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Il Gesù di Nazaret di Ratzinger all’Università

 

Pubblichiamo un ampio stralcio della relazione tenuta da Clementina Mazzucco, docente di Letteratura cristiana antica all’Università di Torino e nostra redattrice, all’incontro «Gesù di Nazaret all’Università», che si è tenuto all’Università il 20 febbraio 2012 e nel quale hanno tenuto relazioni anche il vescovo Cesare Nosiglia ed Ernesto Ferrero. La relazione sarà pubblicata in forma completa online dalla Libreria Editrice Vaticana.

 

L’opera Gesù di Nazaret di J. Ratzinger (= R.) ha suscitato all’uscita di ciascuno dei volumi (2007 e 2011), oltre a un grande successo sul piano della diffusione, discussioni, anche reazioni critiche. I due volumi usciti trattano della figura di Gesù rispettivamente dal battesimo alla trasfigurazione e dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione. Si tratta in effetti di un lavoro molto originale, che esce fuori dalle «regole». Vorrei mettere in evidenza i principali elementi di novità, per quanto riguarda gli aspetti metodologici, per poi concludere con alcune osservazioni personali.

 

Attenzione al metodo storico-critico

Certo l’aspetto più originale e nuovo, anche più discusso, è quello del metodo applicato. R. risulta pienamente consapevole e convinto dei procedimenti adottati e chiarisce il suo punto di vista all’inizio di ogni volume (soprattutto del I) e altrove.

Innanzitutto prende posizione nei confronti del metodo storico-critico, che va per la maggiore negli studi scientifici della Bibbia. Questo metodo (in realtà una serie integrata di metodi) incentra la sua attenzione su una catena di indagini complesse: verifica dell’affidabilità del testo originale; questioni critiche come paternità, datazione, collocazione di ogni scritto nel suo specifico contesto storico; individuazione delle fonti, e, per quanto riguarda i Vangeli, dei rapporti tra essi (per lo più secondo la teoria delle due fonti che implica la dipendenza di Mt e Lc da Mc e da un’altra fonte dei detti); ricostruzione delle fasi di trasmissione, orale e scritta, delle tradizioni relative ai racconti su Gesù e alle parole di Gesù; apporti redazionali degli evangelisti; valutazione del grado di attendibilità storica dei dati secondo criteri definiti. R. riconosce il valore e la necessità di tale metodo, ma sottolinea pure fortemente i suoi limiti (cfr. I,12), come del resto già aveva fatto in precedenza più volte, in particolare nella “Prefazione” al volume di commento al documento della Pontificia Commissione Biblica L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa nel 1998, ma anche in altre occasioni precedenti. In positivo, R. ritiene che la fede biblica, fondata su eventi storici, non può sottrarsi al metodo storico (I,11), esprime riconoscenza per i grandi progressi nella documentazione e nella conoscenza della figura di Gesù che la moderna esegesi ha prodotto (I,19); però esprime soprattutto riserve, sostenendo che il metodo storico-critico rimane legato al passato, guarda ai testi come a parole semplicemente umane, li analizza nel momento storico di ciascuno senza vedere l’unità della Bibbia, è bloccato al livello di ipotesi (I,12-13).

