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 478 - DUE EX REDATTORI RACCONTANO

 

Una “riunionista” tra ospedale e Ong

 

Nella vita di ognuno 50 anni sono fatti di migliaia persone incontrate, tante decisioni prese, molti cambiamenti scelti e vissuti.

A livello globale, 50 anni possono essere lo scenario di importantissime scoperte, in campo medico, quello che più mi è vicino, ma anche nel modo di comunicare, di lavorare, vivere; di significative nuove rotte che rivedono impegni e tendenze internazionali, dai diritti umani all’agenda internazionale per lo sviluppo.

Nella mia vita, sposata, madre di 2 figli e nonna di 2 nipoti, sono stata ricercatrice, medico ospedaliero in oncoematologia, e da pensionata volontaria in una Ong sanitaria torinese, il Ccm Comitato Collaborazione Medica, di cui ero stata cofondatrice nel 1968. 50 anni fa sono stata anche parte, invero molto piccola, della redazione de il foglio.

Guardando alla scienza medica, 50 anni fa si stava radicando la conoscenza del Dna come responsabile della trasmissione genetica; oggi riusciamo a modificare il Dna per curare malattie geniche ed a fare vaccini con Rna messaggero virale. In 50 anni, in campo oncologico siamo passati dall’uso di citostatici ad ampio raggio di azione a strumenti molecolari che distruggono solo la cellula tumorale. Anche la terapia di supporto antiemetica, antidolorifica, nutrizionale ha fatto enormi passi avanti. Curiamo e talvolta guariamo malattie tumorali un volta non curabili.

 

Tempo di rivoluzioni

Riflettendo sulla cooperazione internazionale, nel 1968 questa era guidata dall’approccio impostato dal Piano Marshall e dal Patto di Varsavia: si procedeva con progetti di cooperazione bilaterale, con rapporto diretto tra paese donatore e paese beneficiario. Dopo la seconda Guerra Mondiale, con la costruzione del sistema universale dei diritti umani, gli obblighi per la comunità internazionale di intervenire davanti a violazioni e con l’esaltante processo della decolonizzazione, si avvia anche la cooperazione multilaterale attuata da istituzioni sovranazionali. Si tratta comunque di interventi per lo più fatti attraverso i governi nazionali per accelerare l’industrializzazione, la meccanizzazione agricola e la diffusione di opere pubbliche. È a partire dagli anni Sessanta che si fa strada una forma diversa di cooperare, quella dal basso, su base volontaria, spinta da ideali e da voglia di essere attori del cambiamento. Nascono così le organizzazioni non governative–Ong, legate alle grandi trasformazioni sociali e culturali di quegli anni, alle contestazioni studentesche e operaie, alla critica ai poteri dominanti, ai movimenti di liberazione nazionale… Rivoluzioni radicali.

Nel ’68 la cooperazione internazionale in campo sanitario ruotava prevalentemente attorno al sostegno di strutture missionarie; si ispirava ad Albert Schweitzer, medico franco-tedesco, impegnato a portare la biomedicina in posti in cui fino ad allora era impensabile. Cinquant’anni dopo il paradigma ruota attorno allo sviluppo dei sistemi sanitari locali, attraverso l’affiancamento e la formazione del personale del posto. Sostanziali cambi di prospettiva.

Nel ’68 un gruppo di medici e studenti di medicina dava vita al Comitato Collaborazione Medica – Ccm, un impegno di volontariato fatto di voglia di portare il diritto alla salute anche alle persone più povere del mondo, di incontri serali per organizzare missioni in zone così remote del Kenya e del Sud Sudan che raggiungerle era un’avventura. Negli anni siamo diventati più strutturati, con personale dipendente, qualificato, che sapesse scrivere progetti capaci di competere con molte altre Ong per ottenere fondi da donatori internazionali (la sanità in Africa costa meno che in Europa ma è pur sempre costosa), una amministrazione professionale, adeguandoci alle richieste di trasparenza ed affidabilità richieste dal donatore. Quest’anno il Ccm sta fondendosi con Amref-health Italia, perché per essere più efficaci e sostenibili sono necessari gli accorpamenti anche per le Ong. Sempre fedeli alla scelta di salvare il maggiore numero di vite possibile focalizzando l’azione sulle malattie più diffuse e mortali e di essere promotori di un reale sviluppo attraverso il rafforzamento delle comunità e degli operatori sanitari locali, abbiamo quindi rivisto, migliorato, aggiornato il nostro agire. Un esempio è la nostra sempre maggiore collaborazione con attori multidisciplinari data dalla consapevolezza che la salute è fatta di molti determinanti e che necessita un approccio olistico e lo sviluppo di partnership. Lo scambio di saperi e di conoscenza reciproca ci hanno legati alle comunità locali, ci hanno arricchiti umanamente, ci continuano a motivare. Ci hanno convinti anche ad agire qui in Italia, mettendo a disposizione le nostre competenze per abbattere quelle barriere sociali e culturali che ostacolano l’uso dei servizi sanitari fra le persone più vulnerabili delle nostre città.

