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 407 - Il cammino del chiccodisenape sulla questione femminile

 

Lo sguardo della Bibbia sulla donna

 

 

La rete ecclesiale chiccodisenape ha iniziato lo scorso marzo un cammino di riflessione sulla questione delle donne nella Chiesa, elaborando una traccia di riflessione rivolta a tutte le persone e a tutti i gruppi ecclesiali «Di che cosa parli con lei?».

Il riferimento all’incontro tra Gesù e la samaritana e alla domanda che i discepoli non hanno osato fare non è casuale: abbiamo messo al centro quella mancata domanda che «ci ha privati di una risposta autorevole che facciamo ancora fatica a trovare. Due “silenzi” entro cui si dibatte ancora la nostra ricerca odierna. Solo di recente si è riusciti ad incominciare a esplicitare quanto le Scritture dicono della donna e in particolare a mettere in evidenza la novità del comportamento di Gesù. Merito della ricerca storica e poi della teologia “femminista”. La meraviglia e il silenzio dei discepoli non sono degli atteggiamenti propriamente positivi, denunciano una difficoltà che non s’è sciolta neppure oggi. Il silenzio di Gesù riguarda in questo caso una sua parola, ma non certo il suo comportamento. Tutti i Vangeli sono concordi nel presentarcelo in un modo che doveva destare meraviglia non solo nei discepoli ma anche tutti gli altri, e innanzitutto nelle donne che l’hanno incontrato. Meraviglia ma anche riprovazione: l’apprendimento della Legge era vietato alle donne. Gesù invece non teme di chiamarle a diventare discepole e ad associarle alla sua vita errante» (estratto dalla introduzione biblica della traccia di riflessione che si legge per intero sul sito www.chiccodisenape.wordpress.com, selezionando «La proposta 2013» dal menu grigio sulla destra: se volete inviate le vostre considerazioni all’indirizzo chiccodisenape@gmail.com entro gli inizi di gennaio).

L’iniziativa è svolta in collaborazione con il Coordinamento Teologhe Italiane − Cti (cfr. www.teologhe.org), che si è dimostrato molto interessato e coinvolto nell’iniziativa e che parteciperà ai vari momenti di riflessione pubblica. Il primo appuntamento è avvenuto lo scorso 9 novembre con una relazione di Maria Cristina Bartolomei su "La donna nello sguardo della bibbia". Un dibattito ben partecipato e plurale è stato aperto da Cristina Simonelli, presidente del Cti. Il percorso continuerà con l’elaborazione dei contributi inviati, che saranno la base di partenza degli interventi di un importante convegno che si svolgerà in primavera, ancora una volta in collaborazione del Cti, sul quale daremo informazioni nei prossimi numeri. Qui proponiamo una nostra sintesi schematizzata della relazione della Bartolomei.

 

L'umano non coincide con il femminile

Lo sguardo della Bibbia sulle donne, e lo sguardo delle donne sulla Bibbia: queste due operazioni complesse, non facili, sono diventate possibili con la riconsegna del libro al popolo, compiuta dal Concilio. Le donne hanno preso la parola nella chiesa, hanno studiato teologia e sono in grado di insegnarla. Così hanno visto che la Bibbia parla dell'umanità dal punto di vista maschile: quel che vi si dice del maschile coincide con l'umano, ma quel che vi si dice dell'umano non coincide con il femminile.

Questa asimmetria è una struttura culturale e storica, androcentrica, in cui la donna è subordinata. In questa cultura si è espressa la Bibbia, nella quale Dio parla, ma attraverso un linguaggio determinato, in una cultura prevalentemente patriarcale. Perciò la Bibbia è stata usata anche contro le rivendicazioni femminili.

Però, sulla differenza uomo-donna la Bibbia dice alcune cose essenziali: 1) sono stati pensati insieme; 2) l’umanità è pensata da Dio in due modalità differenti ed equivalenti, affinché a) l’umanità fosse relazione, a livello basilare, elementare, b) e così fosse immagine di Dio che è relazione, senza cessare di essere unico. Quella sottomissione della donna, per la Bibbia, è una forma del peccato; la promessa escatologica è la riconciliazione tra uomo e donna.

 

Una domanda sbagliata?

È sbagliato chiedere alla Bibbia qualcosa sulla donna? Sì e no. Sì, è sbagliato: 1) perché la Bibbia non si interessa del femminile e del maschile, ma dell’umano e della sua essenziale dialogicità e relazionalità, ferita dal peccato; 2) perché la Bibbia è essa stessa un documento rispecchiante una cultura patriarcale e androcentrica. Si trovano numerosissime citazioni che disprezzano la donna, o la guardano solo dal punto di vista maschile.

No, non è sbagliato: 1) per verificare quanto queste espressioni siano un insegnamento biblico sulle donne, o siano un portato della cultura da cui la Bibbia promana; 2) per verificare se il messaggio biblico sia coerente con le espressioni anti-femminili; 3) perché molte donne hanno potuto identificarsi in figure bibliche femminili, trovando in esse conferme alla loro ricerca di liberazione; 4) e infine perché, da cristiani, ha senso per capire come si collochi Gesù nei confronti di tutto ciò.

