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 428 - Lettera ai redattori e agli amici de il foglio / 2

 

Non saltando, ma nuotando

 

Ecco ben individuato il piede dell'emblematico Colosso di Rodi da cui ambiremmo spiccare il salto che ci dovrebbe consentire di giungere felicemente, oltre l'abisso del caotico mare, a un più sicuro ancoraggio.

Noi con la nostra comunità di credenti e coi nostri amici che credenti non sono, stiamo ancora sul piedestallo del nostro più recente passato, in cui fede e ragione, saperi religiosi e saperi secolarizzati si guardano in cagnesco e rifiutano di confrontarsi, obbligandosi a cruente e inutili scaramucce, che ne indeboliscono progressivamente le forze e la credibilità. Vorremmo riuscire a metter piede sul piedestallo opposto, quello dell'agognato futuro, dove potrebbe trovare un nuovo dinamico equilibrio il grande arco storico e culturale che a fatica ancora regge il nostro mondo, sempre più diviso e confuso. Vorremmo e forse anche potremmo avvicinarci a questa meta, se ci impegnassimo a un vero confronto. Un confronto non più mediato dalla messa in scena dei nostri fantasmi ideologici, dei ben noti idola theatri, ma direttamente vissuto da noi, in carne, ossa, mente e cuore.

Non si tratta, infatti, di cercare compromessi, sottoscrivere concordati e patti di non belligeranza, ricondurre la reciproca e passionale aggressività a più ragionevole, ma non meno blindata, “guerra fredda”. Si tratta di restituire capacità di incontro e di scambio dinamico e costruttivo, anche se non necessariamente a-conflittuale, alle diverse esperienze e alle diverse interpretazioni della realtà, alle nostre diverse identità. Solo così infatti si possono ripresentare concrete opportunità di crescita, non solo agli scambi economici e agli sviluppi tecnologici, ma anche a quelli culturali e alle molteplici, ma non per questo meno essenziali, proposte di rinascita etica e spirituale.

 

Ora per dare realizzazione a questo progetto dobbiamo abbandonare la suggestiva ipotesi del balzo prodigioso, imparare a trattare i sogni da sogni e la loro concreta realizzabilità come una paziente fatica quotidiano. Dobbiamo renderci conto che per affrontare qualsivoglia insormontabile difficoltà non solo non è bene affidarsi alle mirabolanti arti degli illusionisti, ma neppure alle nostre buone intenzioni e alla fantasia. Bisogna che queste ultime si accompagnino all'olio di gomito del braccio e della mente.

Negli anni della nostra giovinezza, potevamo pensare che come noi anche i figli del pre-concilio e di culture non ancora secolarizzate avrebbero volentieri fatto i salti mortali pur di riavvicinare il senso del loro credere antico al senso del nostro vivere moderno, se solo fossero stati disposti a essere autorevolmente guidati. Ora che abbiamo toccato con mano che pretendere di gettare il cuore e la mente oltre l'ostacolo, per colmare volontaristicamente d'un colpo quel fossato che secoli di inettitudine e di omissioni hanno lasciato allargare oltre ogni ragionevole misura, non possiamo ripetere gli errori del passato.

Nella nuova ed entusiasmante possibilità di vivere una seconda giovinezza, offertaci da un giovanissimo settantanovenne, sarebbe davvero tragico se cedessimo di nuovo alla tentazione del “tutto e subito”, della provocazione sterile, della fuga in avanti, dell' “o è così o non è”, della “demonizzazione reciproca”. Ora è venuto il tempo della riflessione, dello studio e del dialogo aperto alla gradualità del processo di crescita delle coscienze e delle intelligenze, della valorizzazione autentica dell'universalità della Chiesa come “ecumene”, a partire dall'ecumenicità interna al cattolicesimo, allargata all'ecumenicità tra chiese cristiane e, di conseguenza, all'ecumenicità tra le fedi religiose e quelle laiche di tutta l'umanità.

