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Enrico Peyretti

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 479 - Quasi un testamento, dopo 50 anni del foglio

 

Un po' di ottusità per respirare

 

Enrico Peyretti, a tutti noto come fondatore del foglio con Aldo Bodrato e altri amici nel febbraio 1971 e attivo nel mondo non solo torinese della ricerca sulla nonviolenza, riflette qui ‒ a partire dai 50 anni della rivista fondata ‒ sul senso della sua ricerca e della rivista stessa. Nell’editoriale il ricordo dell’anniversario continua riflettendo sul senso dello scrivere un editoriale condiviso. (a. r.)

 

Questo non è un testamento, ma quasi. Come tutti i lavori, è un lavoro in corso, mai finito. Come tutta la vita. La quale, dopo gli Ottanta, è sempre più vicina a quel passaggio che induce a fare bilanci, sempre assai relativi e provvisori e imprecisi e aperti. Lo dedico-condivido con gli amici redattori de il foglio, e coi lettori a cui accada di leggerlo.

Nelle discussioni in redazione, scritte e orali (che non compaiono poi nelle 8 pagine troppo strette, e pur sempre istruttive), mi trovo a volte ad esprimere modi di pensare e di sentire non del tutto condivisi. Vorrei dire qui sia il disagio, la fatica di questo collaborare, sia il sogno e bisogno che troviamo una maggiore armonia delle differenze, sia dichiarare meglio il mio punto di vista.

Non sono un intellettuale (come dice wikipedia), né un filosofo. Vorrei essere, nel lavoro di pensare, un sofofilo, un amante della sapienza, grato se lei ogni tanto mi bacia. Ho studiato, dopo il liceo classico, diritto, teologia, filosofia, storia, niente economia (solo un esame perfettamente dimenticato), niente cose tecniche. Sapete, dicono che la cultura è ciò che resta dopo aver dimenticato quel che si è studiato. Allora io avrei molta cultura, perché ho molto dimenticato... E ho tanta più ignoranza, ma non me ne preoccupo. Importa non quel che si ha e si sa, ma quel che si cerca e chi lo cerca.

 

Il pensiero dell’amore

Mi interessa il pensiero dell'amore, più dell'amore del pensiero. Voglio dire, mi interessano quelle letture, riflessioni, ascolti, maestri che possono aiutare ad essere più giusti e più buoni verso gli altri, verso l'enorme impresa umana di diventare più umana, impresa di cui siamo ognuno parte minima ed essenziale, davvero l'unica impresa di progresso, alla faccia dei politici e dei tecnici.

Più del "rigore" del pensiero ammiro e seguo (cerco di seguire) la capacità di sentire, l'intelligenza del sentimento, che intuisce, va amabilmente dentro le cose più dello scrutarle con analisi rigorosa. In tutte le linee di pensiero umano c'è una corrente calda, viva, e una corrente fredda, rigorosa. Ho citato un sacco di volte, su di ciò, pensieri esemplari di Raimon Panikkar (un maestro da non perdere, che lascia freddi alcuni miei amici). La "filosofia" di Gesù, e degli altri grandi profeti, è intelligenza della vita assai più del pensiero accademico.

 

Per ragione e per passione

Più degli argomenti che tendono ad essere "stringenti" mi attirano dunque i sentimenti che allargano il senso e la conoscenza. La ragione è sicuramente preziosa e va difesa dalla follia, ma la ragione senza passione, senza coinvolgimento viscerale (quello che letteralmente fa fermare il Samaritano, toccato nelle viscere, in soccorso dell'uomo ferito), è capace di costruire la morte atomica, artificiale e finale. Inutile dire che ci sono passioni distruttive, e che tutto ha bisogno di discernimento. Ma per ragione e per passione dobbiamo combattere con tutti i mezzi la ragione impazzita della post-modernità, non in nome di un passato, ma dell'utopia viva che quella madre folle porta nel ventre senza saperlo.

Ecco, l'utopia: è derisa, anche da compagni di lavoro, come se fosse fuga nel sogno irreale. È invece il "buon luogo" verso il quale merita camminare, anche se si dovesse morire per strada. Vi sembra forse questa realtà presente, della potenza accanita sui deboli, un buon luogo? «Pensare è varcare le frontiere» (Ernst Bloch), uscire dal territorio. Moralismo? Perché no? Ascolto il Tolstoj grande moralista dell'ultimo periodo, studiato e diffuso da Pier Cesare Bori con passione illuminata, più ancora del grande romanziere. E più di filosofi problematici, o sistematori, o riduttori degli interrogativi.

 

La realtà non basta

Il pensiero desiderante (i razionalisti lo dicono in inglese, e lo disprezzano) è intelligente, perché pensa più di ciò che già c'è. Il desiderio è un atto dell'intelligenza. Il desiderio è speranza e preghiera, ingrandisce il nostro mondo. Non vorrete mica pensare soltanto la realtà, no? Troppo poco. La sinistra è assente perché ha perso la passione, il desiderio, l'utopia. Stupidamente ha creduto ai ricchi che le hanno fatto credere che l'utopia fosse violenza. Voleva stare nella realtà ed è caduta nel vuoto. L'umanità muore di freddo.

