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 419 - IL “VIZIO” DI GESÙ DI PARLARE SENZA SCRIVERE

 

E non scrisse neanche una parola

 

Nella sua sofferta e allucinata ricostruzione della Passione, letta con gli occhi di Pilato, Il maestro e margherita di Michail Bulgakov assegna a due dei Dodici un ruolo determinante nella condanna a morte di Gesù.

Uno, inevitabilmente, è Giuda, il traditore; ma l'altro risulta essere nientemeno che Levi Matteo, l'autore del “primo vangelo”. Con la loro testimonianza, infatti, contribuiscono ad abbozzare un'identità fittizia di Gesù, in cui Gesù non si riconosce, ma che inesorabilmente lo inchioda a quell'immagine di pericoloso avversario dell'ordine costituito, che il Sinedrio vede e vuole che vedano anche le autorità romane. E, lo strumento, non solo materiale, che consente loro di orientare l'interpretazione della figura di Gesù in direzioni estranee alla sua concreta azione di predicatore, è la parola stessa di Gesù, tolta dal faccia a faccia del confronto dialogico e resa passibile di ogni possibile lettura, personale, precettistica o politica, nella forma, ormai oggettivata, di una pagina scritta.

«C'è un tale − risponde Gesù a Pilato, che gli chiede ragione dell'accusa, ben documentata, di tramare la distruzione del Tempio − il quale va in giro con una pergamena di capra e continua a scrivere senza posa. Un giorno diedi un'occhiata a quella pergamena e inorridii. Non avevo mai detto assolutamente nulla di quanto vi stava scritto. Lo implorai: brucia, ti prego, la tua pergamena! Ma egli me la strappò di mano e fuggì».

Nell'orrore atterrito di Gesù e nella fuga precipitosa di Levi Matteo, cosi come Bulgakov li presenta, c'è qualcosa di più allarmante e irrimediabile dell'esperienza, segnalata anche dai Vangeli, della possibilità di fraintendimento e di falsificazione della parola del Nazareno. C'è la scoperta che parola parlata e parola scritta giocano su registri diversi di comunicazione e rischiano l'incompatibilità. C'è la costatazione che la permanenza, nel tempo e nello spazio, dei segni alfabetici, che danno vita alla seconda, possono assumere una valenza veritativa diversa dai suoni della prima. Questo anche se chi scrive si prefigge di essere fedele a quanto udito e visto.

 

L'identità profetica di Gesù

Il Gesù di Bulgakov dichiara di saper scrivere, leggere, parlare greco e latino, eppure mai manifesta l'intenzione di contrapporre alle pergamene che lo accusano, una propria pergamena di difesa. Né del resto il Nuovo Testamento, che non fa cenno alcuno a una sua eventuale capacità di esprimersi in greco o latino, attribuisce a Gesù l'azione di scrivere su supporti meno labili della sabbia (Gv 8,6). In sostanza il Gesù della fede, come il Gesù della storia e della letteratura, pur operando all'interno di un mondo che si vale tanto della trasmissione orale, quanto della fissazione scritta delle esperienze e delle relative riflessioni, sceglie per sé la funzione magistrale di profeta, non di scriba, non di dottore o zelatore della Legge. Assume come punto di riferimento essenziale per il suo dire e il suo agire una Parola, che si è fatta “Scrittura”, ma lo fa per rilanciarla nella sua originaria funzione storica di invito, appello e annuncio, che coinvolge, trasforma e salva.

E in questo, ai suoi tempi, non è solo. La sua scelta si radica, storicamente e teologicamente, nell'esperienza del Battista, il profeta ucciso per aver denunciato la crucialità salvifica del presente nel destino di tutti coloro che con lui vivevano e potevano ascoltarlo.

“L'uomo Gesù”, “il Nazareno”, “l'Ebreo di Galilea”, “Ebreo marginale”, l'eroe dai molti “ritratti” ha agito, parlato e camminato, per uno o tre anni al più, nella terza-quarta decade del I secolo, dalla periferia di Israele a Gerusalemme, attraversando Giudea e Samaria, per morire di croce fuori delle mura della Città Santa. Ha agito, parlato e camminato. Si è anche fermato a pregare e meditare. Ma mai si è seduto da qualche parte a scrivere uno qualsiasi dei detti, delle parabole, delle riflessioni sapienziali, delle direttive morali e legali, scritte nei libri che di lui parlano.

Ogni attento lettore del Nuovo Testamento lo sa e, se è esegeta, sa anche che per attingere  a questo materiale deve applicare ad esso ogni possibile precauzione storica e filologica. Deve indagarne criticamente le forme, ricercarne le fonti, analizzarne i diversi esiti narrativi, valorizzarne le non coincidenti finalizzazioni teologiche. Sa, infine, che non esiste una così perfetta reversibilità dei suoni in lettere e delle lettere in suoni che possa garantirgli che quanto legge su una pagina gli comunica fedelmente ciò che è stato detto e udito un tempo da altri. Gli ipsissima verba Jesus ci colpiscono in modo necessariamente diverso da come colpirono chi le ascoltò allora, in un contesto culturale, storico ed esistenziale assai diverso dal nostro. «Chi ha le orecchie da intendere, intenda» non equivale a «chi ha occhi per leggere capisca».

