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 427 - Ai lettori e agli amici de “il foglio”

 

La nostra Rodi

 

«Hic Rhodus, hic salta!»: intimò un atleta olimpico ad un giovane saltimbanco dell'Asia Minore, che si vantava di saper saltare da un piede all'altro del Colosso di Rodi.

Questa gigantesca opera statuaria, dedicata ad Helios, il Dio Sole, altro non era che il faro di Rodi, una delle “sette meraviglie” dell'antico mondo mediterraneo, che, a cavallo di due ciclopici moli, segnalava e custodiva (secondo la vox populi) l'ingresso delle navi al porto dell'isola e rappresentava, in faccia alle coste dell'Asia Minore, la potenza e la vitalità della civiltà ellenistica, luce per tutti i popoli, cuore e mente del mondo allora conosciuto. Ecco perché resta per sempre emblematica la sfida lanciata, da chi del salto conosceva davvero l'arte e la fatica, a chi ne faceva retorico spettacolo, vantandosi di saper superare d'un balzo distanze impossibili. «Basta fanfaronate ! Facciamo come se fossimo a Rodi. Mostraci, qui ed ora, che quanto dici sai anche fare».

 

 

“Il foglio”, concepito nell'entusiasmo per le iniziative innovatrici del Vaticano II e per la prospettiva della fine della guerra fredda, è passato da embrione a feto negli anni del primo e  secondo '68 e ha visto la luce già in clima di incipiente riflusso (febbraio 1971). La Chiesa torinese, sotto la guida di Michele Pellegrino, stava mettendo alla prova le sue capacità di dare concretezza ad alcune indicazioni conciliari sull'urgenza di un rapido e profondo adeguamento del messaggio cristiano alla realtà culturale e sociale del mondo moderno e sul doveroso e libero impegno dei cristiani nella vita sociale e politica (cfr. l'Editoriale del primo numero e il Fondo del secondo).

È così che, come si fecero sentire le prime reazioni anticonciliari, con entusiasmo e qualche ingenuità, il nostro mensile, in compagnia di altri, si ripromise di stimolare la sua Chiesa a superare d'un balzo il fossato che da secoli, (due a detta del cardinal Martini, ma sarebbe meglio pensare a quattro), stava approfondendosi tra lei e la società contemporanea e minacciava di renderla, rispetto a questa, quasi un corpo estraneo, destinato al rigetto. Potremmo metaforicamente dire che ci si allenava a saltare da un piede all'altro del famoso Colosso (simbolo, nel nostro caso, dell'ambizione della civiltà occidentale di ergersi a faro per tutti i popoli della terra) nella speranza di rivitalizzare l'interscambio tra le diverse radici culturali e spirituali che l'avevano fatta grande. Urgeva operare per ricondurre, col dialogo, le forze centrifughe del nostro mondo ad un nuovo e più stabile equilibrio, in modo che quanto restava della venerabile, ma sempre più fatiscente, fortezza della “cristianità”, sprofondando nel mare, non trascinasse con sé la fede evangelica e la razionalità del pensiero classico con quanto è stato frutto del loro storico sviluppo.

 

Quella speranza è rimasto un sogno. Lo sforzo innovatore del Concilio per ridare vita alle pietrificate articolazioni di una Chiesa, che aveva  trasformato il “popolo di Dio” in istituzione gerarchica e l'annuncio evangelico in legge e dottrina, si è presto esaurito e la navicella di Pietro si è arenata sulle secche della consuetudine e della conservazione, spacciate per “fedeltà alla Tradizione”. Analogamente la fine della guerra fredda non ha portato con sé la fecondità di un dialogo politico, culturale ed economico tra le maggiori potenze del mondo, ma il crollo dell'una e il trionfo unilaterale dell'altra, tanto che si è perfino ipotizzata la “fine della storia” e dunque il tramonto di ogni possibile progetto di trasformazione dell'assetto economico, sociale e culturale del mondo. Né è stato diverso il destino dei tentativi di trasformazione della realtà politica italiana, propugnato dal '68, che nel frattempo era finito nel vicolo buio e senza sbocchi del terrorismo.

Molti hanno pensato, allora, di poter mantenere vivo lo spirito riformatore del Concilio, mantenendo vivo il conato rivoluzionario del movimentismo, l'entusiasmo e i valori del battagliero pacifismo anni 70-80, dedicandosi anima e corpo a rilanciarne le aspirazioni e i riti sociali. Ma in un clima politico e culturale, sempre più confuso e rinunciatario, hanno finito per ripiegare sull'autodifesa. Solo i più convinti si sono conservati attivi come frammenti di brace sotto la cenere. Condizione che, in alcuni casi ha preso i colori di una doverosa resistenza, di una ferma testimonianza, di un'attesa tendenzialmente elitaria; in altri quelli di un' idealità massimalista e velleitaria e, in altri ancora, moralisticamente intransigente e presuntuosa. Tipo: «Chi non è con noi è ignorante o irrimediabilmente corrotto dalla società dei consumi».

 

Noi, giunti vivi e attivi a misurarci coll'inatteso ritorno a Roma di un Vescovo conciliare, non possiamo dirci estranei a questa deriva. Al tempo stesso non possiamo non chiederci se non sia oggi di nuovo tempo di misurarci con la Rodi che si ripresenta a noi, a distanza di mezzo secolo, ancora più ardua da affrontare, più promettente e insidiosa, più decisiva e ultimativa.  