Per quanto riguarda i concreti procedimenti seguiti nel lavoro, si può notare che R. mostra spesso di essere ben informato sulle ricerche e sui dibattiti in corso, anche se gli è stato rimproverato da alcuni studiosi di usare una bibliografia di riferimento in prevalenza tedesca e non sempre aggiornatissima; quando si tratta di questioni rilevanti (ad es., sulla questione giovannea, sulla data dell’ultima cena), ne riferisce puntualmente discutendo le varie tesi e prendendo posizione. Applica pure alcuni aspetti del metodo storico-critico. Ad es., sa sfruttare quell’aspetto della «critica letteraria» che consiste nell’attenzione al significato preciso dei termini greci o all’etimologia: ne sono buoni esempi l’analisi di praèis, «miti», in rapporto con l’equivalente ebraico anawìm, a proposito delle beatitudini, con opportuni rilievi sulle carenze della trad. Cei (I,104-106); o l’analisi di synalizòmenos, lett. «mangiando con loro del sale», ma tradotto comunemente «mentre si trovava a tavola con essi», in At 1,4. (II, 300 ss.). Anche le analisi che si collocano nell’ambito della «storia della redazione» sono spesso efficaci e suggestive: penso in particolare alle considerazioni sul «vedere il regno di Dio venire con potenza» di Mc 9,1 (I,365). Qualche volta l’autore presta attenzione a problemi testuali ed è notevole che ammetta le conclusioni della maggior parte degli studiosi per quanto riguarda l’inautenticità della finale «canonica» di Mc, pur sostenendo che è impossibile che il Vangelo si concludesse così, ossia con la fuga delle donne dalla tomba vuota (II,290 s.). A proposito della questione giovannea accoglie la tesi di una redazione finale del Vangelo ad opera di un Giovanni presbitero, membro della scuola giovannea, distinto dal discepolo amato (= Giovanni apostolo) (I,266). A proposito di un’altra annosa questione, quella della data dell’ultima cena, sulla quale i Sinottici (per i quali è una cena pasquale) divergono da Gv (che la pone alla vigilia della Pasqua), dopo attenta valutazione delle varie ipotesi in campo, opta per quella, condivisa da molti, che dà la preferenza alla cronologia giovannea (II,122 ss.).

 

Riserve verso il metodo storico-critico

Però non si conforma al metodo storico-critico in molti casi. Di fronte alle differenze tra i vangeli su uno stesso punto, rifugge dal cercare quale potesse essere la forma originale (ad es., a proposito delle due versioni del Padre nostro: I,162-163) e tende a soluzioni che mettano d’accordo i testi: nella stessa questione della cena, finisce per adottare la spiegazione conciliatrice di J. P. Meier, secondo cui non fu una cena pasquale secondo il rito giudaico, ma divenne la Pasqua di Gesù (II,129-131). Per quanto riguarda le parole di Gesù morente, dà maggior rilievo al grido di abbandono di Mc e Mt, ma considera anche, senza discussione, l’«È compiuto» di Gv (II,238-241.248 s.). Diffida di tesi che mettano in dubbio l’autenticità di parole di Gesù trasmesse dal Vangeli: nel caso delle parole relative all’istituzione dell’eucaristia, contestate da molti teologi ed esegeti moderni, in quanto, proponendo l’idea di espiazione vicaria, sarebbero in contraddizione con il precedente messaggio sul Regno, inclina (malvolentieri) verso la tesi di coloro che pensano piuttosto a un’evoluzione di Gesù, ma porta poi prove per sostenere che non esiste in realtà questa contraddizione (II,132-143). In generale trascura questioni di attribuzione dei libri (ad es., non distingue nel corpus paolino lettere autentiche e non); mostra diffidenza verso la «critica delle fonti»; ignora la «questione sinottica» e la «teoria delle due fonti»; è critico nei confronti della storia delle tradizioni e delle ipotesi di strati compositivi nei testi; non ritiene corretto analizzare gli scritti della Bibbia singolarmente; non è interessato a ritrovare il «Gesù storico» dei moderni, anzi ne sottolinea l’insignificanza per la comprensione del suo influsso storico successivo (II,9); rifiuta di distinguere nei Vangeli informazioni sul Gesù della storia da quelle sul Gesù della fede postpasquale e afferma che il «vero Gesù storico» si ritrova sia nel prologo del IV Vangelo sia nel discorso della montagna di Mt (I,137-138).

 

Gli altri metodi e l’esegesi canonica

D’altra parte, R. non si lascia neppure attirare dai vari metodi o approcci (di tipo strutturalista, antropologico, sociologico, psicanalitico, liberazionista, femminista, ecc.) che in tempi recenti sono sorti per integrare o soppiantare il metodo storico-critico. Già in precedenza si era espresso in questo senso. In un volume delle Quaestione disputatae (n. 117 del 1989, pp. 96-99) aveva notato le pecche dell’esegesi materialista, di quella femminista e dell’interpretazione secondo la psicologia del profondo; nella Prefazione a L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa del 1998 accennava appena ai nuovi metodi contrapponendovi altri che cercavano di recuperare l’esegesi patristica e rinnovare l’interpretazione spirituale della Scrittura (p. 28). Nel vol. I del Gesù di Nazaret menziona con chiaro favore solo l’«esegesi canonica, che intende leggere i singoli testi biblici nel complesso dell’unica Scrittura» (I,14).

