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 490 - GLI SCRITTI GIOVANNEI AI RAGGI X

 

Ma chi c'era sotto la croce?

In sèguito alle discussioni circa l'ultimo articolo (foglio 489) sui due discepoli che Gesù amava, il giovanissimo Giovanni che non è l'apostolo figlio di Zebedeo (sebbene si continui a definirlo tale), e, secondo il mio personalissimo parere, una donna sua sorella maggiore o zia, che si chiamava Maria ma non era la Maddalena], ritengo opportuno qualche ulteriore approfondimento sugli scritti giovannei: prevalentemente sulla base  di Emanuel Hirsch, Studien zum vierten Evangelium [«Studi sul quarto vangelo»], pp. 190; e pure sull'altro suo libro più divulgativo «Commentario al quarto vangelo nella sua forma originaria», Das vierte Evangelium in seiner ursprünglichen Gestalt verdeutscht und erklärt, pp. 466, entrambi editi da J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), Tubinga 1936. Cerco (quasi una missione) di trasferire la grande esegesi tedesca nell'ancora arcaico patrimonio culturale italiano.

 

 

La testimonianza del frigio Papia

Papia di Gerapoli (†155?) parla di un certo Aristione accanto a Giovanni (da noi definito di Gerusalemme-Efeso), che egli chiama sia presbitero e sia discepolo del Signore, espressioni che hanno un senso preciso diverso da quello odierno. “Discepolo del Signore” non designa il semplice cristiano, bensì un testimone della resurrezione e dei primi tempi della chiesa, fondatore di comunità, educatore-maestro con una personalità di grande respiro, tanto da intraprendere ad Efeso e Antiochia una rivivificata via della fede rispetto al Giudeo-cristianesimo. Pure il termine “Presbitero” (anziano) qui non ha nulla a che fare col nostro “prete”; ma designa il leader delle chiese giovannee, con la sua eminente collocazione nelle comunità dell'Asia minore e una posizione di eccellenza su tutti i “sorveglianti” (episcopi, poi vescovi) del tempo. Di fatto ebbe la stessa autorevole preminenza dell'omonimo apostolo (di Zebedeo) deceduto tuttavia assai presto, favorendo la confusione anche nella Storia del non sempre affidabile Eusebio.

Quindi il (Giovanni) presbitero autore della seconda e terza lettera, non è un “falso pseudo-epigrafico”, perché è lui l'autore; come non è un falso l'«io Giovanni» nell'esordio dell'Apocalisse, poiché ne ha scritto sicuramente i primi tre capitoli, in particolare le lettere  alle sette chiese (lui amava scrivere lettere), che conosce assai bene poiché esse sono giudicate in modo molto diverso: alcune positivamente, ma altre non sono degne e vengono apostrofate in maniera minacciosa; come nella terza lettera bastona Diotrefe (v. 9s), un despota nella sua comunità che «non riceve personalmente i fratelli...e li scaccia» [mi ricorda...recenti fatti nostrani].

Ha scritto qualche altro spezzone dell'Apocalisse, ad es. la prima parte del c. 11, in cui i due testimoni martiri sono quasi sicuramente Giacomo, il fratello (carnale, Galati 1,19) del Signore, e Giovanni di Zebedeo, lapidati (o, ingigantendo, buttati giù dal pinnacolo del tempio) nel 62 d. C. L'inizio di tale capitolo testimonia la sua origine gerosolimitana, e ancora la sua presenza nella città santa intorno al 67-68 d. C.: «Alzati e misura il santuario di Dio e l'altare...Ma l'atrio che è al di fuori del santuario, lascialo da parte e non lo misurare, perché è stato dato in balia dei pagani, i quali calpesteranno la città santa per 42 mesi» (Apoc. 11,1-2). L'atrio fuori dal santuario è già in balia dei pagani, mentre non lo è il santuario vero e proprio (distrutto nel 70). Si riferisce ad un periodo di poco anteriore al 70, intorno al 67 immediatamente prima della fuga a Pella (Decapoli), e poi in Asia minore.

