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 419 - Dossier: Je suis Charlie / Je ne suis pas Charlie 4

 

Libertà responsabile

 

In un riunione di redazione sofferta e chiarificante, il 13 gennaio, dopo un intenso scambio di mail, abbiamo visto che il massacro di Parigi presenta diversi profili di lettura. È fuori discussione per tutti la condanna senza ombra di attenuanti per chi ha risposto con l'uccidere ad espressioni sofferte come offese o prese a pretesto per uso politico e bellico. Tra noi c'è chi sente con passione l'uno o l'altro aspetto, ma non per questo nega o disprezza altri punti di vista. Ho individuato i seguenti.

 

Quella satira sprezzante contro le religioni è anche lo scrollarsi di dosso un passato, ancora sentito in Francia più che altrove, di religione cristiana legata al potere, di “re per grazia divina”, di "gesta Dei per Francos". Non bastò decapitare (toh, usava già allora...) i re per liberarsi di quell'incombente sacralità idolatrica. Si può capire, ma non giustificare, un'idea di libertà senza limiti e di laicità non solo dissacrante ma tagliente e ustionante, vendicativa. Certo, ciò insegna ai cristiani l'assoluta necessità di rinnegare sempre più fortemente il cristianesimo imperiale, e quindi di vivere la loro fede dentro la comune umanità, senza dominio, in giustizia e pace. Come diceva la Didachè. Papa Francesco è su questa via, finalmente. La tragedia di Parigi è un appello per una chiesa umana, non divinizzata, se crede davvero che Dio si è umanizzato, da potenza folgorante che era nelle nostre immagini, anche molte bibliche.

 

Il lungo precedente storico dell'islam pesa analogamente: una spiritualità, cultura, arte fiorita dal deserto, uscendo dalla sottomissione a imperi esterni, cresciuta anche conquistando, ma pure liberando popoli da imperi dominanti, poi convissuta in pace con cristiani ed ebrei nel prezioso modello Andalusia (spezzato di forza dalla Reconquista cristiana), ma anche assalita dalle crociate, poi da colonialismo, capitalismo predatore, spartizioni e corruzioni, alleanze dell'occidente con dittatori canaglie, ma utili a noi: ce n'è da fare arrabbiare un santo (ci sono santi musulmani, ma non lo sono tutti...). Una decadenza ha seguito il mirabile sviluppo culturale, filosofico, scientifico e civile dell'islam: fu tutto e solo per difetto e per colpe interne?

L'islam è per essenza negazione di diritti, uguaglianza, libertà? Solo nella pace le culture possono fecondarsi a vicenda i loro semi migliori. L'islam storicamente umiliato oggi è ribelle. È minima misura di prudenza tenerne conto, e semmai è un dovere storico coltivare l'amicizia umana e culturale per favorirne l'evoluzione pacifica nella comunità integrata e paritaria dei popoli. Tutti abbiamo notato che la intollerabile risposta violenta omicida ad atti o parole sentiti offensivi, può essere stata anche solo un gesto éclatant per fini di potere nelle lotte interne all'islam, col pretesto della indignazione religiosa. Poi ci sono vere internazionali del terrore che fanno milioni di profughi e migliaia di morti tra i musulmani. Noi abbiamo fiducia che la saggezza popolare islamica sappia valutare le cose per ciò che sono davvero. Conosciamo e sentiamo musulmani che soffrono come noi e si sentono offesi dal nome islamico dato a questa violenza. Noi, cristiani contrari alle guerre “cristiane”, sappiamo come brucia questa accusa.

 

