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 331 - LA TEOLOGIA FONDAMENTALE DI ISRAELE

 

La fine della caduta

 

Come diceva un mio vecchio professore, la Bibbia comincia con Genesi 12 (la vicenda di Abramo, la sua fede, il suo errare da Ur dei Caldei sino alla Terra promessa…); il che significa che è centrale e fondamentale la fede nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, nel Dio liberatore e salvatore dell’esodo, nel Dio della storia.

Ma, con un’operazione che noi oggi chiameremmo di “teologia fondamentale” (ossia il dialogo ad extra con interlocutori non cristiani o non credenti), Israele ha recuperato dai popoli vicini e ha inglobato al proprio interno la fede nel Dio creatore, mantenendola però in una posizione dipendente e subordinata alla relazione storica con Jahvé. E lo ha fatto sia coi miti jahvisti di Genesi 2 e seguenti, e sia col racconto sacerdotale più evoluto di Genesi 1, nell’ambito della struttura genealogica (Gen 1-11 è pieno di genealogie che costituiscono l’asse portante dei racconti) con la quale le tribù soprattutto nomadi affrontano e colgono il fenomeno della “storia”.

 

La verità mitica

Il mito dell’uomo fatto dalla terra/argilla è praticamente universale, compresi i miti africani e pre-colombiani, come pure i miti di catastrofe, dovuta ad alluvione od incendio, o i racconti sull’alba dell’uomo come intrisi di male, violenza e peccato, i quali determinano una “caduta”, ossia la perdita di presunti doni preternaturali antecedenti. In tali racconti dei popoli vicini Israele ha sentito e percepito una verità mitica (la verità contenuta nel mito come genere letterario specifico di quell’epoca) che ha incamerato apportando le opportune variazioni per renderla compatibile con la propria fede: ad es. la non divinità degli astri; oppure il fatto, in contrasto con tutta la mitologia orientale, che Dio non consegni agli uomini gli strumenti già fatti/finiti come la zappa o l’aratro.

Ma quel che qui più ci interessa è che in Genesi 1-11 la presunta e cosiddetta caduta è molto più sfumata di quanto si creda: non si dice che prima (?) l’uomo non dovesse lavorare, anzi si dice espressamente il contrario, cioè il fatto di essere stato posto nel giardino per custodirlo e coltivarlo; non si dice che prima (?) non sarebbe morto o non avrebbe avuto malattie e dolori, anche se si accentua, alla luce del peccato/trasgressione, il carattere doloroso e tragico di tali eventi. Quindi l’interpretazione catechistica tradizionale (e non solo essa) ha assorbito non tanto Genesi 1-11 quanto i miti orientali (cfr. R. Pettazzoni) e soprattutto quelli africani (cfr. H. Baumann), in cui si narra chiaramente di un paese di Bengodi senza fatica, lavoro, malattia, morte, poi perduto in seguito a dei misfatti/disobbedienze (questa è una vera caduta). 

Non dobbiamo mai dimenticare che è l’esistenza minacciata il Sitz im Leben di tali narrazioni (ossia l’ambiente di vita, il contesto esistenziale in cui si è prodotto il testo/racconto; i nostri riferimenti portanti sono l’esegesi di Genesi 1-11 di Klaus Westermann nel Biblischer Kommentar, e le lezioni romane nell’Ateneo di S. Anselmo del prof. Ursicin Giongeli Derungs negli ormai lontani anni ’70). L’essenziale per tali racconti è quello di essere recitati/declamati, e proprio la loro declamazione, in un contesto presumibilmente rituale, assicura la salvezza, intesa però in un senso quotidiano, normale, primigenio, come il tener lontana la malattia, la morte, la fame, i nemici e le catastrofi naturali. Si tratta di trovare sicurezza e senso in una vita minacciata: e le prime minacce sono quelle (noi diremmo “terra-terra”) del raccolto distrutto o andato a male, oppure del cacciatore che non trova la preda. «Un buon racconto protegge casa, bambini e proprietà». Detto in altre parole, la verità e la salvezza mitica non è scorporabile dal suo essere narrata, raccontata o rappresentata drammaticamente. E la “creazione” non è tanto la produzione iniziale del mondo e dell’uomo, ma la salvezza (ed il senso ad essa collegato) originariamente umana e fondamentale di un raccolto fruttuoso o di una buona salute; (il racconto della) creazione è già salvezza. Nelle feste, ad es. a Capodanno o in primavera, oppure in momenti di crisi si declama un racconto di creazione, nella speranza che la sua forza creatrice e salvifica si rinnovi nell’oggi garantendo la stabilità e la durata del mondo e dell’esistenza.

 

Cronologia fuorviante

Israele ha ascoltato e accolto la verità mitica, cioè contenuta in tali racconti primordiali, la quale però non ha nulla a che fare con la storicità del narrato (che non si dà in alcun modo); anzi bisogna addirittura leggere il mito escludendo la cronologia. Che apparentemente si dia una successione, con la fissazione molto vaga di un punto di partenza (come “c’era una volta” nelle fiabe o “in quel tempo” all’inizio del Vangelo domenicale), non significa un “prima” e un “poi” in senso cronologico; tale successione è solo funzionale a rendere possibile il racconto perché non si può narrare tutto in un colpo e in contemporanea. Ciò significa che l’Eden non è uno stato originario anteriore alla presunta caduta/peccato, ma va visto e interpretato in relazione polare simultanea col male/peccato; ad es. che il male/peccato impedisce il paradiso, qui nella nostra vita terrena, nell’ottica non di quello che è stato ma di quello che dovrebbe essere: appunto la nostra vita come un paradiso terrestre senza male e violenza.

