il foglio 
Mappa | 54 utenti on line


 Login
   
    
 Ricordati di me

  menu
 ::  editoriali
 ::  bibbia
 ::  chiesa
 ::  documenti
 ::  etica
 ::  filosofia
 ::  lettere
 ::  mondo
 ::  pace-nonviolenza
 ::  poesia
 ::  politica
 ::  recensioni
 ::  scienza
 ::  società
 ::  storia
 ::  teologia
 ::  zibaldone
 :: home
 :: indici analitici
 :: solo online

 Ricerca
  

 in libreria

Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


  bibbia
 416 - Christus non triumphans

 

IL REGNO NON È VENUTO

  

Chi crede di essere un discepolo di Gesù deve proporsi un obiettivo concreto? Per esempio la pace, la giustizia, la salvaguardia del Creato?

Secondo Bonhoeffer, il vincolo che unisce il discepolo a Gesù comporta «la completa rottura con ogni piano programmato, ogni aspirazione idealistica». L’impegno a seguire Gesù non è «un’offerta che parte solo dal discepolo, come programma di vita proprio, scelto da lui stesso». Questo, ovviamente, non significa procedere a occhi chiusi (Bonhoeffer fece delle scelte precise). Significa non essere condizionati dall’efficacia, dal risultato. «Seguire Gesù, non il proprio programma». Ma a che cosa mirava Gesù?

 

Il«programma» di Gesù

È il Regno di Dio. E ci sono ragioni per ritenere che Gesù stesso concepisse l’avvento del Regno come imminente.

Non avrebbe avuto senso per Gesù rinunciare completamente al suo modo di vivere e chiedere ad alcuni dei suoi discepoli di fare altrettanto per dedicarsi a tempo pieno alla proclamazione dell’avvento del Regno, invitare uomini e donne a una riforma radicale della loro vita in vista della venuta futura del Regno, formare uno speciale gruppo di dodici discepoli rappresentanti le dodici tribù di Israele, fare dell’avvento del Regno l’oggetto della breve e intensa preghierainsegnata ai discepoli se egli non avesse creduto che il Regno sarebbe venuto presto.

Anche le Beatitudini non avrebbero avuto senso senza la proclamazione da parte di Gesù dell’imminente instaurazione del Regno di Dio. Il futuro è già cominciato e influisce sul momento presente. Se la liberazione fosse prevista in un futuro molto lontano, l’invito a gioire rivolto ai poveri, agli afflitti, ai perseguitati, suonerebbe come una beffa.

E Gesù non si limitò a predicare il Regno; egli agì, lo tradusse in pratica. Nei suoi esorcismi, in altre sue azioni straordinarie considerate miracolose dai suoi contemporanei, nel suo condividere la mensa con pubblicani e peccatori, nella sua “purificazione del tempio”: in tutte queste azioni egli «attuava» il suo messaggio. Almeno in alcune circostanze presentò le sue azioni come una realizzazione parziale e preliminare della signoria di Dio, che si sarebbe presto manifestata nella sua pienezza. (Le suddette osservazioni sono in gran parte tratte da Meier Un ebreo marginale, Queriniana 2002, Vol II).

E che ne è stato di un tale meraviglioso disegno? Voleva proporre un modo nuovo di vivere la fede, sull’esempio di alcuni dei profeti. Condannato come bestemmiatore. Voleva che i Dodici costituissero le fondamenta di un nuovo Israele. I Dodici fuggono. Voleva incarnare un messianesimo opposto rispetto a quello regale, militare, politico. Condannato come Re dei Giudei. Visse affidandosi al Padre. Muore abbandonato da Dio. Un’atroce delusione, un clamoroso fallimento, un immenso dolore.

 

Un Dio travestito da uomo?

«E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare» (Marco 8, 31).

È una delle numerose predizioni di Gesù della sua passione e resurrezione che troviamo nei sinottici. Ma, dalle reazioni dei discepoli, risulta che essi si preoccupano soltanto della passione di Gesù. L’annuncio della futura resurrezione sembra non toccarli. Perché? Forse per il motivo che questa predizione non è mai avvenuta?