Milioni di libere coscienze personali, di musulmani e di cristiani, hanno sofferto intimamente per le vignette di spregio e di bassa facile offesa a persone e simboli che sentiamo affettivamente e religiosamente non opprimenti, ma validi e liberanti. Io, in buone autorevoli compagnie, sento e soffro questo aspetto. Non c'è libertà e diritto di offesa, non c'è libertà senza limiti, e il limite è il rispetto del sentimento altrui. La critica franca è diritto e dovere, ma entro il dialogo umano, entro la ragionevolezza. La vera religione, soccorrere orfani e vedove (Giacomo 1,27; e il giudizio in Matteo 25) non ha oggetti e termini sacri, se non la vita e la coscienza delle persone. La voglia di sghignazzare cerchi altri terreni, se ha un po' di coscienza. Non può non sapere di provocare reazioni estreme, in particolare nell'islam oggi in fibrillazione per tanti motivi, alcuni anche giusti. La cultura, l'espressione, la comunicazione, se non tengono contro di tutto ciò, sono irresponsabili. Lo stato di diritto, giusto vanto del nostro occidente, consiste proprio nella limitazione dei poteri e delle libertà (e delle proprietà!), affinché ci sia potere e libertà per tutti: è il limite davanti all'inviolabile diritto altrui, che realizza la giusta libertà di tutti, cioè l'umanità comune. La democrazia che vogliamo insegnare al mondo non è lo sfogatoio di ciascuno verso chi vuole, ma il pluralismo di voci e valori, che chiedono rispetto perché lo danno.

Quanto alla bestemmia, tu non offendi Dio, specialmente se credi che non esista, ma offendi sadicamente le persone che lo hanno caro e pongono nel suo nome la speranza di verità, bontà e giustizia maggiori di quelle con cui ci stiamo trattando, tra vilipendi e uccisioni, e guerre di religione. Ogni guerra vuol essere di religione, perché si fa assoluta; ma allora le religioni devono essere in pace positiva tra loro per aiutare la pace. Chi le usa, in buona o cattiva fede, una contro l'altra, una cultura contro l'altra, semina guerra, sotterra mine anti-vita sul cammino umano già in estremo pericolo. Questa considerazione, qui solo accennata, è quella che personalmente più mi tocca, mi convince, più mi fa soffrire per l'incoscienza grave che sta nel complesso tragico di questi fatti.

 

L'uso e l'abuso, da ogni parte, di messaggi e immagini estreme, di facili celebrazioni emotive senza autocritiche, allo scopo di prendere o di conservare poteri strutturali visibili o nascosti, non è un gran segno di convivenza civile, responsabile del futuro che appartiene a tutti. Consideriamo anche l'orgoglio della nostra cultura, che si sente superiore a tutte le altre: si stanno ripubblicando gli scritti di Oriana Fallaci, che diffuse questa dottrina, che è una dichiarazione di guerra. Ciò è pericoloso per tutti quanti, per noi e per gli “altri”. Nulla va censurato, neppure il Mein Kampf di Hitler, se serve a studiare i veleni, non a propagarli.

Bisogna considerare tutto l'intreccio, senza semplificare. Non si uccide solo a Parigi, ma di più in Nigeria, e Siria, eccetera. Ancora di più: «Questa economia uccide», come papa Francesco ha denunciato (Evangelii Gaudium, n. 53), e ora è titolo del suo libro su economia e giustizia, edito da Piemme. Chi uccide e terrorizza e domina e manipola di più le vite umane? Le rispettate Borse e le troike o i maledetti kalashnikov, il cui inventore è morto pentito, ma su cui ingrassano i capitali messi nelle industrie di armi, a spese della vita umana?

Siamo nel pericolo di una guerra mondiale mossa da ignobili e superbi interessi di dominio, ma rivestita di abusati motivi di religione, di civiltà, di forme umane che pretendono esclusività. La guerra di religione spinge al peggio delle offese, dei dolori, dei danni alla qualità umana di tutti.

Perciò, oggi, nel pericolo grande, sono anzitutto le religioni sincere, sono le culture umanistiche e civili, sono tutte le persone con senso umano, che devono stabilire e rafforzare tra loro rapporti di dialogo, rispetto e stima, nella mitezza, e nella varietà delle forme e delle spiritualità – tanti raggi della medesima luce - sulla base della comune umanità in continuo cammino di correzione e di umanizzazione. Un ecumenismo degli spiriti e della pace, che Panikkar ha tracciato.

Chi ha, senza suo merito, un po' di maggiore esprit de finesse, e non solo l'esprit de géometrie, lavori a mostrare che proprio l'anelito al Bene che chiamiamo Dio, non ci fa padroni di un assoluto da imporre, ma ci fa consapevoli delle relatività rispettabili e inviolabili, anche delle nostre convinzioni in perenne cammino. Tutto è vero ciò che sta insieme alle altre verità, e così compone la pellegrina verità della vita.

Enrico Peyretti

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