Dobbiamo quindi abbandonare il mito della caduta, inteso nel senso tradizionale; ci sono solo cadute, male e peccati storici più o meno gravi, compiuti appunto da Adamo, che rappresenta l’uomo di ieri, di oggi e di domani: Adamo ed Eva siamo noi! Come Abele, Caino, Noé e gli uomini della torre di Babele, nell’ambito della cosiddetta “personalità corporativa”, in cui retroattivamente la discendenza è riassorbita, risucchiata e retrodatata nel capostipite.

Non si dà un paradiso storico originario, con o senza i doni preternaturali. Tanto più che risulta pressoché impossibile fissare il momento della ominizzazione, trattandosi di un processo esteso e non di un evento puntuale. A ragion veduta possiamo scegliere come nostro capostipite l’homo ergaster (africano), il quale ha avuto come primo figlio l’homo erectus e come ultimo figlio l’homo sapiens (cfr. in uno dei prossimi numeri il paginone sull’evoluzionismo).

Ma non è solo per ragioni evolutive che va escluso il paradiso iniziale, con relativa caduta (con un’operazione di teologia fondamentale stiamo dialogando con la scienza e l’etica, così come Israele ha dialogato coi popoli circostanti); lo è anche per un’ovvia considerazione, certo di noi moderni, di responsabilità etica individuale: è abnorme il fatto che per la trasgressione dei progenitori si scarichi su tutta la progenie una stangata simile (dolore, malattie, morte). È l’immagine fosca di un Dio vendicativo, radicalmente superata dal discorso della montagna, in cui appare un Dio benevolo verso tutti, compresi gli ingrati e i malvagi. Il male naturale non può essere il frutto di una decisione castigante di Dio in seguito al male morale commesso dall’uomo; e comunque, anche prescindendo da Dio, non è l’effetto del male morale o il frutto di una colpa/devastazione originaria. Le cause del male naturale (ad es. la malattia) sono storiche solo in seconda battuta, mentre in primis devono la loro origine strutturale alla variazione genetica, che costituisce la fonte, il motore principale e il combustibile per la rincorsa adattiva dell’evoluzione.

 

Un mondo non perfetto

La salvezza dal male non può quindi tradursi in un ritorno alle origini, e neppure in una redenzione dalla caduta e dal peccato originale classico: è semmai una redenzione dai peccati e dai mali storici compiuti dall’umanità intera (ad es. una redenzione dai crimini del ‘900). Se il mondo è creatura che esce perfetta, da sùbito o all’infinito, allora è vero che fissismo (creazionista) ed evoluzionismo possono non differenziarsi nella sostanza; ma il mondo non ne è uscito perfetto: questo è però impossibile per il creazionismo fissista, perché se Dio ha creato tutto direttamente e in contemporanea, dati gli assiomi della sua perfezione, bontà ed onnipotenza, il mondo non può che uscire dalle sue mani con il massimo della perfezione e della bontà. Invece nell’evoluzionismo abbiamo a che fare con un’evoluzione libera che non punta in modo inesorabile e unidirezionale verso un’apodittica perfezione in assoluto. Certo si passa dal meno complesso al più complesso, con l’acquisizione di nuove e più sofisticate funzioni, ma non si raggiunge la Perfezione massima, e tanto meno la bontà assoluta. Una maggiore complessità non significa automaticamente una maggiore bontà! Se i frutti di quest’evoluzione libera siano più o meno buoni, è un giudizio che certo possiamo tentare di dare, cercando di calibrarlo molto bene in mezzo a mille difficoltà di valutazione e di comparazione (non è facile districarsi con i contro-fattuali del tipo: «se l’evoluzione fosse stata diversa…, ad es. con soli erbivori senza carnivori…»).

Di fronte all’obiezione «se Dio crea il mondo e lo crea buono, come può esserci il male senza intervento deformante delle creature a Lui più vicine, l’uomo o l’angelo di Lui gelosi?», si può rispondere che, pur permanendo la sostanziale validità della seconda parte della frase, la prima è falsa, perché Dio non crea il mondo “buono” per il semplice fatto che non crea tout court il mondo direttamente come prodotto finito. Possiamo invece continuare a pensare il male morale, lasciando perdere gli angeli decaduti o meno in demoni, come intervento deformante degli uomini; ma si tratta di una deformazione in sé, un recar violenza alla vita ed alla natura, e non un deformare qualcosa che esisteva in precedenza allo stato puro, inviolato, paradisiaco, innocente e buono al massimo.

Dopo aver fatto tutto questo lavoro di pulizia, resta da vedere se riusciremo a calibrare la dipendenza e la subordinazione del Dio creatore (e del Dio fondamento) rispetto al Dio salvatore e liberatore della Rivelazione.

Mauro Pedrazzoli

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