Lo scambio orale di un messaggio, infatti, tende a valorizzarne il carattere di urgenza e di storica crucialità; la sua trascrizione in testo lo avvia a presentarsi come universale proclamazione di verità. È attraverso l'udito, infatti, che la parola si fa percezione intima e personale, presenza attiva che coinvolge, anche fisicamente, gli interlocutori, tocca come un appello il cuore e si affida ai processi operativi della decisione e ri-creativi della memoria. Attraverso la vista la parola assume la forma di qualcosa che sta fuori di noi, che, prima di far nostra nell'azione, possiamo sottoporre al vaglio della mente, fino a tradurla in formule generali e fisse, dottrinariamente capaci di scavalcare tempi e luoghi per attingere l'irreformabilità.

Ora, però, come ci ricorda Walter J. Ong ne La presenza della parola (Il Mulino 1970), questo singolare rapporto di relazione asimmetrica tra l'interpersonale evenemenzialità della parola parlata e la potenziale universalità, spaziale e temporale di quella scritta, non ne fa due processi comunicativi destinati a contraddirsi. Tra il mondo dell'oralità e quello della scrittura c'è continuità nella discontinuità, soprattutto negli ultimi secoli dell'evo antico e nei primi di quello nuovo, in cui oralità e scrittura convivono, intrecciando creativamente tutte le loro potenzialità espressive.

L'Antico e il Nuovo Testamento hanno radice nell'oralità. Nell'oralità sono germogliate e fiorite quasi tutte le loro pagine. Davvero difficile risulta imporre loro il limite di un canone fisso e le manette di un'interpretazione letterale, in quanto l'oralità si fa canone a se stessa ogni volta che rivitalizza la tradizione e ne riprende con fedele intenzionalità temi e forme, aggiornandole nel linguaggio e nella storica pregnanza. La parola scritta, come quella parlata, cresce e si arricchisce , si trasforma per rinnovare continuamente la vitalità del suo messaggio. Ecco perché così spesso i libri biblici dell'ebraismo e quelli del cristianesimo delle origini ripropongono le stesse narrazioni con variazioni più che occasionali e affrontano gli stessi temi etici e giuridici in prospettive teologiche diverse, se non addirittura opposte o modificate per riadattarle al nuovo sentire dei loro attori.

 

Fides ex auditu

Non c'è esegeta che non si senta in dovere di iniziare le sue ricerche storiche o teologiche su Gesù con la dichiarazione esplicita che sta per misurarsi non con la documentazione storiografica o cronachistica degli eventi che lo riguardano, ma con una o più libere testimonianze di fede in un uomo che, con la sua vita, ha meritato il titolo di «Cristo, Figlio di Dio».

Ma la fede, come rapporto vitale col Dio «non visibile e irrappresentabile» del Pentateuco e col Gesù dei Vangeli, è fides ex auditu, come illustra magnificamente l'episodio giovanneo della Maddalena al Sepolcro, dove l'immagine visiva e diretta del Risorto non fa superare alla donna l'ostacolo dell'impossibilità razionale della sua viva presenza, mentre la sola evocazione sonora del proprio nome le apre contestualmente cuore, occhi e mente, così che Gesù è lì con lei, visibile ma non oggettivamente tangibile (Gv 20,14-16).

In questo senso la fede ha sempre una dimensione relazionale e intersoggettiva, anche quando trova conforto e conferma nella condivisione di una comunità e trova pubblica espressione in una pubblica adesione affettiva e intellettuale alla figura del “fondatore” e in una complessiva narrazione scritta e argomentata della sua identità teologica e del suo messaggio.

È, dunque, chiaro che per tentare di cogliere qualcosa dell'esperienza originaria dell'incontro con Gesù, che ha dato vita al Nuovo Testamento, occorre misurarsi con l'attendibilità storica delle basi documentarie dei suoi scritti. Non solo, ma anche con le linee essenziale del credo di chi, per guidare alla fede quanti non potranno più né vedere, né udire di persona (Gv 21,30-31), ha dato forma di «resoconto ordinato … agli avvenimenti successi, così come li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin dall'inizio e divennero ministri della parola» (Lc 1,1-4).

Non è infatti solo come tentativo di meglio redazionare i racconti sulla vita e sulla morte di Gesù, che Luca e gli altri evangelisti hanno messo per scritto quanto appreso dalla tradizione orale, ma per dare solide basi alla comprensione di fede che essi avevano maturato a seguito dell'insegnamento dei loro maestri. Ogni evento e ogni detto di Gesù è, dunque, riferibile, almeno indirettamente e almeno se concordemente asserito, ad alcunché di accaduto, interpretato e rinarrato a illustrazione e conferma della fede cristologica maturata nella comunità dello scrivente.

Aldo Bodrato

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