 

L'abbrivio a un nuovo e promettente processo di rinnovamento evangelico della comunità cristiana ci viene dall'Evangeli Gaudium di Francesco, vescovo di Roma e papa. Si tratta, infatti, di un abbrivio che, per la sua pregnante analisi del processo di costruzione di pensiero e azione, può valere sia per i cristiani, che si misurano col rinnovamento della pastorale e della teologia, sia per quanti, su altri fronti, sono alle prese con la crescita sociale e culturale della loro comunità umana. In questa Esortazione apostolica il papa restituisce la preminenza alla prassi pastorale e all'agire etico personale e comunitario, sulla pura e semplice enunciazione del “dover essere” dottrinale e della sua ferrea osservanza formale.

Al centro di tale proposta di rinascita evangelica della Chiesa non stanno principi dogmatici o etici assoluti; stanno due imperativi categorici da coniugarsi storicamente, cioè praticabili mediante il “discernimento”: 1) l'evangelo è annuncio della misericordia di Dio; 2) tale misericordia è rivolta ai poveri e agli esclusi, a tutti coloro che, vivendo al margine della società, sono chiamati alla beatitudine del Regno, insieme a deboli, malati, stranieri e peccatori. Si tratta di imperativi e orientamenti teorici e pratici, in sé inderogabili, che possono essere resi operativi solo se applicati seguendo alcuni postulati metodologici «che orientano lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all'interno di un progetto comune».

Sono tali imperativi e tali postulati metodologici, costitutivi della stessa identità evangelica della missione della Chiesa, ciò che dovrebbe guidare oggi il nostro impegno a il foglio. Sempre che non pensiamo di poter continuare a ripetere il refrain dei luoghi comuni cari agli “intellettuali del dissenso”. Cioè: trasformare gli obiettivi dei nostri primi trent'anni in precetti indiscutibili; intruppare le idee in un'ideologia; standardizzarle in formule asetticamente atemporali; brandire l'utopia come una bandiera al cui seguito condurre le nostre battaglie ecclesiali e politiche; proporre decisivi balzi in avanti, senza indicare possibili percorsi verso un loro credibile approdo; in ultimo, delusi da tanta inefficacia, ripiegare sull'occasionalità della “chiacchiera impegnata”.

 

«Il tempo è superiore allo spazio»: enuncia il paragrafo 222 dell'Evangeli Gaudium, iniziando l'esposizione dei criteri che il papa intende seguire nel rilancio delle proposte innovative del Vaticano II. Si tratta innanzitutto di riconoscere e valorizzare «la tensione bipolare tra la pienezza e il limite», che caratterizza ogni progetto innovativo. La pienezza, nell'orizzonte della storia umana, è incompatibile con il limite che, in ogni momento della vita, l'individuo e la sua comunità incontrano nel cammino della loro realizzazione. Ogni singola fase di tale processo formativo è rappresentata dallo spazio via via occupato e organizzato culturalmente e socialmente da chi quel momento vive. Nella sua immediatezza tale spazio o arco di vita ha una sua relativa compiutezza per gli attori che la mettono in scena. Ma si trasforma in un “buco nero” ogni volta che pretende di esaurire in sé ogni ulteriore, possibile, pienezza e quando cristallizza i processi e considera deviazioni o infedeltà ogni prospettiva di cambiamento.

È il “tempo”, considerato nella sua costitutiva apertura all'escaton, «a fare da riferimento alla pienezza come espressione dell'orizzonte che si apre davanti a noi». «È lui che ordina gli spazi (i singoli momenti), li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita». Si tratta allora di privilegiare le azioni e le parole che «generano nuovi dinamismi nella società … Senza ansietà, ma con convinzioni chiare e tenaci».

 

«L'unità prevale sul conflitto», «La realtà è più importante dell'idea», «Il tutto è superiore alla parte». Allo stesso modo, papa Francesco affronta e risolve le altre antinomie messe a indice dei nodi metodologici posti dai problemi dell'instancabile volontà di rinnovamento della Chiesa e di ogni altra umana società. Così, se l'unità deve prevalere sul conflitto, non è perché il conflitto va tacitato o nascosto in difesa dell'unità. Ma perché «il conflitto deve essere accettato, senza restarne prigionieri … o mirare a fratture insanabili … Accettarlo per risolverlo e trasformarlo nell'anello di collegamento di un processo». «Beati – dunque – gli operatori di pace», che, con la loro capacità di dare ascolto agli altri e di farsi da loro ascoltare, sanno far nascere al dialogo tra i diversi «una storia, un ambito vitale in cui i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita».