Ma ancora di più risulta incomprensibile la «paura e angoscia» (Marco, 14,33ss) al Getsemani e il grido sulla croce «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Marco, 15,34: Matteo, 27,46).

La chiesa primitiva non aveva alcun interesse a tramandare tali sconvolgenti immagini del Signore. Occorre partire da questi drammatici versetti se intendiamo davvero conoscere qualcosa di Gesù di Nazaret.

Infatti se era Dio, se era “onnisciente”, se (come risulterebbe dalle “previsioni”), Gesù sapeva che sarebbe risorto, asceso al cielo, seduto alla destra del Padre, perché avrebbe dovuto provare angoscia e disperazione? Banalmente possiamo dire che, se ognuno di noi sapesse che dopo una prova dolorosa ci aspetta con certezza un futuro felice, affronteremmo ogni dolore con serenità.

Un tentativo di risposta a questa immane sofferenza di Gesù è quanto proposto da Lutero e Calvino: «Sul collo portai nostri peccati, non i suoi… Sopporta nella sua anima le punizioni che spettavano a noi». Ricordo anche uno dei tanti inni della chiesa cattolica preconciliare: «Gesù mio, la sacra fronte, chi di spine incoronò? Sono stati i miei peccati! Gesù mio, perdon, pietà.». Tali considerazioni non trovano tuttavia alcun supporto nei racconti della passione.

Un'altra interpretazione si fonda sul fatto che il salmo 22, il cui inizio viene citato da Gesù sulla croce, si conclude, nella parte finale, con parole di fiducia e di speranza. Lo scopo principale della citazione del salmo era dunque quello di richiamare l’attenzione sul tono vittorioso della seconda parte? Gli evangelisti avrebbero preso una strada straordinariamente oscura per indicare ciò…

L’apocrifo Evangelo di Pietro (metà del II secolo) fa pregare Gesù prima di morire con queste parole: «Mia forza, mia forza, mi hai abbandonato?». Gesù era stato abbandonato dalla sua “divinità”? Sembra che Ambrogio si esprima in modo simile: «clamavit homo divinitatis separatione moriturus».

La proposta “classica” di soluzione delle suddette contraddizioni è la dottrina delle due nature formulata dal concilio di Calcedonia (451 d.c.): «Il Signore Gesù è perfetto nella sua divinità e nella sua umanità, vero Dio e vero uomo… della stessa sostanza del Padre secondo la divinità e della stessa sostanza nostra secondo l’umanità». Quindi ha sofferto come uomo, non come Dio.

 

Dio crocifisso, Dio sconfitto

Dopo la crocifissione, la resurrezione. Gesù è veramente risorto o è vivo solo nel ricordo? Non intendo affrontare il problema. Rimando ai nove stimolanti e approfonditi articoli di Aldo Bodrato (il foglio, dal 297 al 305).

Mi permetto di suggerire che, in base a quanto detto sopra, la resurrezione costituì per tutti, forse anche per Gesù, un’imprevedibile sorpresa, una forte spinta nella proclamazione di Gesù di Nazaret come il Signore. 

Osserviamo inoltre come l’immagine del Cristo abbandonato da Dio abbia turbato gli animi dei primi cristiani al punto da proporre qualcosa di alternativo, evidente soprattutto nel Vangelo di Giovanni. Il cammino verso la croce è descritto come un cammino trionfale in cui Gesù risulta sempre padrone degli eventi. La croce stessa, anziché segno di infamia, è la prima delle “elevazioni”: Crocifissione, Resurrezione, Ascensione. « “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”. Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire» (Giov.12,32-33).

Ma non sembra che questi primi tentativi, così come i dogmi successivi, abbiano potuto cancellare lo scandalo del grido di Gesù sulla croce. E, più che mai ora, dopo Auschwitz, in un mondo in cui sembra che uomini e donne stiano abbandonando Dio, quel grido risuona forte ai nostri orecchi.

