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 406 - La fede non è un monolite

 

Un Risorto, quattro resurrezioni 

 

Gli evangelisti non hanno scritto per documentare un evento storico straordinario, ma per guidare i lettori a maturare la convinzione che nella predicazione e nella vita di Gesù ha trovato compimento la parola della Scrittura.

La loro opera ci testimonia il difficile cammino alla fede delle prime e diverse comunità cristiane, nate dalla predicazione dei discepoli e delle discepole del Nazareno. Quattro vangeli, dunque; quattro prospettive interpretative e quattro diversi itinerari teologici in divenire, come possiamo cogliere con evidenza nei rispettivi racconti di resurrezione. Sempre che abbiamo di volta in volta cura di confrontarci direttamente col testo e non con la ricostruzione apologetica dell'evento, che tenta di farne una narrazione unitaria, annullando le differenze narrative e teologiche dei testi e omologando il tutto in un unico impasto monosapore e monocolore.

 

Marco, o la sconvolgente esperienza delle donne

In tutto il suo scritto Marco ama sottolineare la novità dirompente del «vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio» per mezzo di enunciazioni singolarmente paradossali. Così, quando ci presenta il tema della resurrezione: 16,1-8[1], punta tutto sull'enfatizzazione della sconvolgente esperienza delle donne. Esse vanno alla tomba per ungere il corpo di Gesù, la trovano spalancata e, invece di un morto, vedono un giovane biancovestito che rivela loro la resurrezione del Nazareno. Sorprese e spaventate rispondono con atterrito silenzio alle sue parole.

In Marco, oltre alla fuga delle donne e al loro muto stupore, non c'è altra umana testimonianza sull'attendibilità del celeste messaggio, neppure l'esplicita constatazione dell'assenza del cadavere. L'annuncio, che il Crocefisso non giace lì, ma vivo precede i suoi in Galilea, è riservato all'angelo di Dio e in questa veste colpisce ogni lettore, sfidandolo a credere l'incredibile, a confessare che l'uomo può enunciare tutto ciò solo con l'ossimoro dell'esibita incapacità a dargli voce.

 

Matteo, o la difesa dalle accuse di frode

Matteo (27,62-66; 28,1-20) fa suo lo schema narrativo proposto da Marco: visita delle donne al sepolcro, tomba aperta, annuncio dell'angelo, promessa di incontro col Risorto in Galilea; ma rifiuta la sua radicale teologia apofatica e aggiunge alla forza dell'annuncio la conferma visiva della sua fondatezza. Vuole infatti rispondere all'interpretazione giudaica dell'evento, basata sull'accusa ai discepoli di essere loro ad aver trafugato nottetempo il corpo di Gesù. Le donne di Matteo, quindi, devono trasformarsi in testimoni storiche del fatto che la tomba è vuota, udire timorose l'annuncio angelico, ma anche gioirne e disporsi a divulgarlo; devono incontrare lungo il percorso Gesù redivivo e comunicare il tutto ai discepoli. Questi poi, a loro volta, potranno così recarsi in Galilea e ricevere, direttamente dal Maestro, il rimprovero per la loro mancanza di fede e l'esplicita missione dell'evangelizzazione con la promessa che Egli sarà con loro «fino alla fine del mondo».

Matteo non sente la necessità di aggiungere alla visione delle donne e dei Dodici ulteriori conferme sensoriali circa la fisicità del Risorto. Di conseguenza neppure ipotizza la sua ascensione corporea. Per lui, come per Marco, la nuova esistenza del Nazareno va sentita viva e operante nel rinnovarsi della sua presenza, accanto ai suoi, nel percorso di evangelizzazione del mondo iniziato in Galilea.

Matteo ritiene, piuttosto, indispensabile difendere la veridicità del suo messaggio dalle accuse di frode. Incornicia dunque il suo racconto con la vicenda delle guardie, prima incaricate da sacerdoti e farisei di sorvegliare il sepolcro per impedire ai discepoli di mettere in scena la resurrezione, poi pagate per dire il falso. Il che gli consente di far assistere gli uomini del Sinedrio alla spettacolare apertura della tomba ad opera di un angelo, rendendoli, unico tra gli evangelisti, testimoni increduli dell'evento e ribaltando l'accusa di mendacio sui capi dei Giudei.

 

Luca, o come affrontare la persistenza nel dubbio

Luca (24,1-53) riprende l'episodio marciano della visita al sepolcro e lo riadatta alla spiritualità complessiva del suo vangelo. Egli, nel suo vangelo, mai nasconde la drammaticità degli eventi narrati e la complessità dei problemi teologici che essi pongono, ma offre spesso al lettore elementi narrativi che lo aiutano a scioglierli e a farli propri senza eccessivo turbamento. Come Marco quindi mette in scena la sorpresa delle donne davanti al sepolcro aperto e all'assenza del corpo di Gesù. Ma soprattutto evidenzia che il loro timore alla vista dei due angeli annunciatori viene rapidamente vinto, grazie al ricordo della predizione di Gesù sul suo destino di umiliazione e di glorificazione. Di conseguenza trasforma il silenzio delle donne di Marco in solerte comunicazione ai Dodici; salvo poi aggiungere che gli apostoli considerano il tutto frutto di vaneggiamento e che persino la verifica di Pietro alla tomba vuota suscita in essi non più che stupore.

La persistenza nel dubbio di alcuni, segnalata da Matteo in Galilea, diventa, a questo punto, in Luca oggetto di specifica attenzione. Evidentemente fare accettare l'idea della resurrezione non è facile per i primi evangelizzatori e tanto Luca quanto Giovanni l'assumono come tema specifico da affrontare con opportune esemplificazioni e convincenti prospettive teologiche.