 

Infinite discussioni

Al foglio mi aveva introdotto don Toni Revelli, assistente del reparto scout Torino 2 dell’Agi (solo ragazze) di cui io ero la capo. Ricordo le prime riunioni in cui ho conosciuto tra gli altri Aldo Bodrato, Enrico Peyretti, Edilio Antonelli, Mauro Barrera, Piero Delsedime, Gianpaolo Molino, Bernardino Pozzi, Delfino Maria Rosso, Cesare Maletto. Tutte persone preparatissime, di cui spesso non capivo a fondo le argomentazioni e le infinite discussioni, non avendo retroterra culturale adeguato per comprendere argomenti sociali, di politica cittadina, di teologia che i redattori dibattevano.

Sentivo però che il loro ragionare mi poteva aiutare a comprendere materie per me poco conosciute. Erano periodi in cui le riunioni erano molto frequenti e io con testardaggine continuavo a parteciparvi. Nell’ultimo periodo mi sono ritagliata un piccolo spazio di “segretaria delle riunioni”: prendevo appunti che poi condividevo con chi scriveva gli articoli, attività che avrebbe dovuto sveltire le riunioni di redazione. Rileggendo gli appunti mi sono resa conto di come ciascun autore avesse i propri cavalli di battaglia che riproponeva sino a che non era approvato il suo argomentare. Ho continuato a frequentare la redazione per molti anni, sino al 1974 quando ho avuto il primo figlio.

Sono rimasta abbonata al foglio che leggo sempre con interesse. Capisco di più gli argomenti trattati (non sempre e non tutti), anche perché con gli anni non sono rimasta più immersa nella medicina ma mi sono aperta al sociale, alla lettura delle sacre scritture, sempre più con incontri che con letture di testi. Come dice mio marito sono una “riunionista”.

Per quello che posso osservare gli articoli non sono più frutto di lunghe e spesso contorte discussioni, ma spesso esito di riflessioni di ciascun autore, che dopo vaglio degli altri redattori, hanno pubblicazione sul giornale.

In 50 anni il mondo è cambiato, e anche le fumose discussioni interminabili non sono più il modo di redigere un giornale come il foglio che è comunque fonte di luce su argomenti vitali per tutti noi. Grazie ai vecchi e nuovi autori!

Marilena Bertini

 

 

Col favore di pizze e birre notturne

 

il foglio è stato un’esperienza interessante per me personalmente e per il contributo che mi ha dato per capire il mondo in cui ero immerso. Non saprei darne un giudizio obiettivo e distaccato. Preferisco parlarne – appunto – come esperienza fra quelle che mi hanno formato.

Invitato da Enrico mi sono trovato fin dalla prima sera di redazione in un cerchio di persone che mi ha accolto con occhi benevoli e interessati. Non ci abbiamo messo molto a stringere buoni rapporti. L'esperienza durata alcuni anni è stata fin dai primi tempi molto interessante: riflessioni vivaci, concrete e speranzose, confronti severi, a volte tesi ma mai astiosi. La stesura materiale degli articoli era spesso lasciata totalmente agli autori, dopo che la discussione preventiva aveva contribuito a mettere in luce varie possibilità di interpretazione dell'argomento. Col favore talora di pizze e birre notturne in un piccolo locale di via San Donato, certi rapporti si sono trasformati in buone amicizie o in occasione di collaborazioni esterne.

Ero forse fra i più giovani del gruppo, almeno all'inizio, ma non ho mai sentito pesare la differenza di età e nessuno me l'ha fatta pesare. La libertà di parola e di idee – affermata e praticata – è sempre stata perseguita come valore irrinunciabile. Gli anni trascorsi in questa esperienza sono stati ricchi di eventi nella chiesa torinese e in Italia, e nel nostro piccolo abbiamo provato con molta buona volontà e grandi aspirazioni di mutamento a portare il nostro contributo. A poco a poco, risucchiato dal mio lavoro e da altri impegni sopraggiunti, mi sono allontanato da quelle persone intelligenti, amichevoli, collaborative, ma conservo di quel periodo un ricordo decisamente positivo.

A distanza ormai di 50 anni non mi sento più ‒ e forse è naturale ‒ carico di voglia e di speranza come allora. Mi sento forse un po' deluso perché le azioni che abbiamo tentato e gli scopi che ci prefiggevamo non sembrano essersi realizzati molto. Non sono diventato più saggio, non sono disperato; continuo ad avere voglia di conoscere, di capire, di comunicare, anche se le occasioni si sono assai diradate. Non mi sento più in una grande massa in movimento, perché cerco di capire in modo un po' più personale da che parte sto andando. Non sento più di appartenere a una chiesa specifica, ma di essere in mezzo a un gran numero di persone che tutte insieme cercano di capire dove stanno andando; mi sento tra le non molte persone che cercano di capire le idee degli altri, anche quelle assai diverse e distanti, ma so che non ci riesco ancora molto.

Più che essere certo e speranzoso dell'avvenire, mi chiedo sempre più spesso quale avvenire sto aspettando o mi aspetta. Il Dio che ha rallegrato la mia giovinezza è molto meno percepibile, e non so bene come mi resta vicino, ma continuo a implorarlo di lasciarmi stare vicino a lui.

Mauro Barrera

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