la traduzione CEI edulcorata (v. 16)]. «È più facile che abbiano fine il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino-iota della Legge» (v. 17). Se la legge fosse veramente intramontabile, perché il termine “legge” (nomos) non ricorre mai nel più puro e antico vangelo di Marco, in origine non ancora “colorato” dalle convinzioni delle comunità? Il v. 16 è chiaro, ribadito anche in Mt 11,12-13: «Ma dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora il regno dei cieli soffre violenza ed i violenti se ne impadroniscono. La legge e tutti i profeti hanno profetato sino a Giovanni».

 

Cristo è la fine della Legge

Il paradossale «è più facile» [eukopôteron, oltre che col paralitico in Mc 2,9] si trova anche in Mc 10,25.27 (e par.): «È più facile che un cammello [o una grosse fune; l'aramaico gamal significa sia “cammello” che “corda” (come il nostro “cavo” = corda/cavità-gobba)] passi per la cruna di un ago...», che prosegue con «Impossibile per gli uomini, ma non per Dio»; cioè alla Grazia (non al Diritto) è possibile far entrare nel regno (la cruna dell'ago) della salvezza: Mc 10,24.26. In Luca i vv. 16 e 17 sono uniti, e quindi consentono una più corretta interpretazione (Hirsch 65-68); invece in Matteo sono separati, perché l'altro pezzo sullo iota si trova in 5,18s, per di più preceduto dal 5,17: «Non sono venuto ad abolire la legge, ma a dare compimento», ossia il contrario del pensiero di Gesù. Se i detti sono separati si fraintende la legge come perennemente valida, e di conseguenza non si capisce più neanche perché si parli di “violenza” [se non nel senso assurdo di imporre la legge medesima].

Fino a Giovanni Battista la legge e i profeti avevano diritto e validità; ma dal vangelo del Regno tutto ciò è stato oltrepassato (è chiaro che il “Non uccidere” e il “Non rubare” rimangono validi; ma non è questo il problema!). Il punto è l'idolatria della Legge [oggi... la sana dottrina dei dogmi, o «il diritto canonico come strumento della salvezza delle anime» (sic; Pierluigi Consorti su Bose)] che, secondo il giudaismo, Dio avrebbe “creato” addirittura prima della creazione del mondo! Ne consegue che al desiderio degli uomini di diventare ora partecipi del Regno si frappone la legge come una (contro)forza, un (contro)potere che separa dal Regno (Hirsch 66): per questo si parla di violenza [anche se essa manca nel codice Sinaitico, dato il parallelo di Matteo, possiamo considerarla originaria].

Ossia la forza della legge è radicata negli uomini in modo altrettanto profondo dei princìpi (cattivi) nei prìncipi di questo mondo; è difficile che abbiano fine il cielo e la terra (nostro mondo); ancor più difficile che (de)cada un trattino della Legge. Ma questo è proprio quel che è avvenuto per la legge (come avverrà secondo l'escatologia giudaica per il mondo). Solo Dio (così sarebbe da intendere il v. 17 secondo Hirsch 66), che può far passare il cielo e la terra e creare un nuovo cielo ed una nuova terra [a Lui tutto è possibile (Mc 10,27)], è in grado di dissipare questo potere consentendo all'uomo l'ingresso nel regno di Dio promesso. La questione è che Dio in Gesù l'ha fatto! Ha “smontato” la Legge (come ben hanno capito Paolo e Gv), depredandola di ben di più dei suoi singoli apici: già con la semplice proibizione di giurare (in contraddizione con Numeri 30,3 e altri passi del VT) o con la contestazione del ripudio concesso da Mosè, o con la lunga discussione sul puro-impuro (Mc 7,1-23) è saltato ben più di un trattino della legge... Non è un caso che tutte e tre siano assenti nella fonte Q, che evita qualsiasi parola di Gesù che contraddica la fedeltà alla legge: la proibizione del divorzio in Lc 16,18 (un solo v.) è formulata in modo da eludere il riferimento alla concessione mosaica del ripudio; Q inoltre non contiene il divieto di giurare (solo in Mt 5,33-37), e manca pure la controversia sul puro-impuro [pur presente in tutti i sinottici (Hirsch 344); abbiamo così un primo “identikit” dell'autore aramaico di Q*, che poi ci servirà].