Quanto alla «superiorità della realtà sull'idea», precisa Bergoglio, non si deve pensare alla realtà, come ad alcunché di statico e sostanzialmente teso all'autoconservazione, e all'idea come pura ideazione di utopiche società perfette. «Tra le due si deve instaurare un costante confronto, evitando che l'idea finisca col separarsi (o contrapporsi) alla realtà »… e che, a sua volta, la realtà pensi di potersi acquietare nella pura e semplice conservazione di sé. D'altra parte il primato della realtà rispetto all'idea è coerente col tema dell'incarnazione del Verbo di Dio e della sua potenza creatrice e trasformatrice. «Non mettere in pratica la Parola, non condurla alla realtà significa, poi, costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi e gnosticismi, che non danno frutto e rendono sterile il dinamismo del Vangelo».

«Il tutto – infine − è più delle singole parti e della loro somma». Proprio per questo non ha valore alcuno impuntarsi sulle questioni particolari, affrontandole una per una come singoli problemi dottrinali o pastorali. «Bisogna allargare lo sguardo per riconoscere (entro un panorama più ampio) un bene più grande che porterà benefici a tutti». «Però occorre farlo senza evadere (nell'idealizzazione dei sogni) e senza sradicarsi (dalla terra che alimenta le nostre radici e) dai tempi e dai luoghi in cui siamo chiamati a vivere».

 

Senza fare delle mie riflessioni un nuovo manuale del “buon uso critico della fede cristiana”, le propongo alla vostra attenzione al solo fine di riappropriami e di invitarvi a riappropriarvi del significato dato alla nostra vita dall'incontro col Vangelo, e di conservare, per chi verrà, la ricchezza e la potenza formativa della sua parola, nel coessenziale contesto della tradizione biblica, della storia, spesso davvero tragicamente contraddittoria, della Chiesa e della cultura (pre-classica, classica e post classica) occidentale e orientale.

Nessuno s'illuda che in questo frangente storico, così ricco di pericoli e di promesse, tanto violentemente obbligato a scegliere tra la catastrofe bellica della lotta di tutti contro tutti e la concreta possibilità di imboccare la strada della condivisione dei problemi e della loro comunitaria soluzione, una sola delle radici delle diverse tradizioni culturali, delle diverse aspirazioni di vita dei popoli, che sulla faccia della terra sono cresciute e, nel nostro secolo, si confrontano, possa davvero seccare o venire recisa senza gravissimo danno per tutte le altre.

Il che vale anche per le singole componenti della nostra cultura. Non creda la radice ebraico cristiana di poter sopravvivere alla morte di quelle greco-latina e germanica e la radice classica di assurgere all'antico splendore a seguito del disseccarsi nell'insignificanza di quella ebraico-cristiana. L'una e l'altra vivranno o seccheranno insieme. Vivranno se sapranno rimettersi in discussione, misurandosi con tutte le altre e seccheranno se si chiuderanno in se stesse, tentando di soffocare queste ultime in una sorta di abbraccio mortale.

 

L'aneddoto-barzelletta del Colosso di Rodi, con cui abbiamo iniziato questa riflessione, sta lì a dirci: «Per attraversare il mare della vita, i deserti e le montagne della storia, non basta improvvisarsi fantastici saltatori, immaginifici “asini volanti”, bisogna avere pazienza, costanza e convinzione da vendere, ipotizzare un itinerario, progettare tappe e luoghi di sosta, preparare bagagli e riserve di cibo e di acqua, costruire scarpe adatte, zattere e velocipedi, imparare a marciare e a nuotare, a orientarsi e… a non farsi male cadendo».

 

Aldo Bodrato

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