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 444 - Tra spezzatino e lectio continua

 

IMPARARE A LEGGERE ISAIA

 

Leggere l'Antico Testamento e in particolare il libro di Isaia e leggerlo intero, secondo il metodo della “lectio continua”, è difficile. Non solo perché, dopo i Salmi è il più lungo della Bibbia, ma anche perché è il più complesso e forse il più dispari e intrigante dell'intero canone ebraico.

A me è toccato presentare al gruppo biblico cui partecipo, composto da giovani e adulti credenti del Meic, che a turno guidano la riflessione, i capitoli 30-32 dell'Isaia storico, quello che dà il titolo all'intera raccolta di detti ridetti e contraddetti, che compongono il testo. Non quello addomesticato che si legge a messa nello spezzatino liturgico, come lo chiama qualcuno.

Mi sono trovato davanti a una serie di oracoli contro Israele, contro i nemici di Israele, contro gli alleati di Israele, che letti ogni quindici giorni, quando ci incontriamo per il gruppo biblico, mi hanno creato quasi un senso di repulsione. La morale è sempre la stessa: se vi fidate di me – dice il Signore − vi faccio vincere, se no ciccia. Anzi vi massacro. O forse no, massacro i vostri nemici. Mi è venuto da pensare: «Benedetto Dio, deciditi: cerca di essere meno bipolare. Datti una quadra, pensaci bene prima di parlare».

E in tutto questo una noia infinita, in cui rare sono le pepite, da cercare con cura: una metafora, un'immagine particolarmente bella. Ma per la cosiddetta riflessione personale, per la spiritualità resta poco. Mi sono chiesto perché come gruppo biblico abbiamo scelto proprio Isaia. È stata una decisione democratica: ma io non avevo votato per lui! Preferisco i testi sapienziali, o il Nuovo Testamento.

 

L'esegesi storico-critica

Naturalmente mi sono preparato con la lettura di 25 pagine circa del commentario di Brevard Childs (Queriniana) per i 3 capitoli. Le ho lette due volte e in pieno giorno, se no non ci capivo niente. C’era anche un altro commentario, ma ho lasciato perdere: faticavo a capire il primo, figuriamoci “contaminarlo” con l’altro!

Childs è un commentario serio, complesso, molto attento alla struttura del testo, che divide in sezioni, e a volte le sequenze sono suddivise in segmenti più brevi. Ho riproposto la suddivisione in sezioni e segmenti anche nella lettura, perché letto di seguito il cosiddetto testo di Isaia si rivela incomprensibile, in quanto passa di palo in frasca. Tanto per fare un esempio: a metà del cap. 32 si rimproverano le donne senza dire perché; in compenso prima e dopo il rimprovero si parla del buon governo e forse dell'era messianica.

Ma il principale problema che ci si pone leggendo un testo come questo di Isaia è: che tipo di testo stiamo leggendo? Nulla a che vedere con ciò che noi comunemente riteniamo «testo» e che magari a scuola insegniamo ai ragazzi. La coerenza e la coesione qui sono un optional! Oltretutto si tratta di un testo (spesso) poetico − cosa che facilmente dimentichiamo, anche perché non sempre viene impaginato con gli a capo adatti. Ci va tutto a capire di che cosa si parli, chi parli, fin dove parli. E nel giro dello stesso capitolo le cose cambiano.

La lettura storico-critica da tempo ha attribuito (parlo sempre di Isaia, il primo Isaia) alcune parti al VIII a. C. (che Childs chiama «tradizione isaica primaria»), altre al VII (Secondo Isaia), altre al post esilio (Terzo Isaia). Evidentemente un lavoro redazionale ha accorpato nel V secolo testi di diversa provenienza, di cui solo alcuni probabilmente veri oracoli di matrice (anche linguisticamente) orale. Il lavoro redazionale compiuto successivamente presuppone la scrittura, e cioè che la tradizione più antica sia stata messa per iscritto. Per questo ho dovuto ulteriormente annoiare i miei 25 ascoltatori (pardon, erano 5…) analizzando i vari connettivi testuali (per es. il «perciò» conclusivo, a volte inserito a proposito, a volte no) che “tengono insieme” (più o meno) il testo. Secondo Childs, per spiegare alcune incongruenze bisogna presupporre una interpretazione olistica. Se capisco bene, significa che il redattore leggendo una certa sezione del testo trova gli argomenti x, y e z e li condensa in un capitolo in cui io lettore poi li trovo apparentemente (e realmente) giustapposti in modo insensato.