 

Due edizioni del vangelo

Ma Giovanni di Gerusalemme-Efeso non è l'autore del IV vangelo, pur avendolo ispirato (non dettato) e ad esso contribuito con le sue memorie che ha pure scritte: «il discepolo rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera» (Gv 21,24); ma qui chi materialmente scrive il nostro testo sono i “noi”. Lo si chiama IV vangelo proprio per evitare di dire “Giovanni”. In particolare i ricordi nei capitoli 18-19 [sulla passione che ci interessano] rivelano una precisa conoscenza di Gerusalemme: il luogo (giardino) al di là del torrente (del) Cedron, il posto davanti al pretorio dal quale Pilato pronuncia il giudizio conclusivo, la vicinanza della tomba al luogo della crocifissione (come in 5,2 la piscina coi 5 portici ritrovati dall'archeologia).

Bisogna però distinguere una stesura originaria del vangelo (100-110: prima edizione), che tuttavia è rimasta confinata in poche comunità giovannee, e non è stata conosciuta un gran che in Siria, che era il regno di Matteo; infatti nessuno scritto della prima metà del secondo secolo cita e conosce il quarto vangelo!! È estraneo anche alle lettere di Ignazio ed a quella  di Policarpo. Questo spiega il fatto che non si trovino tracce della prima edizione nella tradizione manoscritta, poiché solo con la redazione ecclesiale (di un singolo e/o del gruppo suddetto dei “noi”) ha trovato diffusione.

Ci sono solo evidenze interne; qui ci limitiamo a Gv 5,43s che si riferisce molto probabilmente al presunto messia Bar Kochba (la nuova guerra giudaica del 132-135 d. C.): la seconda edizione del vangelo, riveduta, corretta e ampliata, è quindi di poco ad essa posteriore intorno al 140. A metà del secondo secolo il vangelo ha conosciuto la sua forma  finale, che partendo dall'Asia minore ha conquistato la cristianità. Ireneo di Smirne (vescovo di Lione dal 177) ha avuto il grande merito di portarlo in Occidente accreditandolo nell'uso liturgico-ecclesiale, poiché ha avuto problemi di accoglienza (certo più lievi dell'astiosa Apocalisse); ma erroneamente l'ha ascritto al figlio di Zebedeo, contribuendo così alla leggenda dell'apostolo Giovanni di Zebedeo a Efeso sino ai tempi di Traiano, ed all'attribuzione di tutta la letteratura giovannea unicamente al pescatore galileo, che fra l'altro era un fanatico...alla Kirill (Lc 9,49.54) perché voleva distruggere col fuoco un villaggio samaritano.

 

Il passo chiave di Gv 19,25ss

L'autore qui riprende (a parte i nomi) le donne elencate in Mc 15,40.47s, ma avvicinandole in maniera improbabile sotto la croce poiché le donne non potevano stare vicino ai condannati: infatti osservano più correttamente da lontano in tutti e tre i sinottici, nei quali  è assente la madre di Gesù. Se ci fosse stata, non l'avrebbero certo taciuto: nulla di strano, data la sua assenza (ad eccezione di Cana) da tutto il ministero pubblico di Gesù, in cui c'erano solo le numerose altre donne (Lc 8,3 e 23,49), e molte pure nella Passione (Mc 15,41 e Mt 27,55s; i maschietti dov'erano?).

E comunque col distanziamento femminile non avrebbe potuto aver luogo il duplice affidamento, che è una creazione letteraria posteriore, un'allegoria  della madre-chiesa coi suoi figli, storicizzata davanti al costato di Cristo. Sono consapevole del vulnus per l'indubbia bellezza della scena, per la «(stabat) Mater dolorosa» ecc.: ma permane, in una concezione non impoverita del simbolo, una stupenda creazione letteraria che ha ispirato le “Pietà” in tante opere d'arte.