«Ogni teologia che pretenda di essere cristiana deve fare i conti col grido di Gesù lanciato dalla croce. Essa deve associarsi con la passione della nostra epoca e sintonizzarsi con il grido che i miseri innalzano verso Dio. E concepire Dio nel Crocifisso comporta una rivoluzione del concetto di Dio. Con le parole: “Mio Dio, perché mi hai abbandonato?” non è in gioco soltanto l’esistenza personale di Gesù. Con tale abbandono sono allora fondamentalmente in gioco anche la divinità del suo Dio e la paternità del Padre suo, che Gesù aveva reso accessibili agli uomini. Se così stanno le cose, sulla croce non è in agonia soltanto Gesù, ma anche colui per il quale egli visse e predicò, cioè suo Padre. Egli invoca la divinità e la fedeltà di suo Padre, contro l’abbandono e la non-divinità del Padre suo. Calcando le tinte, si potrebbe dire che il grido di Gesù, formulato con le parole del Salmo 22, non significa soltanto: “Mio Dio, perchémi hai abbandonato?”, ma insieme: “Mio Dio, perché ti hai abbandonato?”» (Moltmann, Il Dio crocifisso, Queriniana 1973, pp. 178-181).

Sarà dunque possibile anche una sconfitta, un fallimento di Dio? Se il Regno non è venuto, non è “venuta” neppure la creazione «molto buona», in particolare la creazione dell’uomo. Dio vuole la nostra salvezza. Riuscirà? Quinzio (La sconfitta di Dio, Adelphi 1992) si domanda: «Ma se Dio sarà sconfitto? Se Dio non salverà mai più? Se i morti non risorgeranno? Se le ingiustizie e le sofferenze continueranno per sempre? La fede può sentire che Dio sta precipitando verso questo destino, ma la fede resta ancora tale perché ha ancora la forza di trovare un senso al mondo, di svelare come puro orrore ciò che, al di fuori della fede, non può che essere l’ovviamente accettabile per definizione. Per la fede la tenerezza, la pietà, la speranza di salvezza, anche se fossero destinate al più radicale scacco, sono piene di senso».

Forse anche noi, nelle “nostre” lotte quotidiane, se non vogliamo pretendere di essere più bravi di Gesù, più onnipotenti di Dio, non dobbiamo ricercare a tutti i costi un risultato. Basta vivere una vita «piena di senso».

Dario Oitana

 Stampa Invia ad un amico Dai la tua opinione

 
 il foglio
 ::  presentazione
 ::  redazione
 ::  abbonamento
 ::  contatti
 ::  link
 :: archivio storico [parziale]

 avviso agli abbonati

Ci risulta che alcuni abbonati non ricevono a tempo debito, o non del tutto, la copia del nostro periodico. Ce ne scusiamo precisando che tale situazione non dipende da un nostro difetto bensì dal disservizio delle Poste.


 web partner

gli anni di carta

 Il Corriere di Tunisi

Aldo Bodrato

Enrico Peyretti

Delfino M. Rosso

 


 Numeri recenti
 :: 451 - Lettera ai Romani 
 :: 452 - UNA PREZIOSA GUIDA AL VANGELO DI GIOVANNI 
 :: 447 - Raccontare Gesù 
 :: 444 - Tra spezzatino e lectio continua 
 :: 433 - Letteratura e religione: un corso all’Issr di Torino / 2 
 :: 427 - A Diogneto 
 :: 426 - LA DIDACHÈ 
 :: 421 - E non scrisse neanche una parola / 2 
 :: 419 - IL “VIZIO” DI GESÙ DI PARLARE SENZA SCRIVERE 
 :: 418 - I dieci comandamenti in prima serata 
 :: 416 - Christus non triumphans 
 :: 407 - Il cammino del chiccodisenape sulla questione femminile 
 :: 406 - La fede non è un monolite 
 :: 404 - SOFFRIRE IN SOLITUDINE 
 :: 401 - Chi può capire, capisca 
 :: 400 - Biblica 
 :: 399 - A lezione dall'asino e dal bue 
 :: 399 - Un silenzio da capire 
 :: 398 - Misoginia clericale e violenza del maschio 
 :: 390 - Il Gesù storico e il Gesù della fede 
 :: 389 - Il messaggio di Gesù tra universalismo e localismo 
 :: 345 - Libri 
 :: 331 - LA TEOLOGIA FONDAMENTALE DI ISRAELE 

copyright © 2005 il foglio - ideazione e realizzazione delfino maria rosso - powered by fullxml