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Il carnevale perenne

 

Gli attentati di Parigi hanno riaperto il ciclico dibattito in merito alla satira e alla comicità, stavolta simbolicamente rappresentato da hashtag e condivisioni di post, a partire da #jesuischarlie a Col caxxo che siete Charlie del comico Fabrizio Casalino, a smarcature più o meno evidenti, come quella (più che attesa) di Jean-Marie Le Pen o il cerchiobottistico "Io sono Charlie eppure non lo sono" apparso su Avvenire (10/1).

L'ultima posizione bene sintetizza l'imbarazzo del mondo cattolico, indeciso o meglio diviso, a seconda delle correnti di appartenenza, sull'angolatura secondo cui inquadrare i fatti. Di base domina appunto l'opinione che «è un atto terroristico da condannare, ma» (di questo tenore anche una dichiarazione papale del 15/1). La posizione più democratica è invece una concezione di satira che permette di fare oscillare virtuosamente la nostra vita tra sacralità e riso e fa da antidoto al fanatismo e da stimolo a proficui dubbi.

Va aggiunta una riflessione, però. Nel mondo occidentale la satira e la comicità hanno sempre goduto di uno spazio (commedie greco-latine, il carnevale, il teatro dell'arte, fino all'odierna stand-up comedy) ritagliato all'interno del discorso pubblico: al comico è cioè proficuamente riservata una parte del mondo, magari importante, ma pur sempre una parte, in alternanza e in relazione con il serio.

Con il boom delle reti sociali, siamo entrati, ormai da tempo, in una sorta di carnevale perenne: abbiamo reti televisive che trasmettono cartoon satirici tutti i giorni tutto il giorno, le nostre bacheche di Facebook sono costellate di vignette umoristiche o status che si pretendono comici, e blog come Spinoza condividono quotidianamente le battute elaborate sul forum dai loro autori. Ne deriva non solo che si perda la percezione del confine tra sacro e profano; ma anche − e soprattutto − che per le generazioni dai 40 anni in giù la satira è ormai diventata ambiente, datum. Che anche il politico possa essere un pagliaccio o possa essere messo in burla non è più solo un punto di vista (quello del satiro) tra i tanti, rispettabile e magari giusto ma, per elezione, quello dello sberleffo, della critica che non fa prigionieri né sconti. No. Per queste generazioni la satira è la notizia, non più l'interpretazione deformata e beffarda della notizia. Lo stesso dicasi per la questione della satira religiosa.

Études, E-revue de culture contemporaine

 (http://www.revue-etudes.com/archive/article.php?code=16641)

ci ricorda che saper ridere dell'istituzione cui apparteniamo è un segno di forza, in quanto mostra che ciò cui teniamo sta al di là di forme sempre transitorie e imperfette. Ma che ne è se il pubblico non capisce che la satira serve sì per preservare il dubbio, ma il suo punto di vista non va innalzato più in alto del dubbio stesso e della ragione? Chi può deve aiutare le nuove generazioni a lasciare il giusto spazio alla satira senza che occupi tutto il campo del discorso, e deve insegnare loro a fruirne di là dal "bombardamento satirico" cui siamo oggi sottoposti.

Emanuele Miola

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