Ma perché Matteo l'ha ripescata? Perché tutto il discorso è una ferita profonda, un vulnus tremendo per i giudeo-cristiani, che sono quindi arretrati sulle loro posizioni pregresse, rincarando addirittura la dose con Mt 5,19: «Chi trasgredirà uno solo di questi precetti...». Matteo cerca una soluzione “diplomatica”: da una parte riconosce che l'amore è l'essenza della legge, ma dall'altra la salvezza è legata a Israele e la Torah (mosaica) conserva fondamentalmente la sua validità (Hirsch 370-371). Certo il vero compimento della legge consiste nella giustizia, misericordia, fedeltà (Mt 23,23; tipica terna matteana) ma «senza omettere quelle» [cioè il pagamento delle decime della menta, dell'aneto e del cumino (altra triade matteana nel v. 23)]. Risultava indigeribile che Gesù avesse “abolito” il dovere delle decime (Hirsch 332); il «senza trascurare le altre» (le decime) c'è anche in Luca 11,42, quindi in Q che, guarda caso come già detto sopra, schiva qualsiasi frizione con la legge. Per l'altra triade «elemosine, preghiere, digiuni» hanno optato solo per la loro purificazione e segretezza (Hirsch 80): non fare l'elemosina suonando la tromba, non pregare ostentatamente in pubblico, non digiunare sfigurandosi il volto (Mt 6,2-6.16s). Era normale allora far dire a Gesù parole non (proprio) sue [per il quarto vangelo la verità (gesuana) è realtà], ma avergli messo in bocca il contrario di quello che ha detto è... irreale.

 

Perché la spada?

Per questo si parla di violenza: Gesù è il contropotere rispetto alla grande forza-violenza della legge: ma non è una battaglia vinta una volta per tutte; per questo ai cristiani è richiesto un grande sforzo, una notevole forza di contrasto, e in questo senso «violenza» (pacifica). Proprio in questa “violenza” (contro la legge) abbiamo una delle più profonde e meno comprese parole di Gesù, che illumina al massimo tutto il contesto relativo al suo superamento ultra-faticoso attraverso il vangelo (Hirsch 66). Siamo in una dimensione escatologica che richiede un oltrepassamento continuo e vigile della “religione della legge”, la quale piomba con la mannaia dei principi... non-negoziabili sulle dolorose situazioni delle persone in gioco. Infatti, in ultima analisi, qui non si intende solo la legge mosaica in particolare (non si tratta tanto di giudaismo), bensì del giuridismo-legalismo più in generale nel quale anche le giovani chiese pagano-cristiane sono in parte ricadute: il “sì” dei pagani alla legge non significa più “giudaismo”, ma “moralismo” (Hirsch 68).

Ma con la passione l'aria è cambiata: siamo in tutt'altro periodo rispetto alla felice missione iniziale, in un clima di tensione, di profonda inquietudine e pericoli. Il (ri)prendere la borsa e la bisaccia (Lc 22,36) significa che ora c'è bisogno di protezione con tutti gli strumenti adeguati per poter continuare il cammino in un'atmosfera perigliosa, in cui i discepoli sono di nuovo esposti al potere di Satana. Addirittura si aggiunge di comprare una spada vendendo il mantello [non più considerato una difesa appropriata e sufficiente]: non si va allo sbaraglio indifesi.

A scanso di equivoci, Gesù ha imposto l'alt due volte [Basta, e poi ancora basta così!] alla violenza armata: prima alle due spade che i discepoli tirano fuori nella cena (Lc 22,38) e poi l'ha comandato durante la cattura (22,51). Ma allora perché usare il simbolo della spada? Probabilmente perché c'era bisogno di qualcosa di più efficace: anziché il mantello (difesa del povero), tutto sommato passivo nei confronti delle intemperie “naturali”, occorreva un simbolo di forza, consistenza, fermezza, per “contrastare” e sbarrare la strada con energia e destrezza alle “intemperie” degli uomini.

La spada è il simbolo di un valore, anzi del valore (Hirsch 260): ma non più quello proclamato ed esaltato di farsi onore in duello o in battaglia trucidando i nemici...[non quello guerresco, bensì, proseguendo nell'analogia, quello... “cavalleresco”]. Ossia il valore della resistenza non-armata, ma forte, attiva; quello della testimonianza (cristiana) nella difficoltà, nel dolore e nell'ingiustizia. I (veri) cavalieri cristiani sono disarmati, o armati solo della fede, per contrastare-fronteggiare la sofferenza, non causarla. In Gesù abbiamo la decisa “risoluzione” [2000 anni prima dell'ONU] per lo smantellamento della violenza armata (Hirsch 264): la salvezza è nella resistenza attiva, non-violenta. Figurativamente la spada-valore serve anche contro i demoni e la legge; in termini moderni nei confronti del male (naturale e morale) come nei confronti dei fondamentalismi religiosi.

Mauro Pedrazzoli

(continua)

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