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 433 - Letteratura e religione: un corso all’Issr di Torino / 2

 

Un palinsesto di riscritture della Bibbia

 

Il passo successivo del corso − che tenta in qualche modo di riprodurre l’itinerario cronologico di questo incontro tra teologia e letteratura – è quindi l’ingresso dell’approccio narrativo in teologia, emerso eccezionalmente in un’epoca che sembra aver perduto questa dimensione antropologica e relazionale (il dramma dell’incomunicabilità) nell’emblematica presa di coscienza di Walter Benjamin, che dichiara smarrita l’abilità del narrare; nel silenzio del dopo Auschwitz, che ha sancito la fine delle Grandi Narrazioni; nell’epoca post-moderna caratterizzata dalla perdita della memoria e dalla tendenza all’oblio e infine nella più ampia crisi del linguaggio vissuta dal Novecento, che ha spesso trovato nel frammento l’unica possibilità di espressione.

Curiosamente, all’apice di questo complesso fenomeno di annichilimento del dire e del raccontare, la teologia riscopre le risorse della narrazione come indispensabili per l’obiettivo comunicativo della fede, reso fondante dal carattere missionario dell’essere Chiesa. La necessità di riformulare il linguaggio religioso laddove ha perso contatto con l’esperienza degli uomini e delle donne del proprio tempo è quindi la preoccupazione consegnata nel citato numero di «Concilium», che da quel momento non ha ancora esaurito la domanda, continuamente rilanciata da nuovi autori e, a mio avviso, ancora troppo solo teorizzata e poco praticata.

L’oggetto della teologia narrativa non è tanto Dio che si rivela, quanto l’uomo che risponde alla Sua chiamata. L’uomo nella sua esperienza di sofferenza e di speranza, che non sa essere colto in modo altrettanto vivido dalla teologia argomentativa. In che cosa consista la teologia narrativa non è esprimibile tout court in una definizione, ma si può individuare in una sensibilità al racconto e alla natura narrativa della storia della salvezza. Non smette di argomentare, ma lo fa con la consapevolezza dell’insufficienza e fragilità costitutive del linguaggio umano. Secondo il teologo Christoph Theobald, la sussistenza della forma argomentativa è un’istanza normativa che sottopone a lavoro critico la pluralità anche conflittuale dei vari punti di vista, nel nostro mondo caratterizzato da una pluralità irriducibile, in cui nessuna visione appare accettabile come norma universale di riferimento.

Narrare i fondamenti teologici della fede significa attualizzare il racconto originario, avvicinarlo al lettore di oggi, dare accesso all’esperienza trasformante dell’incontro tra Dio e gli uomini, tra Gesù e i discepoli. Ma questo stesso racconto, ancora secondo Theobald, chiede di fare posto alla figura del «chiunque», ovvero di colui che non diventerà discepolo, ma che dal racconto potrà attingervi uno “stile” e un’intelligenza di vita, in una forma nuova (anche scritta) per onorare quella forza di generazione plurale del testo. E come il Gesù dei racconti evangelici si è avvicinato all’uomo per suscitare in lui la propria fede elementare, così la teologia (e la Chiesa) è invitata ad assumere analogo atteggiamento ospitale.

 

Inquietudine dell’Assoluto

All’interno di questa presa di coscienza della crisi del linguaggio religioso è singolare la proposta del teologo domenicano francese Jean-Pierre Jossua – la teologia letteraria −, mossa dall’obiettivo di comunicare con il mondo contemporaneo, specie quello non credente. La sentita necessità di dialogo chiede di individuare un terreno comune e fuori dal campo religioso, che Jossua vede nello spazio culturale, specie quello letterario in quanto luogo significativo dello slancio spirituale, sia nella ricerca di fede che nella semplice ricerca di assoluto. La letteratura è inoltre utile offerta per la teologia, che ha bisogno di imparare a parlare il linguaggio dell’esperienza. Il linguaggio diventa quindi luogo di presa di coscienza di sé e del mondo, mentre la letteratura educa al rigore espressivo, insegnando, come nessun altro mezzo sarebbe capace, a raggiungere il suo lettore. È un’offerta di rinnovamento del linguaggio, che tuttavia va acquisita nella capacità di ascolto dei testi letterari e non di “accaparramento” alla propria causa, come nella storia si è fatto con la Bibbia nel classico metodo dei dicta probantia, ovvero con l’uso delle citazioni bibliche efficaci a suffragare le proprie tesi. L’atteggiamento suggerito è invece quello dell’ascolto di autori e testi, perché anche questa propensione è in grado di rivelare la relazione che si intrattiene con la società contemporanea nel suo insieme. Paradossalmente, sostiene Jossua, gli autori non religiosi sembrano offrire le maggiori opportunità, probabilmente in quanto meno permeabili al linguaggio tradizionale, che appunto richiede di essere ripensato e riformulato. In taluni autori si troverà poi una passione per la trascendenza e un’inquietudine dell’Assoluto, che non ci sembrerà troppo lontana dalla nostra.

Che cosa dire infine della letteratura che riscrive racconti biblici, ne attualizza vicende e personaggi, dentro e soprattutto fuori da interessi di natura religiosa? La riscrittura è un fenomeno antico e già presente nel testo biblico, che riscrive più volte se stesso – a partire dalla creazione, narrata due volte nei primi due capitoli di Genesi −, inscritto nella tradizione interpretativa di midrash, apocrifi, riletture esegetiche dai Padri in poi e fino alle omelie. La cultura occidentale nel suo insieme è stata definita come un palinsesto sorto da un infinito processo di riscritture delle trame riprese dalla Bibbia e la proliferazione di queste narrazioni è quasi ingovernabile da qualunque tentativo con cui si volesse tentare di sistematizzare la materia, come pure è stato fatto. Tra i filoni più prolifici, non si può non segnalare la letteratura su Gesù, anche letta come ricerca di risposta alla domanda fondante sull’identità – «Voi chi dite che io sia?» – che interpella da sempre l’uomo, credente o meno che sia.

Inutile negare la suscettibilità del lettore credente di fronte a talune riscritture, vuoi per il carattere ispirato della Bibbia, che in tanti interpretano ancora in modo aproblematico, vuoi per la difficoltà di comprenderne la sfida. Tuttavia tale possibilità è inscritta nello stesso carattere “ispirante” del testo, oltre ad essere ormai riconosciuta dai documenti magisteriali, laddove intersecano la questione degli effetti sul lettore. Quella che percepisco (in me stessa e nei miei studenti) è una riluttanza probabilmente insanabile, ma che non deve impedirci il confronto e allontanarci dalla domanda. Perché questi testi ci interrogano, devono interrogarci. E nessuna semplicistica risposta potrà essere all’altezza della questione.

Maria Nisii

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