E vediamo che nel corso del lavoro egli segue costantemente questo criterio della lettura unitaria di Antico e Nuovo Testamento e si richiama volentieri ai Padri della Chiesa. Nel caso delle parabole, è significativo che, staccandosi dagli studi moderni di carattere storico che pure approva (Jeremias, Dodd), studi che distinguono tra parabola e allegoria, dia rilievo all’esegesi patristica, che è essenzialmente allegorica (I,231 ss.), perché consente più facilmente di ricavarne significati spirituali. A proposito del grido di angoscia in croce, rifiuta, come «un approccio troppo limitato e individualistico», i tentativi moderni di penetrare negli abissi dell’anima di Gesù – si intuisce che non ha alcun interesse per l’approccio psicanalitico –; alle letture dei teologi moderni antepone le riflessioni dei Padri della Chiesa e riporta un passo di Agostino (II,240).

 

Taziano vs Ireneo

R. ha sicuramente ragione a sottolineare i limiti del metodo storico-critico: anche altri lo hanno fatto e per questo si ricorre oggi anche ad altri metodi interpretativi. Uno dei difetti principali è che dedica troppo poco spazio ai testi così come sono.

È apprezzabile il merito di R. di essersi messo in gioco inserendosi nei dibattiti sollevati da tale metodo e cercando comunque di accreditarlo negli studi teologici. Ed è significativa l’attenzione prestata a tante specifiche questioni, a proposito delle quali esamina con precisione ipotesi e propone soluzioni proprie, comunque degne di essere prese in considerazione. Invece le riserve espresse sia nella teoria sia nella pratica verso molti aspetti, non marginali ma qualificanti, di questo metodo si può pensare che rendano difficile il dialogo con i suoi fautori, soprattutto con quelli di matrice laica. Ma obiezioni non trascurabili vengono anche da esegeti e teologi cattolici (ad es. da G. Segalla, uno degli autori del volume miscellaneo Il Gesù di Nazaret di J. Ratzinger. Un confronto, a cura di M. Tagliaferri, 2011), sull’idea che non si debba distinguere il Gesù storico dal Gesù professato dalla fede postpasquale e sull’idea che tutto quello che narrano i Vangeli riguardi il Gesù reale «veramente storico»: su quest’ultimo punto si fa notare che R. stesso si contraddice quando a proposito di Mt 27,25 nega che sia un fatto storico l’attribuzione a tutto il popolo della richiesta di crocifiggere Gesù (II,209).

Varrebbe la pena di discutere la sostanziale negazione del valore della pluralità, e delle differenze, dei Vangeli e delle immagini di Gesù presenti nel Nuovo Testamento, negazione che viene giustificata come un pericolo per la fede. Si potrebbe notare, a questo proposito, che già in età patristica (II sec.), accanto al tentativo (che non si impose) da parte di Taziano di costruire un’«armonia evangelica» fondendo i quattro Vangeli, c’era la posizione di Ireneo, che valutava positivamente proprio il fatto che il Vangelo avesse «quattro facce», come quelle dei cherubini di Ezechiele e dei quattro Viventi dell’Apocalisse.

Indubbiamente positivo è l’obiettivo di fornire un modello che contribuisca a migliorare la qualità della lettura della Parola di Dio nella pastorale e a legarla più strettamente alla spiegazione dei testi e ci si può solo augurare che l’opera abbia successo da questo punto di vista. Va riconosciuto inoltre che i due libri sono esemplari per chiarezza di esposizione, efficacia didattica e finezza di lettura, quand’anche non siano condivisibili le tesi proposte.

Non ultimo aspetto interessante del Gesù di Nazaret, che costituisce il punto di arrivo della ricerca appassionata e competente di uno studioso, di un teologo, di un pastore, è quello di mettere in luce la personalità, la fede e la spiritualità del suo autore.

 

Clementina Mazzucco

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