Il terzo evangelista, quindi, inserisce qui il magistrale episodio di Emmaus, che gli permette di evidenziare lo smarrimento dei seguaci di Gesù di fronte alla sua morte. Due discepoli, che lasciano Gerusalemme, incontrano un viandante a cui manifestano la loro delusione. Si attendevano  la liberazione di Israele e invece tutto è finito in tragedia. Incapaci di riconoscere in lui il Risorto, essi devono essere guidati a ripercorrere in chiave cristologica l'intera storia della rivelazione biblica. Solo così potranno interpretare la croce non come sconfitta, ma come vittoria e sentirsi «ardere il cuore» fino al definitivo riconoscimento del Cristo nel gesto dello spezzare il pane. Non c'è da meravigliarsi se a tale presa di coscienza segue l'istantanea scomparsa del Maestro. Illuminati dalla fede, che nasce dalla rilettura della propria esperienza nell'orizzonte della Scrittura, essi lo sentono presente nella continuazione della sua pratica di condivisione senza più il bisogno di vederlo.

Che ci vuole ancora per riconoscere che per Luca persino la visione del Risorto, pur necessaria per esprimere narrativamente la resurrezione del Crocefisso, non è decisiva per caratterizzare in ottica cristologica la nostra fede? Ci vuole la presa d'atto che, per confessarlo vivente, non basta la constatazione tangibile che il nuovo statuto fisico di Gesù è incomparabile con la comune credenza sul nostro possibile incontro coi morti. Luca racconta, infatti, che i discepoli, a fronte della comparsa di Gesù, restano «stupiti e spaventati», credendolo un fantasma; che egli li invita a constatare la presenza delle piaghe sul suo corpo e a toccarlo. Il che suscita gioia e meraviglia, ma non ancora fede, proprio come non si ha confessione di fede neppure quando lo vedono mangiare del pesce. Solo dopo aver spiegato, alla luce della sua predicazione e della Scrittura, il senso della sua morte e della sua resurrezione, Gesù sente che finalmente sono pronti a ricevere le indicazioni relative alla missione e promette loro il dono dello spirito. Qui si conclude il terzo vangelo, facendo ascendere Gesù al cielo, subito fuori Gerusalemme; senza cenno ai quaranta giorni degli Atti degli apostoli e presentandoci i discepoli pronti a recarsi ogni giorno al tempio per lodare Dio.

 

Giovanni, o del riconoscimento d'amore

Anche Giovanni, come Luca, sul tema della resurrezione tenta strade narrative proprie e mette in campo dinamiche spirituali inedite, coerenti con la complessiva impostazione del sua vangelo. Maria di Magdala, ancor più del “Molto amato”, diventa qui per lui testimone dell'essenzialità dell'amore nella relazione di fede delle discepole e dei discepoli col Nazareno. È lei a scoprire la tomba vuota e a chiedersi cosa sia accaduto al corpo di Gesù. Ancora lei chiama in causa Pietro e «l'altro discepolo», che insieme corrono e insieme constatano l'assenza del corpo, senza molto capire. La commozione e il pianto, con la consegna della rivelazione, sono riservati a Maria. È Maria che vede due angeli. È ancora lei a incontrare il Risorto, scambiandolo per il giardiniere, e a riconoscerlo quando si sente chiamare per nome. A lei si rivolge il Signore, chiedendole di non toccarlo, perché deve salire (tornare) al Padre. A lei affida il compito di annunciarlo ai Dodici.

Qui potrebbe finire il vangelo di Giovanni, se egli non dovesse ancora mettere in scena l'invio in missione dei discepoli e realizzare la promessa, tanto insistentemente evidenziata da Giovanni nel lungo e teologicamente ricchissimo congedo di Gesù dai suoi, prima della cattura. La sera di quello stesso giorno, prosegue l'evangelista, il Signore appare ai discepoli; mostra le mani e il costato e, in risposta alle manifestazioni di gioia, trasmette la missione che il Padre gli ha affidato, alitando su di loro lo Spirito Santo. La Pasqua è fatta coincidere con la Pentecoste.

A Giovanni non resta che dare soluzione al tema della difficoltà dei futuri credenti a far proprio l'annuncio della resurrezione del Crocefisso. Il compito è affidato alla pericope su Tommaso, uno dei Dodici che, casualmente assente alla precedente apparizione, afferma di essere disposto a credere solo se verificherà di persona la presenza delle piaghe sul corpo del Risorto, toccandole col dito ad una ad una. Il che potrebbe fare otto gironi dopo, se la nuova apparizione non gli strappasse subito la confessione: «Mio Signore, mio Dio».

Giovanni si vale dell'esemplare incredulità di Tommaso, per indurre il lettore a comprendere che non è attraverso la verifica storico-fattuale del vangelo che si entra tra i beati, ma grazie all'accoglienza per fede del suo messaggio. «Beati quelli che pur non avendo visto, crederanno»: sono le ultime parole che Giovanni mette in bocca a Gesù, prima di concludere di suo: «Questo libro … è stato scritto perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché credendo, abbiate la vita nel suo nome».

 

Aldo Bodrato



[1] Marco termina il suo vangelo col versetto 16,8; quelli successivi 16,9-20 sono una silloge dei racconti di apparizione degli altri vangeli, aggiunta da un copista e assente nei manoscritti più antichi. Anche il vangelo di Giovanni ha un finale posticcio (21,1-25), più lungo e originale di quello di Marco, che qui non commento in quanto il tema della resurrezione è utilizzato ad altri fini teologici-pastorali che nulla aggiungono di nuovo al nostro tema.

 

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