Non penso sia necessaria una lunga analisi storica, culturale e sociopolitica per evidenziare le analogie e le diversità che caratterizzano la situazione in cui ci siamo venuti a trovare con l'indizione del Concilio, da parte di papa Giovanni, e quella in cui ci troviamo oggi a seguito dell'invito di papa Francesco a “riscoprire la gioia dell'Evangelo” nel dialogo costante e aperto coll'uomo contemporaneo.

Fu chiaro, fin dai primi anni del post-concilio, che i nodi della mondanizzazione costantiniana della Chiesa sarebbero presto e dolorosamente venuti al pettine. Tale mondanizzazione aveva, infatti, progressivamente trasformato la missione profetica dell'annuncio della prossimità salvifica del Regno di Dio, in una struttura clericale e gerarchica di potere e in una codificazione dottrinaria del sapere e giuridica dell'agire individuale e sociale. Tutto ciò rendendo difficilissimo ricondurre la comunità credente alla povera, semplice e felicemente libera veridicità del Vangelo.

 

Il pericolo di nuovi scismi sta sotto gli occhi di tutti. Bastò, al tempo del Vaticano II, che la riforma liturgica proponesse di abbandonare la modalità autoritaria della celebrazione della messa, sostituendo l'Italiano al Latino e girando altare e celebrante verso i fedeli, perchè ciò accadesse. Subito una piccola frazione di fondamentalisti si proclamò la sola e vera Chiesa cattolica e dichiarò eretica quella rimasta fedele a Roma. Basta ora, al Sinodo sulla famiglia  che si faccia presente l'esigenza di adeguare la prassi pastorale della Chiesa, alle condizioni storiche ed esistenziali della gente comune, perché i nostalgici della “cristianità”, degli usi e dei costumi della propria infanzia, inalberino il pericolo della protestantizzazione della Chiesa e del conseguente scisma.

Altri può ritenere prioritario smascherare la strumentalità dei diversi e ridicoli, tentativi di rimettere continuamente in discussione l'autorevolezza di papa Francesco e la legittimità della sua elezione e delle sue iniziative. Noi non possiamo permettere che la palese inconsistenza di tali accuse e l'improntitudine  delle conseguenti iniziative diffamatorie ci consenta di considerare secondario il fatto che quasi un terzo dei vertici della Chiesa, messa al Sinodo in condizione di esprimersi liberamente, ha respinto alcune importati proposte di rinnovammento e ha deciso di manifestare pubblicamente il proprio dissenso dalla linea pastorale promossa dal papa. Né, al tempo stesso, possiamo fingere di non esserci resi conto che le conclusioni, per molti versi assai modeste dei due anni di dibattito su vangelo e famiglia, sono ben più che “un topolino partorito dalla montagna”. Sono il riconoscimento, più o meno convinto, da parte della stragrande maggioranza dei cattolici di vertice e di base, del centro e delle periferie, che l'intera organizzazione della struttura e della prassi pastorale della Chiesa va ridiscussa per adeguarla alla realtà del mondo a cui la Chiesa stessa appartiene storicamente e culturalmente.

 

È la grandezza di papa Francesco non solo aver saputo ricondurre, con grande semplicità e inusuale forza, il vangelo al centro di ogni azione e pensiero della Chiesa, ma anche di avere, in ogni occasione, rifiutato il ruolo dell'autorità infallibile e autocratica, che la tradizione post-tridentina, ulteriormente radicalizzata dal Vaticano I, ha finito con l'attribuire al papa. La scelta di eleggere a sua dimora, non gli “honorum onusti” saloni del palazzo pontificio, ma un alloggetto nella collegiata di Santa Marta con la relativa mensa comune, è dovuta tanto al desiderio di riaffermare la comunitarietà del suo ruolo di “Primus inter Pares”, quanto alla volontà di guidare la Chiesa ad una rigorosa pratica di semplicità. Semplicità e povertà non solo nello stile di vita, ma, anche più significativamente, nel rifiuto di giudicare, dall'alto di un astorico scranno, le vite e i comportamenti altrui («Chi sono io …. ?») e di prendere decisioni dottrinali o pastorali, prescindendo dalle necessarie procedure di collegialità («Mai  da solo» … e … mai con un solo grido di comando, ma sempre con «una corale armonia di voci ed esperienze diverse»).

Ed è, infine, titolo di altissima sensibilità spirituale, storica, esistenziale e politica, prerogativa propria dei maggiori profeti, quella capacità di “discernimento”, che non è “ricorso alla casistica”, ma attenzione alla gradualità di ogni processo di formazione e di convinzione, il rispetto dei tempi di maturazione di ogni persona, di ogni percorso di conversione individuale e comunitario, di ogni adeguamento della dottrina e della pastorale della Chiesa alla realtà dinamica dei viventi. Vale a dire di ogni incarnazione storica e culturale della missione evangelizzatrice ai tempi e ai luoghi, alla vita concreta di chi, vivendo, porta l'evangelico annuncio e di chi, sempre vivendo, lo riceve e intende farlo proprio.

Aldo Bodrato

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