I fatti sono lì. Certo vanno visti e lavorati, come il campo che giace, sano o malato, pietroso o fertile, in attesa della nostra mano. Ma i fatti sarrebbero morte e passato se non ne leggessimo i segni, ciò che indicano senza afferrarlo. Tutto è di fronte, avanti, non qui. Tutto è anche all'inizio, germe da far vivere. Bisogna temere le certezze ferrate: sono pericolose, sono armi. Ma, in misura sana e mite, sono necessarie, come la terra sotto i piedi. Voglio appoggiarmi su princìpi, non conquistati, non miei, ma incontrati: princìpi, cioè non derivati da altro. Precedenti la mia nascita, la nascita vostra, di tutti. Siamo tutti nati dopo, tutti debitori ad imparare la gratitudine, a riconoscere la prima luce del mattino. Senza principi precedenti, anneghiamo nei fatti. «In principio...». È vero. Ma non è nella moda e atmosfera culturale, facile da respirare come il fumo passivo. Per essere nel tempo bisogna essere fuori dal tempo, in anticipo, non per arroganza, ma per umile ascolto.

Una fede è necessaria al pensare, come una meta e una luce è necessaria al cammino, come una madre al nascere. Vorrei che dicessimo chiaro che non ci adeguaiamo, non ci conformiamo al pensiero presente, dominante, spento, feroce, eppure anche segretamente assetato, e dicessimo che abbiamo quel supplemento, ricevuto e accolto (poveramente accolto), senza merito, che è l'amore paterno e materno di Dio (nome improprio del mistero vivente). Amore che conduce chiunque a vedere e pensare con gratitudine e speranza, che guida all'impegno senza guadagno, alla fiducia certa nell'abbondante perdono delle nostre debolezze e mancanze, liberi (speriamo: sempre un po' più liberi, anche grazie al dono della vecchiaia) da volontà di potenza e dominio, dalla necessità di essere accettati, anche col rispettabile bisogno concreto di amore senza paura di peccato, cercatori di relazioni buone e sociali-politiche-economiche emancipate dalla violenza, rifondate sulla nonviolenza attiva gandhiana, «varco attuale della storia», nostra cultura (coltivazione dell'anima) e religione (collegamento nella grande unità).

 

Alla scuola di Gandhi

Gandhi, senza fare di lui un culto, è il maggior maestro dell'umanità, subito dopo Gesù, e forse più di tanti altri grandi. Chi non lo ammira e non intende seguirlo è solo perché non lo conosce, o lo vede solo nell'immagine stereotipata. Etica, politica, economia, educazione, religione, su tutti i terreni della vita da Gandhi abbiamo molto da imparare, di originale, di vitale, di "antico come le montagne" eppure sempre da ritrovare. Gandhi è "idealista pratico", come dice di se stesso. Questa consapevolezza non è sempre del tutto condivisa dai compagni di lavoro quotidiano, collaboratori da vari decenni. Nel dir questo può sembrare che ci si creda acuti scopritori, e si è soltanto più fortunati, toccati da una scuola morale e ideale più profonda e avanzata di tante altre scuole di pensiero, e filosofie moderne e celebrate, e diffuse concezioni di vita, e scetticismi molto colti, ma fermi a guardare l'abisso. Certo, l'esperienza di ognuno segna il pensiero, ma si pensa insieme, non solo a fianco, per integrare le esperienze.

Quella di Gandhi è una filosofia pratica della pace positiva, dove la pratica è fondata sull'idea (principio non dedotto) della inviolabilità della vita umana e naturale. Petizione di principio? E perché no? Senza richiesta, senza petizione e ascolto, non abbiamo nulla.

Si vede e si trova solo ciò che si cerca, e lo si cerca perché lo abbiamo già nel cuore. La verità è all'inizio, non è un obiettivo da raggiungere. Siamo nati nella verità, entrati nella storia impura, purificabile, attratta dall'origine-meta, in un cammino a volte disperante, ma mai abbandonato dalla luce.

 

Lamentela da vecchio non rassegnato

Vorrei aver parte e collaborare ad una cultura non "acuta", vincente, penetrante, neppure spettatrice saggia della stoltezza del mondo, ma una cultura che permetta di vivere con senso, gioia, piacere, anche nelle fatiche e nei conflitti, con aperture oltre, avanti. Vorrei partecipare a comporre un discorso più spirituale e profetico che colto e critico. In confronto con l'"acume" maschile, Adriana Zarri valorizzava la larghezza e accoglienza femminile dell'angolo "ottuso". Aveva ragione nel correggere la cultura maschilista, che riduce il mondo. Oh, un po' di ottusità... per respirare! Se una cultura più aperta, meno conquistatrice e misuratrice del reale, la si può condividere in amicizia e affetto, sempre lavorando in gruppo a cercare e pensare, è meglio del consenso o del dibattito intellettuale freddo. L'intelletto – un bene prezioso – tende a scorticare e trapanare; l'amore conosce meglio la realtà, abbracciandola, e la migliora. Una cultura dell'amore è anche meno triste e pessimista, meno spaventata.

Potrei continuare. Non intendo insegnare nulla. Posso aver torto in questa lamentela da vecchio non rassegnato. Con i miei compagni nel lavoro e nella conversazione più assidua trovo soddisfazioni e apprendimenti, ma provo anche un disagio che a volte diventa reciproca polemica o incomprensione. Qui ho cercato alla buona di spiegarmi, per evidenziare le differenze, ché possano essere complementari e non alternative, non escludenti. Ne parleremo a lungo.

Enrico Peyretti

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