 

Tra minaccia e promessa

Fatto è che oggi questa ricerca filologica, che vorrebbe assegnare ogni sezione a una certa datazione, è fallimentare, sia per mancanza di dati, sia perché di fatto noi dobbiamo dare ragione del testo finale, che è un “pasticcio”. La teologia del testo, per così dire, il Dio che viene fuori dal testo, viene fuori dal testo nel complesso, non possiamo scorporare i vari pezzi (diversamente individuati dagli studiosi). Per quel che ne capisco, la redazione produce un testo con una stratificazione che non ha pari nella letteratura che ci è consueta (quella italiana, o latina), e cresce sulla base di una comprensione e attualizzazione del testo di partenza (l’oracolo originario isaico). Come se capire – per la comunità credente che sta attorno al redattore − significasse scrivere, allargare, estendere quanto già scritto, giustapporre, integrare…

«La Scrittura cresce col lettore»: dice Gregorio Magno, e si potrebbe tradurre: Isaia cresce aggiungendo scrittura; scrittura si aggiunge a scrittura fino a rendere impossibile capire che cosa ci stia esattamente all’inizio. E chi scrive è appunto un lettore non individuale ma collettivo, una comunità-lettore credente e scrivente. E capire il testo allora significa attraversare gli strati e abbracciare – se possibile − attraverso una cifra comprensiva tutte le sezioni diversamente composte del testo.

Per fare un esempio, nella parte a me assegnata il tema potrebbe essere raccontato così: il Signore oscilla tra giudizio (severo, severissimo) e perdono (largo, larghissimo), vedi le due belle immagini del leone e dell’uccello che protegge i pulcini in 31,4-9. Il Signore oscilla tra minaccia e promessa, o, se vogliamo usare parole molto in voga con papa Francesco (ma non certo da lui inventate), tra giustizia e misericordia.

Nei “miei” capitoli Israele cerca l’alleanza con l’Egitto contro gli Assiri. E allora anche l’idea che il Signore intervenga violentemente per debellare gli Assiri, a favore di Israele, al di là dell’immagine bellica (che mi disturba non poco), va forse letta, almeno oggi, con la nostra sensibilità (che è però l’esito di quel modo di vedere la storia che viene da quei testi), come la negazione che i rapporti tra gli stati si configurino come rapporto tra forze. Non vince chi è più forte: vince chi ha fiducia nel Signore. E allora la cosa mi disturba lo stesso (perché deve sempre vincere Israele?), ma un po’ meno.

Insomma, comincio a pensare che leggere Isaia sia stato uno sbaglio fecondo: invece dei “soliti” testi che abbiamo ascoltato tante volte da renderci quasi sordi, di cui ci siamo nutriti, qui c’è da rosicchiare di più, non è pappa pronta all’uso, non si può aprire a caso mezza pagina e meditarla! Ma questa opacità ci dice qualcosa del testo biblico, del nostro rapporto con la Bibbia, ci fa faticare, ci fa anche arrabbiare. Ma non è fatica sprecata pensare al rapporto tra l’uomo, la storia e la fede. Mi conforta un’amica, che di mestiere legge e insegna testi biblici: «Mi sembra che tu abbia capito alla fine l'essenziale. La Bibbia non contiene "un" messaggio, ma espone il processo di comprensione progressiva, anche contraddittoria, del messaggio. Non presenta un solo punto di vista. Questo vale anche per il Nuovo Testamento». E un altro amico chiosa scherzosamente: «Il (i) grande (i) Isaia. Uno dei più grandi poeti. Si impara a leggere… anche alla tua veneranda età!». Ho quasi cinquant’anni!

Antonello Ronca

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