Proponiamo subito lo schema di Gv 19,25-28: [in corsivo le aggiunte nella seconda edizione; per avere un'idea unitaria del testo originario della prima edizione, leggere solo la parte in tondo]. “25Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». 27Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quel momento il discepolo l’accolse con sé. 28Dopo questo, Gesù, vedendo (o sapendo) che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete»”. Il racconto del primo autore (senza l'affidamento poiché non era ancora sorta l'dea della madre-chiesa, e in lui nemmeno quella del compimento delle Scritture) saltava dall'inizio del v. 26 [«Gesù allora vedendo (idôn)»] all'oggettiva del 28: «che tutto era ormai compiuto...». Il redattore ecclesiale anzitutto ha inserito la madre di Gesù ovviamente come prima della lista; in secondo luogo [tenendo presente che le aggiunte si facevano spesso duplicando i verbi, come “dire” o nel nostro caso “vedere”] ha raddoppiato il “vedendo” indirizzando il primo (v. 26) sulla Madonna e il discepolo per il reciproco affidamento. Ha poi mantenuto il secondo sul compimento finale aggiungendo l'adempimento della Scrittura, indigeribile per un moderno. Il secondo “vedendo” (v. 28) di alcuni codici sembra proprio più originario del “sapendo” posteriore (in greco fra l'altro sono molto simili, da idôn a eidôs), che compare invece nelle nostre Bibbie.

Nel testo attuale perché la dicitura ridondante (col raddoppio del termine “madre”) in “la sorella di sua madre”, quando bastava dire “sua zia”, o sua sorella (sorella di lei)? Nel greco si esprime il possessivo declinandolo con la specificazione “di lui” o “di lei”; quindi non sarebbe stato possibile equivocare “sua sorella” (di lei) con una sorella di Gesù (di lui; Mc 6,3). Data invece l'assenza della Madonna nel primo autore, si pone la necessità di partire in maniera chiara e dettagliata con la zia di Cristo: «Stavano sotto la croce di Gesù la sorella di sua madre..».

Della ricostruzione di Hirsch però non mi convince l'inizio originario, perché sarebbe stata a dir poco provocatoria la presenza solo della zia ma non della mamma: la tanto esaltata in seguito “corredentrice”, e senza fra l'altro il discepolo prediletto. È quasi impensabile che il discepolo/a prediletto non ci sia(no) nella morte. L'iniziale presentazione doveva contenere tutti i personaggi, senza che poi il discepolo sbuchi dal nulla accanto alle donne. Data la sua testimonianza oculare sul Golgota da lui tramandata [«Chi ha visto ne ha dato testimonianza» (al passato, memarturêken), e non “dà” come nelle versioni CEI di 19,35; perché tradurre il perfetto indicativo con un presente, insinuando tendenziosamente che sia lui stesso a scrivere il nostro testo?], ritengo che l'incipit originario suonasse: «Stavano presso la croce il discepolo che Gesù amava, la sorella di sua madre (la zia del ragazzo in apposizione) Maria di Cleofa, e Maria Maddalena». Invece nel testo attuale Maria di Cleofa (con la Madonna all'inizio e il discepolo spostato sotto) non può essere un'apposizione della zia di Gesù, perché in tal caso due sorelle porterebbero lo stesso nome “Maria”. In verità la tradizione giovannea sembra ancora, in pieno II secolo, ignorarne il nome: la chiama sempre (nelle circa 8 volte in sole due occasioni, qui e a Cana) “la madre di Gesù” o “sua madre”. Come è possibile, se in Siria era ben conosciuto il vangelo di Matteo? Significa che alla fine del primo secolo i tardivi racconti matteani dell'infanzia non c'erano ancora nel vangelo che, dopo la genealogia di 1,1-17, iniziava col cap. 3; esattamente come il solenne incipit geo-politico di Lc 3,1 preceduto solo dal proemio e senza ancora  l'annunciazione e la nascita.

È logico e umano che entrambi i discepoli prediletti siano presenti nel trapasso: il maschietto sotto la croce, sua zia Maria di Cleofa più distanziata.

Mauro Pedrazzoli

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