Interrogare la Bibbia sulla donna significa interrogarla sull’intero fenomeno umano, su uomini e donne e sul loro rapporto. Questo è un modo proprio per mettere in discussione le precomprensioni patriarcali e androcentriche, ed è un avvio a una rilettura critica della stessa immagine di Dio, indebitamente maschilizzata.

Lo sguardo della Bibbia sulle donne varia secondo lo sguardo di chi la legge. Leggere è un colloquio tra testo e lettore (come tra lo spartito e l'esecuzione). Lo sguardo delle donne sulla Bibbia fa risaltare uno sguardo della Bibbia sulle donne, diverso da quello colto dalla lettura androcentrica. Le donne vi trovano gli elementi per rifiutare la loro immagine subordinazionista. E questo superamento può diventare lettura delle donne come degli uomini.

Da sempre le donne hanno letto e interrogato la Bibbia, anche quando erano meno di oggi dotate di autorità per insegnare ciò che imparavano. Compare già nelle donne dotte del Rinascimento, ma è dalla metà del XIX sec. che nasce una cultura biblica con occhio femminile. Il nucleo del messaggio biblico viene distinto dalle categorie culturali patriarcali. Non solo si valorizzano figure di donne, ma si riscoprono i simboli femminili in Dio − anche se Dio sfugge ad ogni sessuazione − che ripugnavano alla lettura tradizionale.

Questa lettura delle donne 1) evidenzia nel NT gli aspetti di liberazione e di egualitarismo che contraddistinguono la predicazione e la sequela di Gesù; 2) mette in luce ciò che nel testo è sottaciuto o minimizzato, ma di cui resta traccia; 3) scopre una fase di vita delle comunità protocristiane caratterizzata dalla equivalenza dei due sessi; 4) rivede criticamente l'interpretazione tradizionale dei testi, per riscoprire la storia rimossa della posizione delle donne nella Chiesa delle origini.

La relazione poi ha richiamato una serie di figure femminili nella Bibbia (storiche ed emblematiche). Tra queste anche Febe (Romani 16,1): il testo dice di lei, declinato all’accusativo, ousan diakonon, cioè che «era diacono» nella Chiesa di Cencre. La precedente Bibbia CEI traduceva «diaconessa»; la nuova traduzione, cambiata in peggio, dice «a servizio della Chiesa»!

 

Gesù voleva che si facesse «memoria di lei»

Gesù dunque avrebbe ripristinato il “femminismo” incluso, cancellato ma non senza tracce, già presente nelle Scritture ebraiche, che egli insegna in modo rivoluzionario. Nella Chiesa non si è fatta «memoria di lei» (Marco 14, 9 e Matteo 26, 13) come voleva Gesù. Ma la memoria è rimasta nella Bibbia.

La soluzione del problema è il riconoscimento. Il Paradiso è il luogo in cui Adam dice «osso delle mie ossa» riconoscendo Eva, e il peccato è evidente nel fatto che la nudità è diventata pericolosa esposizione a uno sguardo che reifica, che non riconosce. Il riconoscimento è rivelazione nell’episodio centrale della Visitazione (Luca 1). L’incontro salvifico (che dà luogo a una missione) tra Gesù e le donne è incentrato sul riconoscimento: così la Samaritana; così la donna dell’unzione; così l’adultera; così Maria la discepola; così in modo decisivo Maria di Magdala.

Un midrash vede che i nomi «uomo» e «donna» insieme compongono la grafica del tetragramma (il Nome impronunciabile di Dio), e che, quando si rompe la loro armonia si spezza il Nome e subentra il fuoco. Il Nome di Dio, formato dall’unione di «uomo» e «donna», è benedizione del rapporto di reciprocità, accoglienza, riconoscimento. Dio è benedizione e salvezza nell’incontro tra i diversi che stanno insieme: gli stranieri con Israele; le diverse letture della Scrittura; gli uomini con le donne. Quando gli uomini riconoscono le donne (e viceversa) incontrano Dio e lo fanno camminare nella storia. Così Giovanni XXIII nella Pacem in terris legge la promozione della donna come segno dei tempi nuovi di Dio. 

Non pensiamo la natura umana in modo essenzialista e fisso. Noi non conosciamo ancora ciò che saremo: la ‘natura umana’ è per essenza diveniente, in attesa di un compimento escatologico. David Maria Turoldo ha scritto: «Tutta la Bibbia è una storia di salvezza, è una storia di umanità non raggiunta. Difatti la Bibbia comincia: “Facciamo l’uomo” (Genesi 1,26), il che vuol dire che l’uomo non è realizzato una volta per sempre, l’uomo si realizza continuamente e non sempre io posso dire di vivere a livello umano». La dimensione escatologica va considerata anche per quanto si riferisce al compimento dell’adam, in un rapporto armonico tra uomini e donne.

(a cura di Enrico Peyretti)

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